Recensione /

Requiem, Luca De Leva. Milano

Una litania inquietante, ripetuta in loop per sette minuti all’interno della Sagrestia della Basilica di San Marco a Brera, a Milano. I rimandi a Verdi sono chiari, non solo dal titolo: uno spartito sottovuoto appoggiato a un pianoforte a coda. Si leggono le prime lettere: VER e REQUIE … le altre sono state corrose dall’acqua quando De Leva (Milano, 1986) ha messo le partiture sottovuoto (i Requiem Sottovuoto) in correnti, o nella doccia. Il pubblico entra, senza parlare, al buio e col silenzio intorno, e si siede al centro della Sagrestia, davanti a un gruppo di sette busti in paraffina, installati su pedane rosse, che rappresentano i calchi di collezionisti, che l’artista ha pitturato con tempera, tracciando forme antropomorfe colorate su quelle già esistenti. E poi il suono, la litania appunto, che proviene da un apparecchio acustico sopra al pianoforte. Tre momenti diversi creano un rito sacrale e surreale: i busti immobili sono osservati dal pubblico, a sua volta scrutato dall’artista presente in un angolo quasi non visibile, e dalla sua compagna, in posa accanto al pianoforte e spartito. Entrambi indossano un visore oculare in cui la vista dell’uno è scambiata con quella dell’altro. Un esperimento, quello dello scambio, che De Leva ha realizzato già, in altro modo, nel 2011 a Beirut quando ha letteralmente sostituito la sua vita con quella di un’altra persona. Dunque lo scambio di sguardi e di percezione: l’artista si osserva mentre lavora sui busti, con gli occhi dell’altro. E l’artista osserva il pubblico che, a sua volta, guarda la sua opera. Un rito che si compie in un luogo adatto dove i rimandi – storici, culturali, sacri, non sacri – sono tangibili, grazie all’accompagnamento del Requiem storpiato, cupo e magico recitato da Fiammetta – la sorella/musa ispiratrice di De Leva – e dove il contesto indica quella milanesità delle opere a cui si fa riferimento, e all’atmosfera ricreata.

by Rossella Farinotti