Recensione /

Full-Fall presents Kerstin Brätsch (Poli’ahu’s Cure) Giò Marconi / Milano

Kerstin Brätsch rompe da sempre i tradizionali confini tra i medium per una pratica fluida che arriva a esiti ambientali e performativi, spesso lavorando in collaborazione con altri artisti. In questa seconda personale milanese – nella prima si presentava insieme con Adele Röder come DAS INSTITUT – espone una serie di dipinti su carta e alcune sculture che danno corpo all’invisibile, alle sensazioni e alle tensioni psichiche, alle energie mentali e anche ai suoi e ai nostri fantasmi, che immaginiamo affiorare dagli andamenti cromatici e dalle forme in evoluzione delle sue tele marmorizzate, illuminate da neon, appese alle pareti come insegne. A questo pullulare caotico bidimensionale corrisponde l’apparente staticità delle strutture-scultura autoportanti, che inglobano collage montati a piombo di antichi vetri dai differenti gradi di opacità – anche questi rischiarati da neon – la cui logica costruttiva segue quella degli andamenti pittorici ma congelata in un tempo più lento. Le sculture, come architetture esplose, determinano inediti percorsi nello spazio espositivo, creando un’atmosfera immersiva che scombina l’orientamento. In questo entropico universo i riferimenti si mescolano, facendo convivere, senza soluzione di continuità, suggestioni pop e rimandi storico-artistici nella dimensione concreta del fare. Brätsch è una personalità prolifica, perennemente tesa allo sconfinamento: la sua disponibilità ad allagare la sua pratica fuori da schemi consueti è evidente anche in questa occasione dove sono presentati alcuni lavori realizzati in dialogo con Mattia Ruffolo e Davide Stucchi per il progetto Full-Fall, legato a pratiche estetico-rituali. La ricerca dell’artista tedesca si può definire alchemica – etimologicamente rimanda alla fusione, alla colatura e all’unione di elementi diversi – un operare che è sempre incompiuto, spinto dall’urgenza dell’azione che condensa pulsioni interiori ed esteriori nel precario equilibrio dell’oggetto e della sua realtà effimera.

Rossella Moratto