News /

Alessandro Rabottini su miart, Milano

Hai parlato di miart come di un “ritratto della città” che racchiude il moderno, il contemporaneo e anche il design. A tuo parere la fiera può assumere il carattere di un evento culturale oltre che commerciale?

Sì, assolutamente. In questo momento i due aspetti in una fiera non possono essere percepiti in modo distinto. Siamo abituati a vederli come se fossero quasi in contraddizione, ma nel progettare una fiera bisogna tener conto di due poli di un’equazione: le gallerie e i collezionisti. Perché questi si incontrino è ovviamente necessario portare in fiera gallerie e opere di qualità, considerando il fatto che i collezionisti viaggiano anche perché attratti da una città con un’ampia offerta espositiva. Questo significa che l’aspetto culturale e quello commerciale devono coesistere.

Ci sono dei cambiamenti nelle sezioni e anche un’aggiunta. Che cosa è differente rispetto allo scorso anno e cosa rimane immutato?

Ad esempio, quella che l’anno scorso era “THENow”, quest’anno si chiama “Generations”. La sezione era pensata per stare al centro della fiera e unire moderno e contemporaneo, due aree che si portano dietro pubblici diversi il cui incontro può dare alle gallerie la possibilità di espandere il loro bacino d’utenza. Se prima l’idea si basava sul dialogo tra un artista storico e uno contemporaneo, da quest’anno a confrontarsi saranno artisti di generazioni diverse. Questo per due motivi: il primo è che credo che gli artisti pensino alla storia dell’arte in modo molto più libero rispetto alla successione cronologica cui si è abituati; il secondo è che in questo momento storico tendiamo a una visione delle cose molto più sinottica e simultanea. L’idea è chiedersi se esiste ancora il concetto di generazione, perché viviamo una contrazione del gap temporale tra una generazione e l’altra e, di conseguenza, assistiamo a un’accelerazione nella differenza di sensibilità e linguaggio tra generazioni.
“On Demand” è una sezione che non esisteva e che non sarà concentrata in un luogo fisico specifico ma i lavori che ne fanno parte saranno esposti negli stand, dislocati nella fiera. Ci saranno opere che utilizzano media diversi: dall’installazione, progetti che non esistono oggi ma che potrebbero essere realizzati, fino a opere che per loro natura hanno bisogno di una manutenzione perché contengono un elemento organico o performativo. Queste opere vivono grazie a una stretta relazione con chi le vede o con chi le possiede e abbiamo pensato fosse necessario mostrare questo rapporto vitale del collezionismo con l’opera.

Quest’anno ci sono anche premi per ogni sezione.

Sì, siamo riusciti a introdurre tre nuovi premi che si aggiungono a quelli confermati dalla scorsa edizione.
Uno per la sezione “Object”, realizzato grazie al supporto di CEDIT Ceramiche d’Italia. La collezione del Triennale Design Museum è la destinazione finale di questo premio in forma di acquisizione per un designer italiano emergente. Credo che questo sia importante perché dimostra come la fiera possa agire da ponte tra eccellenze italiane ben al di là dei quattro giorni della sua apertura.
Value Retail invece è il partner del premio Fidenza Village per “Generations”. Si tratta di un premio di 10.000€ che andrà alle due gallerie che avranno sviluppato il dialogo migliore all’interno di questa sezione. I premi sono importanti come riconoscimento alla grande progettualità che le gallerie esprimono.
C’è un premio anche per la nuova sezione “On Demand”, sempre di 10.000€. Si tratta di una collaborazione con Snaporazverein, un’associazione svizzera che supporta performance e opere sperimentali come installazioni multimediali, nata su iniziativa di Federica Maria Bianchi, collezionista privata con una passione per tutto ciò che ha a che fare con le arti sceniche e il coinvolgimento del pubblico. È importante sottolineare che il premio andrà a una produzione futura dell’artista che la giuria internazionale deciderà di premiare. Anche in questo caso credo sia un bel risultato il fatto che miart possa avere un’emanazione anche oltre il periodo della fiera.
Sono inoltre confermati il premio Herno al miglior stand, il premio per la sezione “Emergent”, il cui partner per la prima volta quest’anno è la piattaforma di crowdfunding online per l’arte contemporanea BeArt e il premio Rotary Club Milano Brera per l’Arte, che prevede l’acquisizione di un’opera da destinare a un’istituzione milanese.
Confermato inoltre il Fondo di Acquisizione Fondazione Fiera Milano “Giampiero Cantoni” per un valore di 100.000€, cosa di cui sono estremamente felice e orgoglioso.

