Recensione /

Marko Tadić Laura Bulian / Milano

I resti – in senso materiale e culturale – sono oggi una questione aperta: eredità da preservare ma anche pesante ingombro che vincola a un passato che sembra non aver nulla a che fare con il presente. Nei paesi dell’ex-Jugoslavia il retaggio dell’utopia socialista, testimonianza di una sconfitta, è ormai remoto ed è sempre più spesso trasformato in repertorio.

Marko Tadić, classe 1979, conserva il ricordo non nostalgico della storia recente e, con consapevolezza, la guarda da lontano, prendendone a prestito solo dei frammenti. Immagini di architetture, persone, paesaggi e grandi imprese dell’epoca di Tito provenienti da riviste, fotografie, cartoline e vecchi quaderni – acquistati in mercatini – che, associate a parole e disegni, diventano una nuova narrazione: inediti archivi personali, organizzati in libri d’artista o serie di collage tematici compongono un’enciclopedia in cui riferimenti alla cultura alta e popolare si sovrappongono all’immaginario personale riscrivendo la storia da un’angolazione soggettiva.

In Imagine a moving image, importante serie di collage del 2013 – che dà il titolo a questa prima ampia mostra sul suo lavoro –, i frammenti fotografici sono rappresentati come fossero proiezioni cinematografiche, evidenziando il rapporto tra immagini statiche e dinamiche. Tadić dichiara così il suo amore per il cinema e il film di animazione, che è parte fondamentale della sua ricerca. I suoi video – collage animati con la tecnica di stop motion animation, amplificati nella dimensione di brevi cortometraggi – sono eredi della tradizione della Scuola di Film di Animazione di Zagabria, che negli anni Cinquanta diede l’avvio a una feconda stagione di sperimentazione indipendente antidisneyana. Video come We used to call it moon, 2012, e Until the breath of air (2014), raccontano vicende surreali e fantastiche, dai molteplici livelli di lettura. Sono proiettati all’interno di strutture lignee dalla geometria rigorosa che richiamano il minimalismo ma anche soprattutto l’architettura brutalista e, andando indietro, le esperienze costruttiviste.

Questi schermi rappresentano una parallela riflessione sulla relazione tra opera e spazio, un lavoro di scala che spesso formalmente è una citazione diretta di monumenti architettonici esistenti, in un gioco di rimandi storici e di incursioni nel modernismo che l’artista usa con disinvoltura. In questi lavori è il desiderio ludico di creare un nuovo cinema ad ispirare Tadić, così come un museo ideale nelle installazioni Table of contents e Certain lights and atmosferic condition, vere e proprie maquette di spazi espostivi – presentate con una serie di schizzi progettuali, Exhibition spaces – dove opere di arte moderna miniaturizzate convivono con proiezioni e interventi di altri artisti, come il libro dello scultore Ivan Kozaric. Un esempio di disincantata metabolizzazione di una pesante eredità da parte di una generazione che guarda oltre.

 

Rossella Moratto

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News /

Ad Adria da Beuys a Cagol

Il MAAD – Museo d’Arte di Adria e del Delta del Po, nuova istituzione con sede presso Palazzo Bocchi di Adria (Rovigo), apre al pubblico il 20 maggio con una prima importante mostra a cura di Tobia Donà. Fino al 25 giugno sono messi a confronto artisti italiani e internazionali di diverse generazioni, come Joseph Beuys, Stefano Cagol, Gino De Dominicis, Gilbert and George, Sol LeWitt, Giovanni Mundula, Herman Nitsch, Yoko Ono, Luigi Ontani, Vettor Pisani, Fabrizio Plessi, Luca Vanello, accomunati da una tensione a guardare oltre la superficie delle cose.

