Recensione /

Arts & Foods

“Le immagini dei freaks raccontano per me anche una presa di posizione politica, ma di una politica diversa da quella marxista, o riformista, o liberale. E qualcosa di più moderno, pur essendo così ancorato al Novecento, mi pare sia una vera e propria visione biopolitica del fenomeno umano. Credo che oggi le idee più intriganti abbiano a che fare proprio con la biopolitica, e il grande problema sia proprio di evitare che nascano nuove classi sociali legate non a fattori economici ma a fattori fisici, corporali, anche perché la stranezza delle nuove tecnologie restituisce una centralità nuova al corpo, visto che molti di questi strumenti servono per trovarsi fisicamente, e quando cerchi o incontri qualcuno lo cerchi o incontri con il tuo corpo, e non puoi prescindere dal corpo dell’altro.”

Ecco cosa mi disse Italo Rota, architetto, metteur en scene senza film, collezionista e bravissimo cuoco (tra le altre cose), qualche anno fa, durante un’intervista imperniata intorno alla sua ossessione per la diversità giocosa, sul suo amour monstre per il difforme e talvolta pure il deforme. Italo Rota è anche il progettista che ha organizzato gli spazi di “Arts and Food”, la monumentale, miriadistica esposizione curata da Germano Celant e disposta sui vari piani della Triennale in occasione dell’Expo. Non ho molto da aggiungere sulla scelta delle opere, né ho molto da eccepire su un fatto incontestabile, cioè che il curatore e il suo talentuoso staff hanno assemblato lavori in alcuni casi ovvi in molti altri straordinari, rari, di potenza e gloria inusuale (su tutti, con un pizzico di naïveté, ricordo la splendida serie di “Warhol per bambini”).

Vorrei invece qui rendere onore a due aspetti di cui non si è discusso abbastanza, nella fluviale produzione di commenti e pareri caduti in virtù dell’evento, molto più che del progetto culturale — come c’era da aspettarsi, peraltro, e tutti i protagonisti sono abbastanza scafati da adottare la saggezza vittoriana never complain never explain (soprattutto visto il budget faraonico, che aiuta a sopportare anche le critiche più violente). Primo. L’allestimento è opera di un maestro assoluto, uno scenografo delle idee artistiche, un riparatore di quei giocattoli rotti che sono le opere contemporanee migliori dai Brillo Box a oggi. Secondo: il catalogo, almeno quello verde-giallino disegnato da Irma Boom, è graficamente e concettualmente superiore alla maggior parte dei prodotti editoriali legati a questo sistema.

Rota e Boom, Irma e Italo, hanno a mio parere fatto conoscere la propria velocità (cit.) costruendo istituzioni spaziali e istituzioni oratorie degne di musei aulici intorno al più terreno e pervasivo tra gli argomenti della cultura materiale — il cibo. Talmente lontano dal cielo da essere in passato (appunto) relegato nel confine di quella definizione, “cultura materiale”. Rota, con i suoi salti, i suoi gioghi per bambini, vincoli fisici per esperire un dato essenziale — il cibo fa crescere. Boom, con un layout che racchiude il Milione (vecchia enciclopedia) di concetti e oggetti esposti in un ragionamento visivo e tipografico senza invenzioni stellari e con gentili slittamenti della produzione di conoscenza. Forse il capolavoro di Celant, dunque, il picco di questa mostra a tratti sbagliata e affollata, risiede proprio nei suoi elementi più distanti: l’impalcatura di servizio, e l’appendice libraria: due strutture per strutture, che davvero raccontano storie altre, freaks del design e dell’ambiente degli umani: nel caso di Irma, come spesso succede con i migliori cataloghi, e a differenza del cibo, il volume è lì per restare. Nel caso di Italo, invece, rimangono appesi i sogni bizzarri: i lavori nascosti nelle capsule visionarie, i moduli lunari per proiettare la ricerca culinaria lungo gli steli interstellari, le cucine futuriste e le battaglie navali ricreate per sguardi innocenti.

by Gianluigi Ricuperati