Mentre team e struttura organizzativa sono cambiati? 

Ci sono stati cambiamenti e altrettante conferme. C’è stata l’introduzione di una figura che si occupa delle relazioni con gli espositori e dei progetti speciali che è Oda Albera. Sentivamo il bisogno di avere qualcuno nel team che venisse dal mondo delle gallerie e Oda ha lavorato per dieci anni come direttrice della galleria Massimo De Carlo.
Alberto Salvadori lo scorso anno aveva curato “Decades” e continuerà a farlo, ma la sua responsabilità come curatore ora si estende a tutta l’area del moderno: dato l’ottimo lavoro fatto nella passata edizione su Decades aveva senso che interessasse tutto questo settore.
“Generations” ha come curatori Douglas Fogle da Los Angeles e Nicola Lees da New York, mentre i curatori dei miartalks sono Ben Borthwick e Diana Campbell Betancourt. Realizzati per il secondo anno consecutivo con In Between Art Film, la società di produzione fondata da Beatrice Bulgari, i miartalks avranno anche in questa edizione un focus tematico molto preciso, che sarà il presente e il futuro delle biennali e delle grandi mostre periodiche nel mondo.
Per finire, la selezione delle gallerie emergenti non ha più un curatore ma un Advisory Committee composto da quattro gallerie presenti nella sezione “Established Contemporary” ma che, per la tipologia del loro lavoro, sono in connessione con artisti e gallerie più giovani, si tratta di: T293, Emanuel Layr, Seventeen e Zero…
Dico sempre che miart è una fiera polifonica, fatta di tante voci, perché da più prospettive parli e maggiore sarà il numero degli interlocutori che riuscirai a raggiungere.

La fiera ha un ruolo attivo rispetto a ciò che accade in città durante la Milano Art Week? C’è un coordinamento oppure dopo i primi anni di ricostruzione della rete, ora tutto accade un po’ di conseguenza?

Da anni lavoriamo con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano al coordinamento di un tavolo di lavoro tra le istituzioni pubbliche e private, attive nella promozione dell’arte moderna e contemporanea. Dato il numero elevato di iniziative, quest’anno la Milano Art Week inizierà addirittura dal lunedì anziché dal mercoledì, e questo è un segnale di quanto il sistema dell’arte della città senta profondamente questo momento e di quanto vivace sia il momento che Milano sta vivendo. Credo davvero che la nostra città stia trascorrendo una fase incredibile ormai consolidata da anni. Ci sono mostre e progetti che inaugurano durante la settimana di miart e proseguono durante il Salone del Mobile, consolidando una struttura che mette Milano al centro dell’attenzione internazionale in un arco di tempo di due settimane.

In senso inverso, invece, a Milano diverse sono le realtà che si sono distinte: penso ad esempio all’apertura della Fondazione Prada, all’alta qualità delle mostre proposte da HangarBicocca e Fondazione Trussardi. Quanto questo tessuto ha contribuito a far crescere anche miart?

