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Boetti / Salvo MASI / Lugano

“Vivere lavorando giocando”. Con queste parole, Salvo racconta l’amicizia con Alighiero Boetti in un’intervista del 2011. Quella testimonianza evoca con intensità l’atmosfera da cui la mostra al MASI di Lugano prende le mosse (al punto da diventarne il titolo): la breve ma intensissima stagione tra il 1969 e il 1971, in cui i due artisti vivono entrambi a Torino, condividendo in modo serrato vita quotidiana e dibattito artistico, fino al trasferimento di Boetti a Roma avvenuto nel 1972.

La mostra – a cura di Bettina Della Casa – è la ricostruzione filologica di un prezioso frammento di uno dei momenti più fecondi della storia dell’arte italiana e restituisce un’istantanea del confronto diretto e appassionato tra i due artisti.
Il percorso espositivo si sviluppa in senso longitudinale e procede per piccole, quanto ricche sale poste una di fronte all’altra, in modo che il visitatore possa sempre seguire in parallelo l’evoluzione del lavoro di entrambi gli artisti: sulla sinistra le opere di Boetti e sulla destra quelle di Salvo. I titoli delle sezioni enucleano l’essenza delle fasi della rispettive ricerche e guidano il confronto: “Immagini del sé – diventare il proprio doppio, diventare un altro”; oppure “Fare frasi – ricamare, incidere” o ancora “Mappe – Afghanistan, Mondo, Sicilia, Italia”. Alla fine del percorso, nella sezione “Infinita varietà del tutto”, si prende atto della distanza incolmabile che le antitetiche concezioni della pittura e del ruolo dell’artista hanno scavato nel percorso dei due artisti, cristallizzandosi nel ritorno radicale e definitivo alla pittura per Salvo e nel rafforzamento delle partiche di disseminazione e delega per Boetti.
A contestualizzare il sodalizio tra i due artisti, nello Spazio -1, è la mostra collaterale “Torino 1966–1973”, – sempre a cura di Bettina Della Casa – che attraverso una trentina di opere dei protagonisti dell’Arte povera, alcune delle quali provenienti dalla Collezione Olgiati, tratteggia il profilo della vivacità artistica del capoluogo piemontese di quegli anni, di cui le ricerche di Boetti e Salvo furono imprescindibili tasselli.

Silvia Conta

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La terra inquieta La Triennale / Milano

Rappresentare le migrazioni senza cadere nella spettacolarizzazione della tragedia e nella costruzione stereotipata della figura del migrante è il compito arduo che si prefigge questa mostra, curata da Massimiliano Gioni e promossa dalla Fondazione Trussardi negli spazi della Triennale. I sessantacinque artisti invitati – per la maggior parte di provenienza extraeuropea – raccontano gli spostamenti umani condizionati da crisi, guerre e carestie, come un incessante movimento che ciclicamente coinvolge diverse parti della terra: terra inquieta, appunto, senza tregua e senza pace, luogo precario della diaspora umana.

È una narrazione che parte dal passato – quando gli “stranieri” eravamo noi, come mostra la serie di copertine della Domenica del Corriere sull’emigrazione dei nostri connazionali verso gli Stati Uniti agli inizi del Novecento e le fotografie di Hine, Sherman e Lange – e arriva al presente, con gli oggetti recuperati dai naufragi dal Comitato 3 ottobre.
Gli artisti si esprimono per frammenti, si fanno portatori di storie personali, come Al Solh e Khalili; erigono precari memoriali anticelebrativi come, tra gli altri, Gaba, Abdessemed o Vō. Rivelano più che descrivere, anche se non mancano progetti con un taglio sociopolitico come quello di Multiplicity. Non si tratta solo di testimoniare ma anche di interrogarsi sulla verità e autenticità delle immagini, come fa Collins denunciando la mistificazione mediatica cui siamo sottoposti.
“La terra inquieta” pone l’urgente riflessione sulla rappresentazione di sé e dell’altro e sulla costruzione storica e culturale del nostro sguardo – quello del primo mondo, occidentale, ricco e capitalista – che categorizza l’alterità come subordinata stigmatizzando povertà e bisogno, eletti ad attuale nemico da combattere. Ci si interroga anche sul ruolo dell’arte e sulla sua capacità (o incapacità) di incidenza, e sulla necessità da parte dell’artista, in quanto intellettuale, di una presa di posizione critica nei confronti del reale partendo dalla propria posizione di privilegio.