Ne emergono intenzioni e metodologie espressive differenti e, all’osservatore, lasciati aperti spunti di lettura vasti e intensi, innescati interrogativi più che offerte risposte. In una ricerca del vero le anticipazioni di ieri sono ritrovate nelle opere di oggi, i riverberi di contingenze sociali vengono percepite quali riflessioni universali. L’approccio della mostra rispecchia del resto il carattere dell’Archivio Cattelani, dal quale provengono numerose opere esposte, fondato sull’idea che “alla base dell’attività creativa sta una domanda di carattere metafisico”, come Angela Vettese ha scritto della collezione. “Attraverso”, cosi s’intitola la mostra, è concepita come evento collegato nell’ambito di “Una Visione Oltre”, sempre a cura di Donà, un progetto di Stefano Cagol che prevede la collaborazione di 14 artisti under 35 nella realizzazione di video e performance attorno all’idea di uno “sguardo illuminato” ispirato dalla figura di Luigi Groto, scrittore e intellettuale non vedente nato ad Adria nel ‘500. Il progetto, promosso da Pro Loco Adria, ha vinto il finanziamento di 30.000 euro del bando “CulturalMente innovare con l’arte e la cultura 2015” della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo.

by Milla Hauser

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William Kentridge, Galleria Lia Rumma, Milano

Scheletri medievali, una banda di ottoni, sacerdoti che stringono mazzi di gigli, pazienti in fin di vita nutriti da lunghe flebo, ritratti di propaganda, megafoni, mutilati di guerra, sono parte di un corteo di vinti che marcia, suona, balla in un arido paesaggio dalle reminiscenze sudafricane. È questa danse macabre disperata e allo stesso tempo beckettianamente gioiosa, dal titolo More Sweetly Play the Dance, ad aprire la mostra personale di William Kentridge Triumphs, Laments and Other Processions presso gli spazi di Lia Rumma in Via Stilicone.

Dispiegati in otto schermi circolari, i personaggi paiono intrappolati in un eterno esodo, riportando inevitabilmente all’immagine di profughi in cerca di asilo. In una sorta di solitudine condivisa le icone itineranti si muovono come monadi senza destinazione, sorreggendo silhouettes provenienti dal denso arsenale di schizzi dell’artista. Ancora una volta Kentridge legge la storia attuale intrecciandola a memorie personali e autobiografiche, creando così una narrazione alternativa che rifiuta qualsiasi tipo di istanza definitiva. Ad emergere inoltre è il carattere intermediale dell’artista che, come è noto, non ha mai ha limitato il proprio estro ad un unico mezzo espressivo. Nei piani superiori della galleria, infatti, si trovano i disegni a carboncino, le chine d’inchiostro indiano, le sculture anamorfiche, gli arazzi, le sagome d’acciaio dipinte di nero, scaturite durante la fase di preparazione e studio del suo ultimo progetto Triumphs & Laments, il fregio monumentale realizzato sui muraglioni del Lungotevere a Roma. Anche qui l’ordine viene abbandonato per fare posto a un sistema caotico di riferimenti che si incrociano, richiamandosi a vicenda: la morte di Remo, la Dolce Vita, l’assassinio di Pasolini, l’estasi di Santa Teresa. Cercando il senso della storia a partire dai suoi frammenti, Kentridge tratta i trionfi e sconfitte come concetti labili, mostrando come il successo di alcuni possa risultare una sciagura per altri.

by Giulia Gregnanin

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Recensione /

Maurizio Mochetti, Galleria Giovanni Bonelli, Milano

Il progetto espositivo di Giovanni Bonelli e Nicola Furino ideato per valorizzare la vocazione cognitiva e poetica intorno al concetto di percezione secondo Maurizio Mochetti (Roma, 1940), ospitato nella galleria milanese, comincia a prendere forma in occasione di “Artissima 2015”, quando l’artista pluripremiato – che ha debuttato nel 1967 con una personale nella galleria “La Salita” – compare all’interno della sezione “Back To The Future”.