Enormemente. Penso che una fiera non possa funzionare se non ha un contesto come questo che la ospita. Per lo stesso motivo di cui parlavamo prima: molte persone visitano una fiera anche perché vogliono visitare quella determinata città in un momento particolare dell’anno, è impensabile credere che una fiera possa funzionare se non funziona il contesto in cui essa vive. Personalmente sono molto riconoscente sia agli espositori che investono su di noi, sia a chi rende possibile il fatto che quei giorni siano così densi.
Noi accendiamo i riflettori per una settimana, ma la progettualità e la qualità della proposta espositiva cittadina di cui parli tu, viene espressa tutto l’anno dagli attori attivi in città e ciò crea una solidità strutturale percepita sia a Milano sia all’estero.
Ho vissuto a Milano dal 2001 e l’energia e la qualità che ci sono ora le sento e le vedo per strada, nelle persone che incontro. La città sta attraversando un momento di grazia incredibile che ricorderemo per molto tempo.

Siamo uno dei paesi con l’imponibile Iva più alta nella vendita di opere d’arte. Quanto aiuterebbe le gallerie e le fiere italiane una modifica dell’aliquota? 

Sicuramente aiuterebbe molto, agevolerebbe gli scambi. C’è da dire anche che pur essendo vero questo discorso va contestualizzato all’interno di uno scenario più ampio.
Bisognerebbe però smettere di pensare al collezionismo privato come a un fatto privato, perché in realtà ha una ricaduta pubblica: stimola l’economia legata all’arte, permette agli artisti di lavorare e alle gallerie di fare progetti, ma se riconosciuto può aiutare enormemente il lavoro delle istituzioni pubbliche per quanto riguarda la costruzione delle collezioni e la formazione della memoria collettiva.

Per questo tuo primo anno di gestione ti sei dato degli obiettivi? Quali?

Questa edizione per me è di consolidamento, quindi l’obiettivo è quello di rendere più solida la fiera. miart negli ultimi anni ha fatto tantissimo e sono contento di averne fatto parte prima come coordinatore curatoriale e responsabile dei talk e poi come vice-direttore, ma non mi prendo la paternità di questo successo, perché Vincenzo De Bellis ha fatto un lavoro enorme di riposizionamento.
C’è anche il tema legato all’espansione, che però non deve essere interpretato solo in termini numerici: c’è una forma di espansione orizzontale fatta di dati (quest’anno abbiamo 20 gallerie in più), ma ci dev’essere anche un’espansione verticale, di approfondimento dei contenuti. Gli espositori portano dei progetti di enorme qualità ed è nostro dovere lavorare ancora per fare in modo che vengano recepiti dal pubblico.
Se funzionerà ne trarremo vantaggio tutti, la città e anche la nazione, perché visitare una città significa sentire un paese. Se le cose andranno bene non ne farò una vittoria personale ma sarà una vittoria di tutti e non lo dico per sembrare umile, ma perché tecnicamente è così.

Angela Maderna

leggi di più
Recensione /

Colloquio Mitico Fonti / Napoli

L’astrattismo ha vissuto costantemente una tensione fra artisti che preferivano evocare uno stato ideale attraverso l’allontanamento dal reale e quelli che, invece, attuavano il percorso d’astrazione tramite una spiccata materialità delle tele o nella ripetizione del tratto.

