Recensione /

Guendalina Cerruti Studiolo, Milano

La separazione madre-bambino alla nascita, che spezza la simbiotica unione della gestazione, è il tema indagato da Guendalina Cerruti in questa personale, in cui presenta sei opere, quattro scultoree e due pittoriche, che raccontano metaforicamente questa prima, fondamentale esperienza di distacco, necessaria alla nuova vita che reclama la differenziazione del sé. Il feto, parte del corpo materno ma separato da esso, nasce, si rende autonomo, diventa alterità rispetto alla madre.

Questo momento cruciale e primo vissuto di perdita è rappresentato nella sua inesorabilità, impersonalmente e senza sentimentalismi, prescindendo dall’intimità e dalla tenerezza dell’accudimento neonatale. La realtà ineludibile dell’allontanamento è messa in scena nell’installazione dominata dalla scultura minimale in Plexiglas al centro dello spazio espositivo: è un’incubatrice vuota, artificiale ventre deserto, che si erge nel suo isolamento totemico. Intorno, dislocati come satelliti orbitanti a una stella ormai implosa, alcune sculture realizzate con oggetti comuni  –  stoffa leggera e sassi – e alle pareti due dipinti dai colori tenui che li ritraggono, in un gioco di rispecchiamenti che dà a questi simboli di nascita una dimensione estraniante. Gli oggetti-sculture sono rappresentazioni dei bambini come monadi inconoscibili: i sassi di cui sono fatti, che si intravvedono oltre la pelle-tela del sacco, sono frammenti di personalità in divenire, che idealmente si compatteranno in una identità, ma al contempo esprimono il peso di questa perdita primigenia, la violenza implicita che ogni venuta al mondo implica. I delicati dipinti, dai tratti evanescenti, sublimano oniricamente in un’immagine edulcorata e rassicurante il drammatico distacco.

by Rossella Moratto