Recensione /

Isabelle Cornaro a Casa Masaccio

“Things”, a cura di Rita Selvaggio è una riflessione su oggetti, materialità, geometria e colore, tesa a interrogarsi sui nostri meccanismi di percezione e rappresentazione del mondo. Pensata idealmente come terza tappa di un progetto articolato, la mostra di Cornaro si snoda attraverso gli spazi storicamente connotati di Casa Masaccio, con una selezione di film girati in 16 mm e una nuova serie di opere, dal ciclo “Homonymes”, prodotte specificatamente per questa occasione.

L’approccio di Cornaro si origina da una riflessione rigorosa sui materiali e immagini, di cui vengono accentuati i caratteri ibridi grazie ad alterazioni e passaggi tra medium diversi o slittamenti da forme bidimensionali a tridimensionali, e viceversa. In Homonymes III (2015) l’artista riproduce i calchi di oggetti presenti nel suo studio in resina e polvere di onice: ne risultano dei tableaux dove i materiali si riducono a forme pure, completamente svuotate dalla loro funzionalità e di fatto irriconoscibili. I pannelli, tenuemente pitturati con vernici spray, sembrano dialogare strettamente con le immagini filmiche, grazie anche all’elemento unificatorio e simbolico del colore. Nei film è infatti presente la stessa manipolazione e astrazione di forme eterogenee, tesa a una riduzione della realtà in elementi contrapposti e complementari : l’artista, con una presa ravvicinata e mobile, coglie oggetti disparati, dall’apparenza quotidiana — monete, gioielli, vasi di vetro, gocce di cristallo, tutti scevri da connotazioni autobiografiche — concentrandosi allo stesso tempo sulla natura tattile delle immagini e sulla dimensione pittorica degli oggetti tridimensionali. Lo stesso titolo della mostra presenta uno statuto polisemico, nel suo riferirsi contemporaneamente a oggetti materiali, a cose astratte ed eventi immateriali: questa concezione mutevole e transitoria della realtà caratterizza l’approccio di Cornaro alla pratica artistica, un’indagine sugli elementi volta a decostruire l’usuale immagine che abbiamo dell’esistente.

by Elena Magini