Recensione /

John Lurie, M77 Gallery, Milano

Veduta della mostra presso M77 Gallery, Milano
Veduta della mostra presso M77 Gallery, Milano

 

Dovrebbe forse scegliersi uno pseudonimo, mascherarsi dietro l’identità di un John Doe come tanti, passare una paglietta abrasiva sulle incrostazioni di un passato così mediaticamente allettante. L’amicizia con Basquiat, il successo nel campo della musica alternativa al fianco di Arto Lindsay, le fortunate esperienze sul set con Jim Jarmusch e – discorso valido in massima parte per l’Italia – la felice complicità intellettuale con Roberto Benigni, non ultimo il palesarsi della subdola e misteriosa malattia che contribuisce ad amplificarne la cortina fumogena del mistero: tutto gioca perché di John Lurie arrivi prima il mito, poi l’artista. A mettere ordine è la personale in scena negli spazi milanesi di M77, con una sessantina di acquarelli dal sapore quasi terapeutico, prove robuste a metà strada tra l’esercizio zen e un match di pugilato, con la tensione a friggere sul filo di una convincente iconografia primitivista, piegata al servizio di una narrazione onirica, violentemente visionaria. Home is not a place. It’s something else ammonisce Lurie nel titolo della mostra, mettendo subito le mani avanti: non c’è filtro, non c’è compromesso tra l’artista e il suo pubblico, ma solo la dolorosa complicità di un autore che squaderna incubi e sogni, aprendo il vaso di Pandora di un bestiario insieme tenerissimo e terribile. I fondali piatti si trasformano in foreste neuronali, con piante ramificate quasi fossero gangli nervosi a intrecciarsi, confondersi, stringersi in una giungla popolata da piccoli grandi animali – elefantini azzurri, cani, volatili di ogni foggia e colore. Il referente dell’autodidatta Lurie è la cultura primitivista dei nativi americani, in un cortocircuito paradossale che avvicina certe pratiche delle tribù Navajo alla tradizione dei mandala tibetani, i pattern intrecciati dalle squaw alle intricate e sublimi astrazioni sciamaniche proprie dell’Asia centrale, alla ricchezza cromatica dei tessuti batik.
Casa non è un luogo, è qualcos’altro: ed è in quell’altro che Lurie si è – più o meno volontariamente – smarrito, travolto da una seducente insopprimibile vertigine. Troppo grande per essere sopportata da un uomo solo, troppo ammiccante per non essere condivisa.

by Francesco Sala