Rossella Moratto

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Live Works 2017 / Centrale Fies, Dro

Una centrale idroelettrica di inizi ‘900 situata fra le montagne trentine è il luogo che fa da cornice a “Drodesera”, il festival per le arti performative che dal 1980 rappresenta una delle rassegne italiane più attente all’articolato ambito delle live arts. L’edizione di quest’anno è titolata “Supercontinent” e si propone di edificare una neo-geografia, una “Pangea” in cui a prosperare sono identità ibride, incerte, dirottate, che sfuggono alle griglie del “canone occidentale” e ai paradigmi del politicamente corretto.
Il programma di “Supercontinent” si compone di proiezioni cinematografiche, prime nazionali di videoarte e, naturalmente, performance (tra gli artisti invitati: Roberto Fassone, Riccardo Giacconi, Alessandro Sciarroni, Francesca Grilli, ecc.).

A fare da apripista a questo macro-evento da cinque anni è Live Works Performance Act Award, una residenza dedicata alle pratiche live che, attraverso il formato dell’open-call, si indirizza ad artisti emergenti. Più di trecento sono state le candidature ricevute quest’anno, dieci invece gli artisti selezionati – scelti da un team curatoriale composto da Barbara Boninsegna, Simone Frangi, Daniel Blanga Gubbay, e da un board di professionisti esterni di cui fanno parte Lorenzo Benedetti, Vincent Honorè, Eva Neklyaeva, Manuel Segade e Christine Tohmé – a cui viene affidato un piccolo budget per produrre una performance da presentare nei tre giorni di resa pubblica.

Più che la qualità dei lavori presentati a essere particolarmente incisiva è la volontà dei curatori di lasciare da parte la nozione di performance per assumere quella più completa di live art – che abbraccia la sound art, la text-based e lecture performance, il multimedia storytelling, le pratiche coreografiche e i progetti workshop-based. Performance è un termine che purtroppo, sempre più spesso, è associato all’idea di produzione forzata e presentazione pubblica del corpo, come dimostra Sven Lütticken nel suo saggio “General Performance” (e-flux Journal, n.31, gennaio 2012), contestualizzandolo nel sistema economico neoliberale: “nell’economia di oggi, ‘performance’ non si riferisce solamente alla produttività del lavoro, ma anche a un’effettiva, quasi teatrale auto-presentazione, un’auto-performance in un’economia dove il lavoro è diventato più dipendetene a fattori immateriali”. In quest’ottica risulta doveroso riconoscere il successo della decisione da parte del board curatoriale di Live Works di non selezionare un vincitore (a cui poi sarebbe andato un premio in denaro) ma ridistribuire il budget, in modo da osteggiare competizioni e classificazioni vincitore/vinti.

