Recensione /

Michael Staniak Annarumma / Napoli

Veduta della mostra di Michael Staniak presso Annarumma, Napoli 2015. Courtesy Annarumma, Napoli
Veduta della mostra di Michael Staniak presso Annarumma, Napoli 2015.
Courtesy Annarumma, Napoli

 

Con una serie di effetti che assottigliano l’immagine per concepire risoluzioni alternative a dispositivi preconfezionati, Michael Staniak (Melbourne, 1982) abolisce ogni gerarchia mediale e registra il preesistente per riflettere sulla malleabilità dell’immagine interattiva, legittimandola all’interno di uno spazio plastico ibrido, sfuggente, esteticamente autonomo.

“Permanent Display”, la sua personale organizzata negli spazi della Galleria Annarumma di Napoli, rappresenta infatti un processo creativo che elabora un discorso sull’immagine di un’immagine di un’immagine con lo scopo di verificare l’azione incontrollata dei New Media e inclinarne la fluidità, fino a dissolverla all’interno di ambienti corposi, voluminosi, cromaticamente croccanti e materici.

Il suo è un azzeramento visivo che riflette sullo statuto dell’immagine elettronica e sul territorio babelico dei linguaggi artistici, sulla combinazione del gesto (del prelievo) interattivo con il successivo, inevitabile lavoro di stampa, di fisicizzazione dell’incorporeo, sulla rappresentazione e sulla presentazione dell’oggetto.

“Capire il codice e il potere dei media digitali è come decifrare geroglifici, il primo segno cuneiforme scolpito nella pietra antica”, suggerisce l’artista. Quasi a indicare un percorso che, se da una parte lavora sulla forza dell’esistente, dall’altra riconfigura l’immagine, mediante l’ausilio del touch screen e di alcuni programmi di elaborazione grafica, donandole una nuova densità fluttuante.

BMP_004, BMP_045, BMP_111, BMP_145 e BMP_892 sono alcune delle decodificazioni, delle decriptazioni e successive ricriptazioni che, accanto a una serie di campioni reali di rocce granitiche (233.off, 009.off e 937.off ne sono alcuni) rappresentano un cosmo pungente, uno spazio in cui il pensiero è portato a risolvere un enigma, a interagire con manipolazioni, a immergersi in un’atmosfera — con un collage — che oscilla tra il reale e quello che reale non è.

by Antonello Tolve