“Colloquio mitico” sembra scegliere questa seconda strada per presentare un dialogo fra artisti storici e recenti che hanno scelto, chi occasionalmente e chi metodicamente, la grammatica astratta dove la materialità e l’immanente percettivo divengono la necessaria cifra stilistica.
La scultura di Consagra del 1959 da cui è tratto il titolo della mostra, esprime il senso di questa mostra collettiva che, attraverso il confronto fra generazioni diverse di artisti, si pone domande più che mai attuali sul significato del gesto e delle scelte formali. L’artista siciliano, con la celebre “scelta frontale” dettata dal desiderio di dialogo diretto con lo spettatore, ricorda quanto le avanguardie fossero dense di idealismo e di ideologie.
Le sculture in ceramica (Untitled, 2012) di Fabian Marti se in parte ricordano i dischi in vinile, in realtà rivelano il movimento che le ha formate l’una diversa dall’altra, così come sono diverse tra loro le dinamiche e le storie che le opere incontrano e le riflessioni che esse generano.
Quindi, il dialogo procede verso Superficie 535 (1961) di Giuseppe Capogrossi con i suoi celebri segni reiterati, “moduli” di espressione che per la loro riconoscibilità descrivono la storia e la conseguente affermazione di modelli.
Seb Patane con una serie di lavori su lamina di alluminio concretizza in tratto e materia la musica, non dimenticando di mostrarci con i collage gli strumenti con cui la musica vive, mentre i lavori neo-primitivisti, Untitled (1970) di Philadelphia Wireman, (artista di cui non si conosce l’identità) azzerano l’autorialità e attestano come necessità sia l’espressione che il confronto con il mondo.

Maria Teresa Annarumma

leggi di più
Recensione /

Alessandro Carano e Francesco João Scavarda Mendes Wood / West Room

“La bellezza non è l’obiettivo degli sport di competizione, ma lo sport di alto livello è uno degli ambiti in cui la bellezza umana ha le maggiori probabilità di esprimersi. Il rapporto è più o meno quello che intercorre fra il coraggio e la guerra.” scrive David Foster Wallace nel suo famoso libro Roger Federer come esperienza religiosa, pubblicato nel 2006.

“Donkey Man”, la mostra di due artisti italiani Alessandro Carano e Francesco João Scavarda a Mendes Wood, San Paolo, si svolge con l’eleganza di una partita di tennis.
Utilizzando un approccio ludico nella produzione della mostra, quest’ultima non risulta una semplice collaborazione fra gli artisti, ma va a configurarsi piuttosto come uno scambio di battute su diverse posizioni artistiche, lasciando spazio a riflessioni più ampie sulla natura dell’arte e della rappresentazione pittorica.
Gli artisti, nel testo che guida tra i lavori  in mostra, dichiarano: “Individualmente, le nostre opere non hanno molto in comune, ma entrambi lavoriamo con l’idea del sublime che riflette meno quel senso romantico, quanto più la strana sensazione di disagio adrenalinico che si avverte quando si ha di fronte l’imprevedibile o l’ignoto”.
Esposte formalmente nei due spazi confinanti, le opere si alternano, offrendo indizi accidentali e collegamenti, emancipando lo spettatore attento e riuscendo a confondere quello distratto.
Le sei tele di Scavarda, Untitled (2016-17) flirtano con la storia della rappresentazione attraverso gouache delicate dalle tonalità pastello. Altamente controllate nel processo e con allusioni a motivi della pittura classica, le opere giocano con le superfici, fuorviando la percezione dell’occhio attraverso piani visivi stratificati e elementi inaspettati come tagli o nastri verniciati.
Anche l’opera di Alessandro Carano presenta un dialogo pittorico, nonostante utilizzi i materiali e la loro giustapposizione come punto di partenza: White Line, Untitled e Cronodrama (2017) impiegano carta vetrata, griglie di alluminio, nastro metallico e viti componendo paesaggi cromatici; mentre Lovecraft (2017) e Tentaculus (2017), suggeriscono ambienti futuristici attraverso l’uso di nastro d’argento. L’immagine confusa dello spazio e delle persone riflessa dai lavori confonde i contorni della mostra creandone un’opposta – se non distopica – rappresentazione. Tornando al testo d’introduzione scritto dagli artisti, non riesco a smettere di pensare all’idea di disagio in relazione al sublime, concetti in opposizione così perfetta fra loro al punto di restituire a ognuna un senso più profondo.

Attilia Fattori Franchini

(Traduzione dall’inglese di Eleonora Milani)

leggi di più
Recensione /

Mario Milizia Viasaterna / Milano

La mostra di Mario Milizia “Controcuore”, presso la galleria Viasaterna, nasce da gesti di traduzione e traslitterazione. Alla base di ogni gesto c’è un dato che, attraverso uno slittamento linguistico o formale, si vuole mettere in discussione.

