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Kim Gordon ad Atene

Cominciamo dal tuo libro, Girl in a Band: A Memoir. Ti aspettavi questo grande successo?

Kim Gordon: Ti confesso che mentre lo scrivevo non ho pensato a che cosa ne sarebbe potuto venir fuori.  Ho cercato di fare del mio meglio, certamente pensavo sarebbe piaciuto, ma è stata comunque una sorpresa il successo che ha avuto. Poi, quando scrivi un libro e lo pubblichi, è come se non ti appartenesse più. Vive una sua vita autonoma.

Come mai hai deciso di scrivere un’autobiografia?

KG: Principalmente per schiarirmi le idee e le tensioni emotive. Infatti, dopo la rottura con Thurston Moore e i Sonic Youth sono cambiate molte cose. Ho pensato che scrivere un libro fosse il modo migliore per ricominciare tutto da capo.

Nel tuo libro dici chiaramente che avresti sempre voluto essere un’artista visiva, ma ti è capitato di diventare una musicista. Che cosa ti ha trattenuta dal dedicarti esclusivamente all’arte?

KG: Quando sono arrivata a New York erano gli anni Ottanta, e le grandi gallerie cominciavano a competere l’un l’altra per accaparrarsi gli artisti più interessanti. Erano gli anni in cui il mercato dell’arte stava davvero esplodendo. In quel periodo lavoravo come assistete di galleria per Annina Nosei e avevo avuto modo di incontrare e conoscere molti artisti e capire come funzionava il sistema. L’ossessione commerciale dell’arte in un certo senso mi dava sui nervi. E per questo cercavo ispirazione altrove, nella musica e nei concerti dal vivo. Mi sentivo e consideravo un outsider, anche se già avevo fatto qualcosa sotto il nome di Design Office. Una volta arrivata a New York, sono diventata amica di Dan Graham, Richard Prince, e ho incontrato molti artisti, ma provenivano da una generazione diversa. Dunque, continuavo a sentirmi un outsider senza dei compagni con cui poter fare gruppo. Forse è anche per questo che mi sono inventata Design Office, una sorta di finto collettivo.

Quando è stata la tua prima apparizione come artista visiva?

KG: La prima cosa che ho fatto è stata con Design Office nell’appartamento di Dan Graham, e subito dopo da White Columns — erano i primissimi anni Ottanta — dove ho poi anche curato una mostra, chiedendo a diversi artisti di proporre delle copertine per dei dischi. Era l’arte concettuale quella che mi interessava di più.

Per la mostra organizzata dalla Deste Foundation al Benaki Museum di Atene hai deciso di esporre una serie di dipinti dedicati a delle band noise, alcune delle quali non esistono più. Per quale motivo?

KG: In mostra ci sono sculture e dipinti. Le sculture a terra sono tutte di gruppi rock che non esistono più, ad esempio The Kinks, Bikini Kill, The Germs, e che usavano l’estetica della dissonanza per produrre del noise. Alcuni dei dipinti a muro invece si riferiscono a gruppi che ancora esistono. Ma quello che mi interessava soprattutto era portare l’oscurità del noise in un contesto del tutto differente da quello originario, contribuendo a dare ai dipinti un significato e un valore diversi. Inoltre, mi piace pensare a quelle tele come a delle t-shirt. Ai concerti si comprano sempre le t-shirt delle band che si è andati ad ascoltare, il corrispettivo di un collezionista che può comprare i miei dipinti (sorride).

Anche in questo caso ritorna la scrittura, come nel caso di un’altra tua serie di dipinti intitolata “Twitter Paintings”. Come ti è venuta quell’idea?

KG: In questo caso il processo è diverso. Li considero una sorta di “paesaggi moderni”, non solo visivi naturalmente, e ho usato del rame e della lega metallica per infondere, in maniera ironica, un certo valore storico. Scherzi a parte, semplicemente trovavo alcune di quelle frasi davvero interessanti. Non ha nulla che fare con i social media, anzi inizialmente avevo una certa esitazione essendo i social media oggi così “trendy”, ma mi interessavano le frasi in se stesse e alcune di esse erano davvero fantastiche.

Nella tua carriera hai fatto moltissime cose, dalla musica alla moda all’arte. Come hai approcciato la diversità di ognuna di queste discipline?

KG:  Molte delle cose che ho fatto sono successe spontaneamente, come nel caso di X-Girl. Non mi consideravo allora e non mi considero una fashion designer, ma mi divertiva l’idea di poter fare una linea di vestiti. Erano gli anni in cui lo street fashion era ossessionato dall’idea del logo, e così volevamo fare qualcosa di completamente diverso, di molto più semplice. Mike Mills faceva le grafiche e con Phil Morrison abbiamo girato un breve film. Mi sono divertita molto.

Hai qualche progetto in cantiere?

KG: Un nuovo disco che uscirà con l’etichetta di Bill Nace e la 303 Gallery di New York. Si tratta delle musiche che ho composto per un balletto che Nick Mauss ha presentato lo scorso anno a Frieze London.

by Tommaso Speretta