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Venezia — Federica MARANGONI, Il Filo Conduttore/The Driving Thread Ca’ Pesaro

Minimale, lineare, visivamente scenografica, la notte, sulla lunare facciata di Ca’ Pesaro, Galleria Internazionale d’arte Moderna di Venezia, è l’installazione dell’artista storica Federica Marangoni, dal significativo titolo Il filo conduttore/The driving thread, a cura di Gabriella Belli. In cracked neon rosso, con l’esito ottico di un’iterata scarica elettrica, è il simbolico filo, connotante significativamente il linguaggio dell’artista veneziana, che attraversa, in caduta verticale, la facciata del Palazzo del Longhena, sul Canal Grande, per incontrare, sul pelo dell’acqua, quella sorprendente Venere tecnologica in forma di monumentale bobina, di sottile lastra di vetro, sul cui asse il filo vibratile dell’esistenza non cessa, metaforicamente, di avvolgersi.

The driving thread, forte elemento segnaletico, continua nello scenario delle due sale interne, in cui protagonista diventa l’Humanitas, dilaniata dai conflitti, scossa dalla paura, segnata dalla fame: dietro il manichino prostrato di una mendicante, avvolta in luttuosi indumenti neri e affiancata da una barriera di filo spinato, da campo di recinzione, campeggia la scritta, ancora in neon rosso, It’s not a good day to be human! Questa barriera di razor wire continua nella stanza adiacente, in cui, viene proiettato l’empatico video Tolerance/Intolerance: una drammatica sequenza di immagini, tratte sistematicamente, compulsivamente, dai mass media e scandite acusticamente dal ritmo cardiaco. Amica e sodale, tra gli altri, degli artisti statunitensi George Segal, Tom Wesselmann, Nam June Paik, indubbia pioniera nel campo del video, sperimenta già nei primi anni Settanta materiali tecnologici innovativi come il fiberglass bianco, il poliestere, la lastra di perspex, il neon, il vetro, che connoterà tutta la sua produzione artistica. Storica la sua installazione-performance The interrogation, presentata nel 1980, insieme alla prima mondiale del suo film The Box of Life, al MOMA di New York. Se, come protagonista, si affianca alle grandi donne della storia dell’arte al femminile, come Lee Krasner, Camille Claudel, Louise Nevelson, Louise Bourgeois, Carol Rama, Joan Jonas, come artista contemporanea è collocabile, a livello concettuale, a fianco di artisti quali Nam June Paik, Dan Flavin, Bruce Naumann, Joseph Kosuth, Jenny Holzer. Nel 2001 la Peggy Guggenheim Collection di Venezia presenta uno Special Event per la celebrazione della sua attività trentennale, introdotto, a livello critico, nel volume, edizioni Fidia-Museo Parco di Portofino, Federica Marangoni – elettronica: madre di un sogno umanistico, dal grande storico dell’arte scomparso Pierre Restany, che ne ha costantemente seguito e apprezzato l’evoluzione e l’innovazione artistica. In quella serata storica viene esposta la videoinstallazione, articolata in sei monitor, Bleeding Heart/Dripping Rainbow, che, rinviando al disastro reale dell’attacco alle Twin Towers dell’11 settembre, rappresenta, nel linguaggio virtuale, un cuore che non cessa di sanguinare accanto a un arcobaleno che non cessa di sciogliersi nei suoi più iridati colori. Opere pubbliche le sono state commissionate nelle città spagnole di Siviglia e Barcellona, nel percorso urbano di Santa Cruz di Tenerife. Attenta alla lezione della scuola di ricerca canadese di Marshall McLuhan, Marangoni identifica precocemente, nella sua opera, il mezzo con il messaggio. Nei suoi progetti, a partire dagli anni Settanta, la glacialità del cristallo si anima di emozione e di pathos. Cittadina, fatalmente ed epocalmente, del Villaggio globale, Federica Marangoni sa recuperare, in un clima di omologazione linguistica, quel giusto Segno che la connota, dando Forma inimitabile al suo Pensiero e alla sua Poetica.

Viana Conti