Recensione /

Marc Camille Chaimowicz INDIPENDENZA / Roma

Ho conosciuto Marc Camille Chaimowicz nel 1998, durante la sua residenza alla British School at Rome, dove ero curatrice. Il suo lavoro si distanziava molto dall’ortodossia YBA’s di quegli anni, guardando alla pittura con una sensibilità intimista, attenta ai pattern, alla decorazione, al rapporto con il design e coprendo di segni veloci e dalla palette pastello le superfici più varie e gli elementi delle sue installazioni. “Ora e allora”, la mostra che riporta Chaimowicz a Roma dopo quasi vent’anni, crea un ponte tra quel momento e il presente, facendo convivere opere di diversi periodi, includendo quelle realizzate alla BSR e giungendo alle più recenti. Una curva nel tempo che dimostra come, nel corso degli anni, quel lavoro a lungo appartato (lo è stato sin dagli inizi, intorno al 1970, quando in epoca di arte politica o minimalista proponeva seducenti installazioni e performance ispirate all’estetica glam rock o a Gide, Cocteau, Gênet) sia diventato, mantenendosi completamente fedele a se stesso, estremamente attuale e di grande ispirazione per l’arte più giovane.  Visualmente ricca e allo stesso tempo sottile ed evocativa, la sua pratica artistica procede per libere associazioni, mostrando una totale adesione esistenziale all’oggetto – che sia trovato o fatto – come veicolo di sollecitazioni sensoriali ed emotive che rimangono aperte all’interpretazione. Nella mostra di Roma i diversi elementi del vocabolario visivo di Chaimowicz rispondono in maniera quasi mimetica agli stimoli offerti dallo spazio, un grande appartamento, in parte délabré, dalle pareti rivestite di carte da parati, con pavimenti in seminato e soffitti affrescati. Gli oggetti d’arredo disegnati dall’artista, l’installazione di abiti coperti da motivi a stencil, i pannelli rivestiti da pattern minuti, le carte e i dipinti, appesi al muro o lasciati a terra senza pretese, formano un percorso fluido e naturale, come se fossero da sempre appartenuti a quel luogo.

 

Cristiana Perrella