Recensione /

Gabriele Basilico, Marina Ballo Charmet, Museo del Novecento, Milano

Piazza Duomo è il luogo simbolo di Milano. Un grande spazio vuoto al centro della città – Milano non ha molte piazze ampie –, quasi l’occhio di un ciclone da cui si dipana l’energia urbana lungo i percorsi concentrici della sua topografia.

La piazza e la sua cattedrale si sono trasformate ormai in un marchio, un cliché turistico moltiplicato in innumerevoli riproduzioni – dalle cartoline ai souvenir – fino a diventare quasi irrappresentabile nella sua realtà. Avvicinarsi a questo soggetto, rapportarsi a esso prescindendo dalle sovrastrutture e dalle abitudini che impediscono di coglierlo nella sua concretezza è un’impresa difficile, che esige amore ed empatia, capacità di adottare altre prospettive e altri sguardi.

Una sfida coraggiosa che hanno colto Marina Ballo Charmet e Gabriele Basilico, artisti legati da lunga frequentazione e profonda amicizia ma con percorsi diversi e divergenti che, nel desiderio condiviso di dialogare su un tema comune hanno pensato – con la collaborazione e i suggerimenti di Marco Belpoliti – di confrontarsi proprio su questo luogo così sovraesposto e fortemente simbolico e, al tempo stesso, così inconsueto rispetto alle reciproche predilezioni.

Era il 2010 quando questa idea cominciava a prendere forma e, a cinque anni di distanza – e dopo la scomparsa di Basilico – il progetto diventa una mostra, quasi un lavoro a quattro mani esposto significativamente al Museo del Novecento, in una sala dalla quale s’intravede il Duomo, appunto, che si profila come una presenza discreta e distante.

Un confronto diretto, che va oltre all’interessante dialogo tra due protagonisti della scena italiana per evidenziare le diverse modalità di approccio alla fotografia di paesaggio, urbano in particolare, che caratterizzano le poetiche di Ballo Charmet e di Basilico, finora mai incrociatisi così puntualmente. È importante sottolineare che l’accostamento avviene su un terreno inusuale che ha messo in gioco entrambi e che ha implicato uno spostamento rispetto ai percorsi precedenti, orientati con prospettive diverse su una quotidianità ordinaria, anti monumentale: il margine del paesaggio urbano per Ballo Charmet, che si concentra sugli aspetti sempre trascurati, visti con la coda dell’occhio – che non a caso è il titolo di uno dei suoi progetti– come i marciapiedi, le aiuole, le case viste dal basso e sulle periferie in trasformazione per Basilico, con la sua passione per le aree dismesse, l’architettura meno nobile, le atmosfere di sospensione e di attesa.

È lo straordinario incontro di due sguardi – «Gabriele: dall’alto, centrale» e «Marina: dal basso, laterale» come ben sintetizza nel suo saggio Belpoliti, che insieme a Danka Giacon cura la mostra – che magistralmente restituisce la piazza nella sua presenza, senza descriverla prosaicamente. Basilico la racconta con sei immagini, una del 1987, la sua prima fotografia della piazza, punto di partenza allora quasi inconsapevole della riflessione che avrebbe portato guardare all’architettura monumentale che fino a questo punto era stata trascurata. Nelle fotografie realizzate nel 2011 riprende la piazza dall’alto, tra le guglie dalle terrazze del Duomo, con un taglio di scorcio, che inquadra gli edifici per andare poi in lontananza, verso l’orizzonte, quasi un volo sui tetti urbani. Uno sguardo che si compensa in quello di Ballo Charmet, da un punto di vista ribassato, quasi all’altezza di un bambino – un’angolazione inedita, quasi dimenticata dall’adulto – che non descrive ma coglie intimamente ed empaticamente l’ambente circostante nel momento di passaggio tra l’oscurità della notte e le prime luci del mattino. Alcuni lavori fotografici – una sequenza di sette immagini, un trittico e un dittico, realizzati tra il 2014 e il 2015 – insieme a due video, –L’Alba che inquadra la facciata della cattedrale i cui colori mutano al variare della luce e Square che riprende una camminata intorno al perimetro, con una visione soggettiva, quasi introversa, che scruta il terreno, evidenziando angoli solo intravisti, gambe dei passanti frettolosi – sono una panoramica del particolare sempre visto mai osservato e percepito solo distrattamente. Lo sguardo ravvicinato, inesatto e a tratti sfuocato di Ballo Charmet e quello nitido e definito di Basilico che spazia lontano: una convergenza incrociata sul punto zero, pieno e vuoto, della piazza già progettata da Leonardo, densa di storia e di vissuti. Due racconti che suggeriscono due possibilità alternative di percepire e di rapportarsi allo spazio architettonico e urbano e al contesto.

Ed è anche un omaggio a Milano, città vissuta e amata dai due artisti e un ricordo affettuoso di Gabriele Basilico.

by Rossella Moratto