A volte questo dato è l’identità dell’artista – un io irripetibile, altre è l’identità dell’artista in quanto soggetto antropologico concluso. La serie di arazzi che costellano la mostra (per tutte le opere, 2017) riportano così una collezione di poesie che Milizia ha scritto nel 1992 e che qui sono tradotte in latino, greco, spagnolo e portoghese, in riferimento ai gruppi etnici ai quali un’analisi del DNA ha fatto risalire le origini dell’artista. Queste poesie, composte tramite la tecnica del cut-up, sono delicate affermazioni di un sé in constante movimento – una delle tante recita: “Lascia che ti dica qualcosa di me stresso. / Con occhi curiosi ho guardato / e nessun muro / io vidi. / Vidi una porta”. Visitando “Controcuore” si ha la sensazione di trovarsi di fronte all’arte di un viaggiatore. E tale è davvero Milizia, che viaggia intorno al globo, come pure nella storia, per costruire narrazioni poliamorose. “Controcuore” è anche il titolo di una scultura in bronzo, la cui forma è appunto quella del controcuore, uno strumento che si frapponeva tra la bocca del camino e la sua cornice con funzione di protezione – ancora l’allegoria di uno soglia da attraversare per arrivare al nocciolo della questione. Milizia decora il suo controcuore sovrapponendo un motivo Arts & Crafts e uno di origine arabo-andalusa. I due motivi non si fondono ma si avvicendano, come in un fraseggio di contrappunto non esiste polarità ma solo coesistenza. L’ultima sala della mostra presenta un’altra scultura, Del presente parla, una maquette di legno di un edificio classicista o un mobile d’antiquariato – poco importa, perché è proprio in questa molteplicità di interpretazioni che si può dare tanto agli uomini del Sud che a quelli del Nord, tanto agli uomini del passato che a quelli del futuro la possibilità di riconoscere in un dato manufatto un proprio sistema di valori.

Michele D’Aurizio

leggi di più
Recensione /

Michael Moling su SMACH, San Martin / San Vigilio (BZ)

L’arte contemporanea è sempre più spesso chiamata a confrontarsi con territori apparentemente distanti dal suo raggio d’azione. Dal 2013 SMACH, attraverso bandi biennali, lavora sull’interazione tra arte e il territorio di San Martin/San Vigilio, in Alto Adige. Può spiegarci di cosa si tratta?

SMACH – constellation of art, culture and history é un progetto di land art e arte pubblica consistente in una call aperta a tutti gli artisti, che quest’anno si chiude il 19 marzo. Una giuria internazionale seleziona dieci lavori che da luglio a settembre vengono esposti in altrettanti luoghi dei comuni di San Martino in Badia e Marebbe (BZ), compresi nell’area delle Dolomiti patrimonio dell’UNESCO. Gli ideatori siamo Iaco Rigo e io. Il progetto è organizzato e gestito da un gruppo direzionale stabile composto da Gustav Willeit, Katharina Moling e me. Per ogni edizione, invece, viene scelta una giuria diversa, di quella attuale fanno parte Lois Anvidalfarei (artista ladino), Gianluca D’Incà Levis (Dolomiti Contemporanee), Michael Petry (MOCA, Londra), Letizia Ragaglia (MUSEION, Bolzano) e Not Vital (artista svizzero).

Che rapporto cercate di instaurare tra arte e territorio?