Per entrare più nel vivo in alcune delle pratiche degli artisti selezionati (Alok Vaid-Menon, Claudia Pagés Rabal, Gaetano Cunsolo, Kent Chan, Lisa Vereertbrugghen, Madison Bycroft, Mercedes Azpilicueta, Mohamed Abdelkarim, Rodrigo Sobarzo de Larraechea e Urok Shirhan) non si può fare a meno di notare un’attenzione generale verso le questioni di genere, le micro-narrazioni e le condizioni periferiche e marginali. L’artista irachena Urok Shirhan, ad esempio, con la performance Empty Orchestra (titolo che riprende l’etimologia della parola karaoke: kara significa “vuoto”, mentre ōkesutora significa “orchestra”), ha doppiato in arabo canzoni di star internazionali – da Beyoncé a Mariah Carey – per svelare come l’identità si possa legare a linguaggi e suoni, oltre che a luoghi e confini.
Gaetano Cunsolo, unica presenza italiana, ha portato una performance intima e meditata: nel corso delle tre notti di Live Works ha costruito e poi distrutto una casa composta da pezzi di legno, rifiuti plastici e ferraglie trovate nella periferia di Dro. Soon as night falls… I’ll start to built è una riflessione sul demanio, e sul fatto che costruire una casa in una notte in diverse culture sia considerato di buon auspicio, forse perché è nello spazio vacuo del crepuscolo che può trovare campo una nuova presenza.
Più di petto è stata la performance dell’artista transgender Alok Vaid-Menon. Questi, dopo essersi prodigato in un lungo, isterico, monologo sugli stereotipi attribuiti ai transgender, ha iniziato a manifestare il proprio stato di asia su diversi social come Tinder e Instagram, scrivendo ai propri “match” invettive contro la discriminazione e la violenza, e pubblicando selfie sorridenti con una didascalia all’immagine intrisa di paura e solitudine. L’operazione era visibile grazie a un dispositivo tecnico che collegava il suo smartphone a un maxischermo, svelando il tema – negli ultimi anni spesso dibattuto – della manipolazione della verità nella comunicazione del sé.
Anche Rodrigo Sobarzo de Larraechea ha messo alla prova la pazienza del pubblico in uno spettacolo acquatico poco consistente, che ha sfruttato le suggestioni del buio per presentare un’indagine grossolana sull’estuario e la geologia tout court.
Operazione molto strutturata invece quella di Mohamed Abdelkarim, che ha messo in scena l’ultimo capitolo di un progetto iniziato nel 2014, Dramatic episodes about Locomotion, un complesso archivio di libri, cartografie, poesie, immagini, tracce musicali e oggetti che incrociano aneddoti personali e narrazioni fittizie a eventi storici così da mettere in crisi il materialismo storico e il concetto stesso di verità. Mercedes Azpilicueta infine con Yuko & Justine (rispettivamente Yuko Yamaguchi, colui che, sopravvissuto a Hiroshima, descrisse il momento esatto della caduta dell’ordigno, e Justine, la protagonista del libro Justine ou les malheurs de la vertu del Marchese de Sade) ha creato uno script immaginario interpretato da alcuni abitanti del luogo. Ancora una volta si tratta di un tentativo di costruzione di un racconto soggettivo, instabile, dove memoria individuale e racconto collettivo s’incontrano, si contaminano e si ibridano.

Giulia Gregnanin

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And if I left off dreaming about you? Foothold / Polignano a Mare

Le Rovine Circolari di Jorge Luis Borges racconta la storia di un uomo nuovo, composto dalle molecole del sogno del suo creatore, che diviene sempre più reale grazie all’intensità di questa attività onirica. A questo immaginario fa riferimento “And if I left off dreaming about you” a cura di Like A Little Disaster, mostra collettiva che riflette sulla tecnologia immersiva, e su come questa sta modificando l’uso del corpo e la nozione stessa di realtà.

La decodificazione dei segni unici della pelle e la percezione aptica diventano, nelle ricerche degli artisti, il margine che si interpone tra corpo reale e corpo immaginario. In Last season (2017) di Gioia Di Girolamo la riproduzione di ambienti naturali, filtrati da dispositivi digitali, è messa in relazione con l’involucro di un corpo che lascia emergere la produzione abitudinaria di identità frammentarie. L’assenza del corpo e la sua conseguente mutazione nei codici telecomunicativi si ritrova anche in Their Hands (2016) di Lito Kattou, scultura in acciaio zincato, onirica e astratta, che attiva una percezione elettronica del mondo e rende manifesto il cambiamento della gestualità nell’era del touch screen. La suggestione del corpo viene meno anche nelle tele di Motoko Ishibshi e nelle video-animazioni di Stine Deja che, creando un immaginario di personaggi al limite del post-identitario, fanno rispettivamente riferimento all’estetica dell’anonimato delle piattaforme online off-stream e al cyberspazio come possibile estensione del sistema nervoso. Con Cyphoria (2015), Stine Deja offre un invito parodistico ad abbandonare le limitazioni del corpo fisico per vivere in forma sempre più psichica e mentale una realtà totalmente ricreata che ritorna infine, con sottile intelligenza, nelle tele di Botond Keresztesi e nei profumi sintetici utilizzati per l’installazione ambientale di Maurizio Vicerè. Con questo complesso nucleo di opere, “Like A Little Disaster” offre una visione ben definita sul rarefatto mondo delle “non-cose” e sulla crescente smania ossessiva verso l’evanescente e l’illusione.

