Recensione /

Dennis Oppenheim Montrasio Arte Milano

Americano (classe 1938) Dennis Oppenheim fa parte, con Vito Acconci, Richard Schechner e altri, di un gruppo di artisti che autonomamente arrivano a un’idea dell’opera da creare in relazione con l’esterno, in divenire, performativa, in transizione. Ha aperto giovedì 18 febbraio, a Milano da Montrasio Arte in via di Porta Tenaglia 1, la mostra “Dennis Oppenheim.

Early works and installation” che propone, fino al 31 marzo, un approfondimento specifico su 15 lavori realizzati da Oppenheim tra il 1968 e il 1998, con un focus sul periodo a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta: dalle “Cancelled Crop”, opera che usa più immagini , di tipo fotografico e topografico, per descrivere un campo di grano nel momento in cui una macchina lo sta falciando in modo da formare una “x” sulle diagonali dell’area, fino alla “Branded Mountain”, che include la fotografia di un altro campo di grano tagliato questa volta a ricreare la forma circolare che si incide sulle pecore da tosare. Sotto all’immagine campeggiano brandelli di manto e esemplari dello strumento usato per incidere gli animali. “Non è la prima volta che esponiamo Oppenheim in galleria – dice Francesca Montrasio-: abbiamo avuto per 7 anni una residenza a New York e qui lo abbiamo conosciuto. Già nell’aprile 2007 avevamo organizzato una mostra per lui, e lo proporremo anche a breve al Miart, in una mostra insieme a Melotti”. Come Christo, di cui sta per aprire una personale al Museo Santa Giulia di Brescia e soprattutto che sta preparando la sua opera di Land Art direttamente sul Lago d’Iseo da Sulzano a Montisola, così anche l’Oppenheim del periodo trattato a Milano parte dall’esterno, dall’ambiente, per cercare di “dematerializzarlo” creandone un documento fotografico che sia testimonianza soprattutto del “momento” in cui l’opera è avvenuta. Mentre Christo lavora pedissequamente sul materiale che ricava dalle sue opere di Land Art, per Oppenheim conta quasi più il momento in cui l’azione accade rispetto a ciò che ne rimane.

by Marta Calcagno Baldini