Recensioni /

Henrik Olesen Franco Noero / Torino

Dopo le recenti personali alla Malmö Konsthall, Museum für Gegenwartskunst Basel e MoMA di New York, Henrik Olesen presenta da Franco Noero un corpo di lavoro che si compone di piano in piano all’interno della storica “Fetta di Polenta” in un racconto visivo dalla sintassi ermetica, minimale, quasi sottintesa; specchio della riflessione intorno alla radice immanente del prodotto artistico, identificata dall’artista nel concetto di “vuoto”.

Nel primo spazio espositivo, Olesen sceglie di mantenere visibili i tasselli della mostra precedente al fine di mettere a nudo un luogo inteso come reliquia estetica, ma anche come pars destruens della saussuriana dicotomia tra forma e contenuto; qui il significato dell’opera coincide con la sintesi formale del significante e recupera l’intrinseco valore espressivo attraverso un’indagine volta a privilegiare la dimensione latente del processo rispetto alla struttura narrativa.

Olesen celebra dunque la presenza nell’assenza, eludendo tuttavia il “rischio” di esaurire la propria poetica nell’incognita irrisolta del nichilismo creativo. Le opere installate nei piani superiori della galleria testimoniano la carica propositiva dell’artista, il quale esibisce una sequenza simbolica di chiodi su tela in cui è possibile scorgere la ripetitività del codice binario o di un loop elettronico, oltre che una profonda indagine sociale d’impronta hegeliana circa il peso dell’informazione nel determinare i rapporti di potere. Ma per comprendere la natura del messaggio è necessario partire dal medium; il “nulla” romantico che genera ogni cosa.

Margherita Artoni