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Viaggi randagi con Ghirri Milano

Franco Guerzoni, Pozze d’acqua, 1969.  Specchi e luce al neon, misure variabili, 1969. Foto: Luigi Ghirri e Franco Guerzoni
Franco Guerzoni, Pozze d’acqua, 1969.
Specchi e luce al neon, misure variabili, 1969. Foto: Luigi Ghirri e Franco Guerzoni

Davide Ferri: Nessun luogo, da nessuna parte. Viaggi randagi con Luigi Ghirri è il titolo di un un libro (ed. Skira) e di una mostra (in Triennale), in cui racconti, a distanza di quasi cinquant’anni, la storia della tua amicizia e collaborazione con Luigi Ghirri, avvenuta tra la fine degli anni Sessanta e la metà dei Settanta. Che cosa ti ha spinto verso questo ritorno alle origini del tuo e del suo lavoro?

Franco Guerzoni: Credo che questo ritrovamento non sia innocente. Le immagini che accompagnano il libro, in gran parte inedite, le ho vissute, nel ricordo e per tanto tempo, come la testimonianza di un fallimento. Raccontano di tentativi, di performance e installazioni improvvisate, cose che chiamo “irrisolti”. Credo che il tempo mi abbia reso più indulgente e questo stato di ascolto privo di asperità mi ha permesso di rivederle nel profondo, di vedere il laboratorio mentale che le aveva promosse. Ho ricamminato con Luigi su una strada, della quale avevo in passato volutamente smarrito l’esperienza. Per dirla con una frase di Vincenzo Agnetti, che tanto ha incoraggiato allora il mio lavoro: l’avevo dimenticata a memoria.

DF: Mi hai detto spesso che tu e Ghirri eravate molto diversi. In cosa consisteva esattamente questa diversità, e cosa ha reso possibile la vostra amicizia?

FG: I caratteri così diversi forse furono un collante. Io malamente ideologico e in preda a tutte le suggestioni che le neo avanguardie producevano sul mio immaginario immaturo, lui scarico e diffidente ne schermava la portata antagonista guardando alla pittura di genere. I suoi interessi spaziavano dal design all’architettura, dalla musica alla letteratura, dilatando la parola arte in tutte le direzioni. Nel suo studiolo pieno di riviste patinate discutevamo molto, ed erano dialoghi lunghissimi e fumosi. Da agitato, ero attratto certamente dal suo atteggiamento riflessivo e più pacato e forse lui si nutriva delle mie intemperanze: credo lo divertissero. Del resto le nostre collaborazioni sono la testimonianza oggettiva dell’attrazione reciproca e anche di una stravagante armonia.

DF: Mi racconti come sono nati i vostri viaggi randagi e dove/come avvenivano?

FG: Nella campagna tra Modena e i paesi del mantovano. Partivamo in auto, su una Cinquecento. Si conosceva la partenza, piena di propositi, ma non si conosceva la meta: erano viaggi randagi, appunto. La meta preferita erano certe residenze abbandonate dove raccogliere materiali fotografici per la realizzazione dei miei “affreschi” o delle “archeologie” che partivano da immagini di rovine. In me e Luigi c’era una sorta di urgenza nel cogliere quelle pietre o quei muri come se un momento dopo potessero sparire. Era un film lento quello che ci appariva dall’abitacolo dell’auto, un paesaggio rallentato che all’improvviso poteva offrire un soggetto, un riflesso, un’apparizione. Ricordo che le nostre frequentazioni delle case abbandonate avvenivano con quel senso di prudenza o di paura come se stessimo profanando un tempio. Non erano mai riprese prolungate, ma veloci ricognizioni, qualche scatto e via, si ripartiva. Luigi non era mai soddisfatto completamente delle riprese che a me invece piacevano per via della loro “distrazione”.

DF: Quale serie di immagini, tra quelle di Ghirri pubblicate sul libro ed esposte in Triennale, racconta più cose dei vostri viaggi e della vostra collaborazione?

FG: Forse la sequenza che preferisco è quella in cui appaio travestito da orso. L’ho detestata per quasi mezzo secolo e non è mai divenuta un vero lavoro. È come se quella serie raccontasse la mia fragilità, esposto com’ero a tutte le influenze possibili. Sulla strada di Campogalliano tra i filari dei pioppi, ricordo il sorriso sornione di Luigi che mentre scattava certamente si divertiva nel percepire tutto il mio imbarazzo dentro a quel puzzolente travestimento. Il titolo doveva essere: “Orsi a Modena”, o “Verosimile”.

DF: Perché hai abbandonato la fotografia alla fine degli anni Ottanta? E quanto c’entra Ghirri con questo abbandono?

FG: Per sfinimento, credo. L’immagine fotografica ai miei occhi si era sfinita ed era finita in un ingresso, non privo di asperità, nella pittura. Luigi sembrava averlo previsto, quando affermava, vedendo i mie tentativi di “correlativo oggettivo” all’immagine, che l’immagine fotografica doveva bastare a se stessa. Ma Luigi, nel tempo del mio sfinimento, era già lontano, usava la camera con più sicurezza, era diventato un importante interprete della fotografia. La nostra strada si biforcò in due distinte direzioni: io abbandonai la fotografia e lui maturò la consapevolezza che quel mezzo non lo avrebbe abbandonato fino alla fine prematura della sua vita. Forse, penso oggi, era semplicemente finito il tempo dei giochi.

Davide Ferri è critico d’arte e curatore. Vive e lavora a Roma

Franco Guerzoni è nato nel 1948 a Modena, dove vive e lavora