Recensione /

Beatrice Scaccia Cara Gallery / New York

Piccoli folletti o gioiosi gnomi o, più semplicemente, delle allegre persone in miniatura realizzate da Beatrice Scaccia, sembrano impossessarsi dello spazio della Cara Gallery di New York. Appositamente ideati per la personale nello spazio newyorchese, appaiono come folletti o gnomi sicuramente per il loro abbigliamento con grandi cappelli, larghe giacche, calze rigate e stivaletti con linee arrotondate. Personaggi, questi, di cui non è importante conoscere il genere, né identificarne la fisionomia (una mostra del 2010 da Ugo Ferranti, significativamente l’artista la titolò “He, she, it”), che da sempre occupano i lavori di Beatrice Scaccia (Veroli, FR, 1978, vive e lavora a New York), divenendo quasi una personale sigla artistica ma che sono, soprattutto, il pretesto per assegnare loro dei ruoli precisi e diversi. Fin tanto da creare, nell’esposizione Little Gloating Eve del 2014, appunto Eve, una sorta di alter ego di se stessa. Perché il lavoro di Beatrice Scaccia è stato sempre un lavoro intimo e personale, nel quale tradurre la replica di gesti quotidiani, non per sottolinearne la ripetitività bensì il protrarsi di azioni nel tempo quasi a volerne fissare una certa immortalità. Assegnare a dei gesti casuali, quasi inconsci, automatici e inconsapevoli, quell’importanza costruttiva di una giornata e, quindi, di una persona nello svolgimento della sua vita. Impegnata su più campi di ricerca, dal disegno alla pittura all’animazione, i suoi lavori, seppur nella singolarità dell’oggetto unico, hanno sempre un’impostazione installativa, che mira ad un coinvolgimento pressoché esclusivo del fruitore. Accantonata momentaneamente l’animazione, cui ha dedicato moltissime ore di studio e pratica, in questa personale Beatrice Scaccia ha fatto un ulteriore scarto in avanti. Attraverso dei disegni realizzati con grafite, gesso, cera su carta, ha affrontato le grandi dimensioni del quadro e, seppur apparentemente il suo tratto sembra nuovamente veloce e approssimativo, la sua padronanza non solo del disegno ma della tecnica pittorica tout court è apertamente dichiarata. Quindi quel tratto veloce è intrinsecamente contraddetto dal suo procedere per velature. E le linee di contorno perdono la loro durezza e rimarchevole presenza. Sviluppata in due sezioni, la mostra presenta infatti due diverse rappresentazioni. Nella prima, quasi fosse un positivo, sono singoli momenti di figure uniche o tutt’al più di una coppia su carta (circa 150×110 cm); nella seconda, quasi fosse il negativo, quei singoli momenti affollano le grandi tele (circa 190×250 cm), nell’illusoria narrazione di una storia, in realtà restano sempre isolati momenti che si sommano: un abbraccio, alzare una gamba, nascondersi sotto un ombrello, sprofondare in un cuscino, portare a spalla una persona, abbandonarsi a un abbraccio. Istanti che non si interessano alla storia. Con un andamento gioioso, pressoché infantile, quasi a suggerire quale dovrebbe essere la modalità di approccio ai lavori, alla vita, la stessa che Beatrice Scaccia sembrerebbe voler mantenere così nell’arte come nella sua visione del mondo. Con un uso selettivo del colore, che riempie solamente degli specifici punti, quasi a trasformare la tela in una delicata cartolina un po’ retrò. Quella quotidianità fermata in un tempo sospeso, perciò infinita, eterna, che, nella seconda sala, è ancor più intima per la presenza di tre pouf bianchi che, solo toccandoli, si scopre che sono in ceramica, realizzati dall’artista giapponese Toshiaki Noda. E piuttosto che “smascheramento”, come suggerisce il titolo, ci si potrebbe attenere invece al significato letterale di “chiamare il bluff”, quindi di sfidare una persona a fare realmente ciò che dichiara a parole.

 

Daniela Trincia