Recensione /

Slip of the tongue Punta della Dogana / Venezia

Lee Lozano, No Title (toilet lid), c. 1962-1963. Materiali vari. © The Estate of Lee Lozano. Foto: © The Estate of Lee LozanoLee Lozano, No Title (toilet lid), c. 1962-1963. Materiali vari. © The Estate of Lee Lozano. Foto: © The Estate of Lee Lozano
Lee Lozano, No Title (toilet lid), c. 1962-1963. Materiali vari. © The Estate of Lee Lozano. Foto: © The Estate of Lee LozanoLee Lozano, No Title (toilet lid), c. 1962-1963. Materiali vari. © The Estate of Lee Lozano. Foto: © The Estate of Lee Lozano

Consiglio: visitate questa mostra con molta calma e tempo. L’esposizione, che va ad inserirsi nel ciclo di eventi nati per presentare la Collezione d’arte di François Pinault  e  curata da Danh Vo, è infatti un vero e proprio esercizio di stile per scelta di opere e allestimento.  L’artista vietnamita, già in collezione, decide infatti nella sua veste di  curatore/organizzatore di accostare alle “sviste” degli altri artisti una serie di sue opere che fanno collante tra le varie sale, con l’aggiunta di alcuni prestiti dalle Gallerie dell’Accademia e dall’Istituto di Storia dell’arte della Fondazione Cini.  La prima opera nel percorso, La Testa del Redentore di Giovanni Bellini, in prestito dalle Accademie,  sembra essere il manifesto del percorso un lapsus visivo nato e conservato nella sua forma attuale per quello che potrebbe essere letto come un “errore” del committente il taglio della tavola originaria per conservandone solo questo dettaglio, applicandone sul verso anche la firma, sempre recisa, dell’artista. 

Un intervento, che paradossalmente, ha reso ancora più unica quest’opera “contro-natura”, dandogli un equilibrio precario che sembra in realtà pervadere sia le altre opere in mostra che il loro allestimento fatto di vuoti, decentramenti e spesso ricerca, da parte del visitatore, per le dimensioni minute delle opere stesse. Infatti se alcune opere sono imponenti  come i cicli di disegni di Nancy Spero, Codex Artaud (1971-1972) e Cri Du Coeur (2004)  o le sculture  natural-tecnicistiche di Nairy Baghramian la maggior parte dei lavori esposti sono di dimensioni più contenute e di una preziosità insita nella materia stessa. Le larve che si corazzano di ore e pietre preziose nell’installazione di Hubert Duprat dialogano con i codici miniati medievali, ma anche con la bocca che fuma, dipinta su un copritazza da Lee Lozano o le surreali gabbie del giapponese,Tetsumi Kudo, dove piccoli mondi-autoritratto rubano spazio a degli uccelli che fuggiti divengono le filiforme sculture e disegni di Petrit Halilaj, impegnati a covare una scultura di Brancusi, sotto un fiore lampada di Alina Szapocznikow. Uno dei possibili e continui giochi di rimandi e “lapsus” tra le opere della cinquantina di artisti  in mostra, uno stimolo perenne  per la mente dello spettatore a cui Danh Vo concede solo un’apparente via di fuga, un trampolino da piscina sulla laguna, opera di Elmgreen & Dragset, apparente perché tra noi e l’acqua c’è un vetro e perché dalle sviste e dall’inaspettato  nella propria vita non ci si salva mai… e forse anche questo è il bello.

by Samuele Menin