Recensione /

Gli anni della Pittura Analitica Palazzo della Gran Guardia di Verona / Verona

Pitture trasparenti e impenetrabili. Splendide, astratte speculazioni di forme possibili. Contingenze che hanno il valore di trascendenze. Quadri intesi come “spazi totali”, in cui il fare e il pensare sono in costante rapporto dialettico. “La Pittura Analitica” non ammette definizioni precise o etichette di sorta, ma solo un lavoro di rifondazione, dove si mira a creare la presenza silenziosa di un’immagine mentale. Tutti i tredici artisti italiani in mostra al Palazzo della Gran Guardia (Carlo Battaglia, Enzo Cacciolla, Paolo Cotani, Marco Gastini, Giorgio Griffa, Riccardo Guarneri, Elio Marcheggiani, Carmengloria Morales, Claudio Olivieri, Pino Pinelli, Lucio Pozzi, Claudio Verna, Gianfranco Zappettini) documentano l’aspirazione ad esprimere un sentire personale, anche se sempre tradotto in stesure impersonali, anonime, oggettive. Ma sono gli anni settanta e sulla scena salgono il corpo con i suoi eccessi, le performance, la musica, la rottura di ogni confine disciplinare. Di conseguenza potrebbe sembrare che la pittura sia una pratica che si ritira in una sorta di scrutinio della propria identità, in un puro atto meditativo e “concettuale”: in realtà essa diventa lo spazio stesso attraverso cui l’artista esprime la ricerca di un equilibrio tra interiorità ed esteriorità, tra manualità e razionalità. È vero, che la sua attenzione è maniacalmente concentrata sul processo del dipingere, sulla relazione primaria, fisica e spaziale fra segno, supporto e colore, come è vero che vengono ripresi alcuni rigori stilistici dell’Avanguardia, anche se sfrondati da ogni eco misticheggiante o utopica. Ma egli recupera l’Avanguardia con l’intento di reinterpretarla e rinnovarla: di “privarsi delle sue garanzie”, per ricorrere al fascino dell’azzardo. È così con le Disseminazioni di Pinelli, con le lastre di plexiglas graffiate di Gastini, con le tele di Battaglia che “alludono ad uno spazio ulteriore”… Il curatore Alberto Rigoni, per permettere di fruire al meglio di variazioni, scarti, tensioni che le varie opere sviluppano, ha optato per un allestimento minimale, lieve. Ha diviso le stanze per motivi: “Colore e percezione”, “Superficie e spazio”, “Processo e serie”, “Materia e supporto”. L’ha fatto, perchè in fondo in ogni dipinto è insita una molteplicità di valori dialettici, relazionali, ipotetici.

 

Luigi Meneghelli