Recensione /

Masbedo, Teatro Filarmonico, Verona

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È un sole esplosivo, che ribolle nelle sue macchie e sfolgora micidiale, quello che inghiotte il finale de Il flauto magico andato in scena al Teatro Filarmonico di Verona. Un sole digitale e futuribile, ma non per questo meno caldo e sensuale: è il sole magico che i Masbedo fanno sorgere all’interno della scatola scenica, dilatandola esplosiva. Non era facile, considerato il precedente firmato da William Kentridge per la Scala, accettare il disegno delle scenografie video per l’opera di Mozart: ma la missione può dirsi riuscita, con un’eleganza forse addirittura superiore rispetto a quanto visto solo pochi anni fa a Milano. Perché se in quel caso la personalità dell’artista era stata soverchiante, qui l’intervento è in punta di piedi; l’abito cucito su misura in un dialogo perfetto con la regia, nella tessitura di un equilibrio che tocca punti di altissima emozione (straordinario l’anelare di Pamina, aspirante suicida, al coltello che luccica inarrivabile sopra la sua testa, quasi lei ne fosse il manico), pescando con classe nel repertorio iconografico proprio del duo di artisti. Nel gelido serpente che insidia Tamino, all’inizio del primo atto, echeggiano infatti le sinuose minacce delle murene incontrate ne Il rimedio della fortuna (primo progetto dei Masbedo per il teatro); nel trionfale ingresso della Regina della Notte, astratta in un abito irraggiungibile che la lancia a diversi metri di altezza, ecco il mood tossico e disperante di Glima, con bituminose polveri biochimiche a prendere possesso di un candore altrimenti accecante. Inesorabile segnale della corruzione del personaggio, presagio dell’ambiguità cancerosa che ne causerà il disastro.
L’Egitto massonico figurato da Mozart si trasla in mondo altro, irreale, spesso dominato dal lirismo di una natura divinizzata in stile Terrence Malick: quasi gli Iside e Osiride invocati dagli Iniziati di Sarastro abitassero il Walhalla delle saghe nordiche. Quella stessa natura si fa strumento per la sottolineatura, mai didascalica, delle tensioni che si vivono sulla scena: deliziosa la macro su fogli e fiori – con tanto di stami fallici alla Marc Quinn – che accompagna i momenti più passionali; immagine ricoperta da una coltre di miele se Pamina cinguetta attorno al suo amore per Tamino, soffocata da un blob antrace quando a insidiare la bella è il viscido Monostatos.

by Francesco Sala