Per Mochetti, lo spazio è un dispositivo di spaesamento percettivo, con prospettive albertiane, architetture possibili tracciate con luci al neon o laser e la sperimentazione di altri materiali sintetici combinati tra loro. L’esposizione raccoglie lavori dagli anni sessanta agli anni duemila, compresi quelli degli anni’80 ispirati a modellini di Bachem Nattar Ba349 B 1944: l’aereo-razzo a decollo verticale progettato in Germania alla fine della Seconda Guerra Mondiale, mai usato, trasformato in un feticcio anti guerra. Questa prima antologica milanese “sui generis” inscena un itinerario della sua ricerca trasversale basato su sequenze di opere e coniuga l’aspetto analitico con quello immaginativo e creativo. La mostra si risolve in un’ambientazione d’impatto immersivo, in cui lo sguardo si perde lungo le linee disegnate dal laser e altre “fughe prospettiche”, come presupposti visuali che aprono riflessioni sulla potenzialità perfomativa dello spazio. Qui ogni singola opera è una parte di un tutto e in stretto collegamento con le altre, seppure diverse tra loro e in tensione dinamica. Il soggetto non è l’opera ma il processo creativo di Mochetti, ricercatore di idee, coerente nella sua incoerenza, da vedere più che da raccontare. Questa vitalistica messa in scena di una spazialità aperta ingloba forme, materiali differenti e colori, sorprende per leggerezza, con opere che non sono più quelle che sembrano. Tutto viene vissuto attraverso nuovi punti di vista per dissolversi in una dimensione astratta fatta anche di luci e di ombre.

by Jacqueline Ceresoli

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On directing air, amt_project, Milano

Siamo in grado di definire un’entità complessa come l’irrazionale?”. E’ questo l’incipit per comprendere e assorbire “On directing air, una mostra sviluppata e analizzata partendo da un testo di Petra Feriancova che unisce tipologie di pensiero e di approccio lavorativo di artisti storici slovacchi di quella generazione sperimentale che ha prodotto e lavorato negli anni ’60 e ’70 nell’est Europa.

Questo denso percorso espositivo sottolinea uno scambio culturale che il gallerista Alberto Matteo Torri porta avanti da quando, sei anni fa, ha trasferito la sede a Bratislava iniziando a interagire con artisti emergenti di matrice est europea. In occasione di Miart 2016, AMT Project ri-mette un piede a Milano, inaugurando una location particolare: una casa privata, plasmata a galleria senza togliere quel mood intimo di ciò che c’è stato prima. “On directing air” è “una riflessione sull’idea di utopia, di irrazionalità e poesia, di tempo e viaggio. E’ una fuga cosmica all’interno dell’arte concettuale della Slovacchia” racconta Feriancova che lascia interagire – attraverso pareti fitte di poster e fotografie, disegni, dipinti e schizzi, storiche documentazioni, una tovaglia cerata che cala dal soffitto toccando terra – artisti come Peter Bartoš, Cyril Blažo, Stano Filko, Kveta Fulierova, Július Koller, Rudolf Sikora e Feriancova stessa. Grandi nomi in relazione tra loro a ricreare una piccola guida dell’arte slovacca che gira intorno a un’opera/installazione simbolica posta al centro dello spazio come una traccia che solitamente si nasconde: una cassa in legno con alcune opere custodite (non visibili perché chiuse all’interno) in dialogo con altre allestite all’esterno. Interessante anche una composizione di poster su di un muro soppalcato, come rimando a un intervento del 1973 realizzato tra Filko, Sikora, Zavarsky, Laky e Koller, di cui la serigrafia è stata esposta in Italia da Marco Scotini PAV in occasione di Ecologeast. Una mostra che non segue regole, ma che costituisce un dialogo tra passato e storie contemporanee.

by Rossella Farinotti

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B/REFLECTED Max&Douglas, Area 81Roma

Dall’8 giugno al 21 luglio 2016, Fondazione Exclusiva presenta, negli spazi di Area 81 in via Giovanni da Castel Bolognese 81 a Roma  “B/REFLECTED”, il progetto della coppia di fotografi max&douglas che vede in mostra una serie di cinquanta ritratti di noti personaggi italiani, fotografati attraverso il filtro di uno specchio. Un tentativo di ri-contestualizzare la pratica tanto diffusa oggi del “selfie”  rileggendo in chiave moderna il concetto di ritratto.

In contemporanea la Fondazione organizza dal 26 al 29 maggio Portrait Photography, un  workshop gratuito per fotografi under 35, un’analisi del significato del ritratto fotografico nella contemporaneità e che sfocerà nell’esposizione di uno scatto  per ciascuno dei partecipanti in uno spazio appositamente dedicato all’interno della mostra “B/REFLECTED”.

Per maggiori informazioni: www.fondazioneexclusiva.org