Laura Perrone

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Domenico Gnoli, Palazzo del Comune / Spoleto

La mostra “Domenico Gnoli. Disegni per il teatro. 1951-1955” a cura di Michele Drascek e Duccio K. Marignoli, è stata pensata e realizzata nel contesto del Festival dei Due Mondi come tributo a Domenico Gnoli, artista dalle straordinarie doti tecniche che lo hanno sempre contraddistinto nei campi del disegno e della scenografia.
L’esposizione – organizzata e prodotta dalla Fondazione Marignoli di Montecorona, in collaborazione con l’Archivio Domenico Gnoli di Roma e il Comune di Spoleto, con il patrocinio della Regione Umbria – si presenta come un archivio ambientale, caratterizzato dalle pareti perlopiù buie su cui si stagliano i disegni per il teatro. 

Il catalogo, ad opera del graphic designer Giovanni Di Natale, riverbera il lavoro di ambientazione dei disegni in mostra, riportando un’alternanza di bianchi e neri che conferiscono ritmo al fluire di immagini riprodotte; la pubblicazione pare così un archivio bidimensionale all’interno del quale fanno capolino anche riproduzioni di appunti dello stesso Gnoli.
Il teatro è, infatti, uno degli ambiti in cui il talento di Gnoli si è espresso con estremo nitore. Dotato di straordinario bagaglio culturale che lo ha reso autonomo e distaccato nei confronti di certi tic della cultura artistica contemporanea, Gnoli era solito dichiarare di voler porre con fermezza la sua indagine artistica in spirito di continuità con quella tradizione “ non eloquente” nata in Italia nel Quattrocento e arrivata fino a noi passando, da ultimo, per la scuola metafisica – concetto più volte ribadito da Drascek. Gnoli, inserito nel giro della cultura internazionale, amico, tra gli altri, di Jean-Louis Barrault, Leonard Bernstein, Henri Cartier-Bresson, a ventidue anni ha realizzato le scene e i costumi dell’opera di William Shakespeare As you like it, per L’Old Vic Theatre di Londra, presentato a Lawrence Olivier e a John Gieland Da Barrault.
L’artista, però, ha rifiutato il successo sicuro del teatro per la pittura. Fedele, in questa scelta, alla sua cultura classica: ad esempio, dalla pittura fiamminga Gnoli desume la sua predilezione per il punto di vista rialzato, che conserverà anche dopo il ‘64 quando arriverà alla definizione del suo linguaggio, che si identifica nell’evidenziazione e nell’ingigantimento di un frammento di immagine.

Marco Tagliafierro

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Altrove Festival / Catanzaro

Ogni possibile campo semantico della parola “altrove” rinvia a un dislocamento, che in una fase così delicata della crisi economica rimanda a fenomeni di molti giovani dalla periferia al centro urbano.
A Catanzaro la parola “altrove” è utilizzata come nome di un festival d’arte contemporanea che – insieme ad altre manifestazioni simili (FRAC Festival, Color Festival e Guarimba) nate negli ultimi anni grazie alla passione e all’energia di giovani curatori – intende “mettere radici” e portare del “nuovo” in un territorio che presenta ancora diverse problematiche ma, allo stesso tempo, racchiude numerose potenzialità in grado di competere con altri contesti più attivi dal punto di vista culturale.

