Recensione /

Lothar Baumgarten Franco Noero / Torino

È il piano nobile di un palazzo settecentesco, nel cuore di Torino, che affaccia su piazza Carignano. In questo spazio, Franco Noero ha raddoppiato la sua galleria, con una seconda sede che fa il paio con quella, invece di origine industriale, ai margini della città. Tra stucchi, parquet, specchiere e affreschi, Lothar Baumgarten porta il suo discorso sulla Terra come ambiente in esaurimento, come organismo posto sotto assedio e sfruttamento da secoli. Un percorso che ha iniziato nel 1968, e che prosegue con impegno. Nessun didascalismo, ma opere che sono segni, progetti concettuali che si svelano, dotati di una bellezza enigmatica eppure sensoriale, che lavora spesso sulla percezione, oltre che sulla visione. Di sala in sala si sviluppa, infatti, un sentiero di lavori simbolici, che mescolano stilemi di linguaggi artistici diversi. La parola e l’immagine prima di tutto. Ogni elemento vive di per sé ma articola anche un dialogo con gli altri, in ipotesi installative mobili, a seconda dello scorcio da cui si osserva la prospettiva di questa infilata di stanze. L’Amazzonia, con il suo ambiente, con le sue tribù native le cui lingue solo orali e le culture spesso già andate perse, costituisce per Baumgarten lo spazio ideale e metaforico di quella natura madre che è serbatoio energetico e dalla forza primitiva da preservare. I nomi dei fiumi amazzonici, per esempio, diventano disegni a parete, configurazioni astratte nei River pieces (1977-85], così come le loro iniziali sono incise su lastre di marmo nel lavoro America. Il film L’Origine della Notte – Cosmo dell’Amazzonia (1973-77) e la serie di fotografie Culture – Nature (1968-72) documentano installazioni e interventi realizzati dall’artista nelle periferie e poi abbandonati all’agire del tempo, esposti al loro disfacimento ineluttabile. Proprio lo stesso carattere caduco che hanno le risorse dell’ambiente naturale, cannibalizzato da una cultura umana devastante. Anche l’uomo condivide questa condizione effimera, anche se sembra spesso dimenticarsene.

 

Olga Gambari