Recensione /

Giuseppe Penone Gagosian, Roma

Sin dall’inizio Giuseppe Penone si concentra sull’azione naturale degli elementi e sull’assunto fondamentale che, in primo luogo, “l’uomo è natura”, ma anche che “il paesaggio è un prodotto dell’uomo”. La scelta di lavorare nel piccolo paese di montagna dove è nato lo porta a ritrovare le radici di una cultura popolare, primaria e perciò affine a quella di altre genti e altri luoghi. “Qualsiasi gesto che muta fisicamente un contesto si può considerare scultura”. È scultura anche il respiro, che equivale a un soffio di vento e che immette una massa d’aria nello spazio che circonda il corpo. Da qui nasceranno, dalla seconda metà degli anni ‘70, lavori come Soffio dove l’artista imprime la traccia del corpo e delle labbra nella terracotta. Poi in Soffio di foglie lascerà impronte del corpo e del respiro nel fogliame.

Nell’ovale della galleria Gagosian Penone presenta quella che non considera una mostra, ma un’installazione di grande forza e suggestione, ancora sul tema dell’albero che è per lui una materia fluida come la creta. L’albero, solido in apparenza, è materia plastica nel processo di accrescimento. L’artista pensa a una mano che crea un contatto con un albero di una certa età in Continuerà a crescere tranne che in quel punto (con la mano in acciaio o bronzo). “Il mio lavoro consisteva nell’indicare la materia dell’albero come forma in divenire”: la crescita è proiezione nel futuro. Anche Rovesciare i propri occhi appare come “logica conseguenza del lavoro sulla crescita degli alberi dove l’azione legata al mio corpo era tattile e, in un certo senso, cieca, perché il risultato l’avrei potuto vedere solo molti anni dopo”. È l’azione del tempo a completare l’opera dell’artista. Immagina poi che all’interno del legno ci sia la forma dell’albero (idea michelangiolesca) e comincia così a scavare travi, riportate alla propria radice arborea dalla pratica stessa della scultura. un anno di crescita dell’albero.

by Laura Cherubini