Altrove Festival, svoltosi dal 20 al 22 luglio nel centro storico della città, si è strutturato come un evento dedicato alla street art e, allo stesso tempo, come un festival d’arte capace di coinvolgere linguaggi ed espressioni artistiche diverse. Un altrove fisico, immateriale e mentale, in grado di produrre eterotopie che configurano “luoghi altri”, dove Catanzaro è vista come spazio per la manifestazione del proprio pensiero, del proprio sentire e come simbolo di connessione con luoghi differenti.
Come hanno dichiarato Edoardo Suraci e Vincenzo Costantino, curatori del festival: “Le edizioni precedenti hanno reso il capoluogo calabrese e il suo territorio più contemporaneo e moderno, non solo per le quaranta opere d’arte pubblica disseminate tra la città e il lido, ma anche per un nuovo e attivo interesse verso eventi culturali e artistici, scaturito nel tessuto popolare e politico del luogo. Questa IV edizione, si presenta molto diversa dalle altre, sia per estensione degli interventi sia per i linguaggi artistici adottati e soprattutto per la scelta di operare nel cuore del centro storico, al fine di valorizzare, rivitalizzare e rieducare al concetto di bellezza un ambito urbano trascurato e rassegnato al degrado estetico”.
Erano ben otto gli interventi installativi e svariati gli eventi musicali e performativi, che hanno trasformato gli edifici e le piazze della città, generando nel pubblico un’esperienza multisensoriale, che ha reso la manifestazione più dinamica e capace di coinvolgere l’intero tessuto urbano.
Il percorso tra le opere parte da cortile del Complesso Monumentale del San Giovanni, con la grande installazione Aria dell’artista spagnolo Gonzalo Borondo, un lavoro composto di 185 pannelli in vetro e 73 figure femminili in bianco e nero, realizzate in serigrafia e rifinite a mano dall’artista, al fine di ottenere quel particolare effetto graffiato che consente di connettersi con il contesto architettonico e naturale. Non una barriera ma un’opera che porta il visitatore a percepire punti di vista sempre differenti.
Si prosegue con l’opera dell’artista 3TTMAN (Louis Lambert), francese di nascita ma spagnolo di adozione, conosciuto e apprezzato per i suoi murales. Per Altrove Festval 3TTMAN progetta Exit For All, un murale che mescola le forme classiche di un tempio della Magna Grecia ai simboli contemporanei delle istruzioni di sicurezza presenti in aereo. Il lavoro, in cemento inciso, collocato sulla facciata di una piccola casa all’uscita del tunnel del castello medievale di Catanzaro, diviene come in passato la strada da seguire in caso di pericolo o di emergenza.
Anche l’istallazione multisensoriale, realizzata all’interno del Parco di Villa Trieste, dal titolo Invisibili orchestre, ideata dai Quiet Ensemble (Fabio Di Salvo e Bernardo Vercelli), mostra un evidente interesse per il sito in cui s’inserisce, esaltandolo attraverso moderni sistemi audiovisivi     il rapporto tra arte e natura. L’artista ha invitato il pubblico a “suonare il Parco”, interagendo con esso come un direttore di orchestrata fa con i suoi musicisti. Un’azione diretta e immersiva che ha concesso al performer di ascoltare e imparare a percepire ogni piccola sfumatura della natura, dai suoni ai colori, dal fruscio degli alberi agli animali fino ai profumi.
Nella piazza dei “Giardini Nicholas Green, al centro di quattro sedute disposte a cerchio, è stata collocata la scultura di 4 metri dal titolo Melencolia realizzata dall’artista romano ANDRECO, con il supporto degli artigiani del luogo. L’opera nasce da un ragionamento che l’artista compie sugli spazi circostanti, traendo ispirazione dalla geologia e dalle trasformazioni chimico-fisiche fondamentali per la salvaguardia dell’ecosistema.
Non sono passate inosservate all’occhio attento del visitatore neanche la contestata scultura in cemento NIMBY (Not In My Back Yard) di Roberto Ciredz, l’installazione urbana con le bandiere dell’argentino AMOR (Jorge Pomar) e la scenografica opera site specific di Dilen Tigreblu, collocata nella Galleria Mancuso.
Il percorso tra le opere del Festival termina con il murale realizzato dall’artista Roberto Alfano, in collaborazione con i bambini delle associazioni del territorio, in occasione di Supereroi, workshop sulle dinamiche delle espressioni artistiche in situazioni di disagio psicofisico.
Altrove Festival ha offerto anche una serie di eventi collaterali con musicisti, performers e artisti, sotto la direzione artistica di Fabio Nirta per la selezione musicale e del collettivo Spora per gli eventi performativi. Tra questi il video mapping, proiettato sulla facciata della Cattedrale di Catanzaro dell’italo-israeliano Ehab Halabi Abo Kher e lo spettacolo de gruppo Ninos du Brasil, progetto musicale di Nico Vascellari, che ha condotto il pubblico in un’esperienza mistica e liberatoria tra punk, techno tribale e il batacuda, una declinazione musicale della samba ispirata agli stili percussivi brasiliani.

Giovanni Viceconte

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