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Walid Raad — Madre, Napoli

Un viaggio antropologico impegnato a destrutturare i dispositivi politici ed economici che segnano il panorama attuale, un percorso serrato tra le parabole sociali d’oggi, uno sguardo vivace e pungente tra la storia e le storie. Ma anche un bilancio sul peso della guerra, sull’autenticità della documentazione e sul ruolo che gioca il museo in età contemporanea. Il percorso offerto da Walid Raad (Chbanieh, 1967) negli spazi del Museo MADRE di Napoli con “Preface / Prefazione” apre una serie di riflessioni sulla memoria del singolo e della specie per rivelare i mille volti di un’epoca che ha superato ogni illusione. A essere chiamata in causa, nelle sue opere, è una visione dell’uomo e della società fatta di contraddizioni, di collassi brutali, di ottundimenti della ragione, di inconsolabili perdite che rischiano di azzerare ogni speranza di emancipazione umana. Organizzata negli spazi della Re-PUBBLICA MADRE, e prolungata sul secondo piano del museo, la sua prima personale italiana (realizzata in collaborazione con Carré d’Art | Musée d’Art Contemporain di Nîmes), a cura di Alessandro Rabottini e Andrea Viliani, crea un disegno multimediale che — attraverso scrittura, video, fotografia e installazione — “esplora e oltrepassa la cronaca mediatica per approfondire una concezione della società, della storia e dell’arte” (Rabottini-Viliani) e dar luogo così a un personale e passionale procedimento euristico. Una selezione di lavori del ciclo “Scratching on Things I Could Disavow”, al piano terra, rileva e rivela (“in un contesto di conflitti geopolitici, economici, sociali e militari che avevano logorato il mondo arabo negli ultimi decenni”) i processi di globalizzazione che assorbono le trame dell’arte islamica moderna e contemporanea. Le varie fasi del progetto “The Atlas Group” (1989-2004), al secondo piano, ispezionano d’altro canto le conseguenza delle guerre libanesi e mostrano l’artista ancora una volta come un archeologo del presente che cavalca le occasioni del tempo e decostruisce brani roventi di storia per declinarli in un controcampo estetico, in uno spazio che invita lo spettatore ad abbandonare i fatti quotidiani, a riprendere in mano (con responsabilità) la realtà reale.

 

Antonello Tolve