L’obiettivo generale di SMACH è ricercare un rapporto virtuoso tra l’arte contemporanea e un territorio montano unico e fragile, tutelato tramite Parco Naturale, Natura 2000 e Patrimonio Mondiale UNESCO. Le location scelte sono tutte spettacolari dal punto di vista paesaggistico, ma anche fortemente legate alla storia di queste zone: l’unione di tali aspetti costituisce il terrain fertile per la creazione delle opere e innesca una sinergia che permette di guardare in modo nuovo al territorio, al paesaggio, alla storia e alla cultura che lo caratterizzano. Questo accade sia ai tanti ospiti che ogni anno giungono da tutto il mondo, sia agli abitanti, che possono osservare la loro terra da una prospettiva diversa e avvicinarsi all’arte contemporanea.

Come va inteso il tema di quest’anno, “Contrast”?

Nelle corso delle tre edizioni il rapporto tra le opere d’arte e la storia del territorio è divenuto sempre più stretto e significativo. Il tema “Contrast” è inteso nella sua accezione più ampia e prende le mosse dall’apparente contrasto tra un ambiente naturale preservato nella sua integrità e l’arte. Mantenendo come imprescindibile il rispetto dell’ecosistema, vogliamo creare una dialettica tra i lavori degli artisti e la natura che li accoglie, osservare le tematiche e le dinamiche sollevate da questo incontro. Le opere vengono collocate a un’altitudine compresa tra i 1100 e i 2300 metri e sono raggiungibili attraverso sentieri escursionistici: percorrendo le vie di montagna il visitatore entra in un contatto profondo con l’ambiente alpino, ne scopre (o riscopre) caratteristiche, storia e cultura.

Silvia Conta

leggi di più
Recensione /

Roberto Cuoghi Centre d’Art Contemporain / Ginevra

“Il senso delle cose era tanto diverso che riuscivamo solo a registrare i margini di un segreto elaborato”.

È l’affermazione di Jame Axton, protagonista de I nomi di DeLillo che, a contatto con le antiche civiltà greca e mediorientale, si ritrova in un territorio estraneo, incapace di riconoscere un centro cui ricondurre i particolari. La prima retrospettiva di Roberto Cuoghi, che ripercorre vent’anni di attività, sospinge similmente lo spettatore ai margini di un segreto complesso, a partire dall’enigmatico titolo. È nella forma in formazione, nella natura naturans che risiede la qualità vitalistica che attraversa l’opera di Cuoghi, nella quale il centro si disperde nel processo, nella continua propagazione delle forme, nella loro ricorsività. Al primo piano dell’esposizione, il demone Pazuzu è immanente a un cospicuo corpus di opere: come per l’azione del vento di cui è sovrano, egli plasma la materia, la scalfisce per imprimervi le proprie fattezze, migrando dai disegni al legno, alla pietra. La variazione nella ripetizione è alla base di Putiferio (2016-17): una proliferazione di granchi in ceramica, ottenuti dalla scansione tridimensionale di un vero granchio, lavorati con materiali eterodossi e tecniche sperimentali, infine cotti in forni realizzati dall’artista. Frutto di ibridazioni e innesti, mutilazioni e aberrazioni, secondo la definizione di Baltrušaitis, le sculture invitano a disarcionare la logica, ad accogliere la deformazione e il travisamento come parte integrante del processo di formazione. Al piano superiore è il volto stesso dell’artista ad aver subito la reiterazione, sempre diversificata, sia negli autoritratti del 2010 sia in quelli de Il Coccodeista (1997), serie che ne conta in totale circa settanta, tracciati su carta da lucido, eseguiti da Cuoghi indossando un paio di occhiali su cui sono stati montati i prismi di Pechan che invertono la visione. Mentre lo sguardo dello spettatore insegue le caleidoscopiche fattezze dell’artista, il suo effettivo aspetto si ritrae, come in un rimando di echi di cui non si riconosce l’origine. Lo stesso avviene osservando le figure dai contorni sdoppiati che affiorano sulle superfici, dense da sembrare palinsesti, dei cosiddetti Asincroni (2003) o delle mappe (2003-07), immagini fantasmatiche, decentrate, provenienti da dimensioni sconosciute, che abitano una smagliatura del tempo.

Sara De Chiara

leggi di più