Recensione /

Juan Muñoz Hangar Bicocca / Milano

Juan Muñoz, The Wasteland (particolare), 1986. Bronzo, linoleum e acciaio, dimesioni variabili. Courtesy Fondazione HangarBicocca, Milano; The Estate of Juan Muñoz, Madrid Foto: Attilio Maranzano
Juan Muñoz, The Wasteland (particolare), 1986. Bronzo, linoleum e acciaio, dimesioni variabili. Courtesy Fondazione HangarBicocca, Milano; The Estate of Juan Muñoz, Madrid Foto: Attilio Maranzano

Juan Muñoz è un narratore della commedia umana, capace di rendere tangibile l’incompiutezza dell’uomo e la sua inalienabile solitudine. Le sue figure dalle espressioni beffarde e ambigue ci assomigliano ma sono allo stesso tempo aliene, monocrome, fuori scala, quasi un riflesso deformato della nostra società. Raggruppate, sembrano interagire tra loro invitandoci a prendere parte alla loro conversazione muta: osserviamo ma siamo osservati, partecipiamo ma siamo esclusi. È un beckettiano teatro dell’assurdo i cui protagonisti sono monadi che interagiscono unicamente per prossimità, sviluppando attorno a loro uno spazio virtuale — lo spazio dello spettatore — coprotagonista essenziale, quasi scultura tra le sculture come in Conversation Pieces del 1996 e Many Times del 1999.

Quella di Muñoz è anche una ricerca raffinatissima che guarda alla tradizione della scultura classica e alla spettacolarità barocca rielaborandole in chiave contemporanea con costanti riferimenti letterari e artistici, compresenti in una complessa stratificazione testuale. Un forte senso illusionistico permea molte sue installazioni come The Nature of Visual Illusion del 1994-1997 o Hanging Figure realizzata tra il 1997 e il 2001 che si espande verticalmente nello spazio.

La grande retrospettiva milanese celebra l’artista con una selezione delle sue opere più significative tra cui la monumentale Double Bind realizzata per la Turbine Hall della Tate Modern di Londra nel 2001 poco prima della sua morte e mai più allestita dopo allora. È una struttura scenica a tre livelli fruibile da diversi punti di vista: alla sommità due ascensori salgono e scendono incessantemente collegando una vasta piattaforma vuota, scandita illusionisticamente da una serie di lucernari, al piano inferiore, una sorta di parcheggio sotterraneo da cui si può intravvedere un livello intermedio abitato da figure intente in azioni indecifrabili. Tra queste, quasi nascosto, l’autoritratto dell’artista la cui individualità si perde nell’insensatezza: il titolo dell’opera [Doppio legame] richiama l’omonima teoria sulle incongruenze comunicative che determinano la confusione del messaggio. È la profezia di nuova Babele di cui siamo parte.

by Rossella Moratto