Recensione /

Volcano Extravaganza 2016 Fiorucci Art Trust / Stromboli

È il viaggio itinerante dell’Ulisse di Omero e James Joyce a fornire le basi di “I Will Go Where I Don’t Belong”, la sesta edizione di Volcano Extravaganza diretta dall’artista francese Camille Henrot e dal curatore Milovan Farronato. Tra onde minacciose e forti venti delle Eolie, notizie di traghetti annullati e persone bloccate prima di salpare per Stromboli, il festival di una settimana si è inaugurato con un tema che non poteva essere più appropriato: il “naufragio”.

Ambientata nella residenza di Fiorucci Art Trust, una mostra collettiva curata da Camille Henrot ha esplorato con profondità, e anche un tocco di umorismo, il fascino, i pericoli e l’esotismo della navigazione e del naufragio. Entrando nello spazio, si viene accolti da un dipinto su muro di Henrot; le pennellate rapide e incisive tracciano uomini e creature fantastiche nell’atto di copulare in stravaganti posizioni tra le onde blu del mare. Opere di artisti contemporanei condividono lo spazio con antiche stampe di navi in balia dei venti e curiose fotografie in bianco e nero di vita di bordo, provenienti dalla collezione della famiglia Henrot. A rafforzare la percezione del naufragio in una dimensione mistica e ultraterrena contribuiscono la scultura di Mike Nelson “Diyagram (Amnesiac beach fire)”, l’opera di Maria Loboda “Witch’s Ladder” composta da una corda di mare intrecciata con piume di fagiano, e Isola & Norzi “Altrove” un telescopio attraverso il quale un punto nel paesaggio è rinviato su se stesso.

Maria Loboda, “Witch’s Ladder”, 2014 (detail). Sisal rope, Lady Amherst pheasant feathers, variable dimensions © Courtesy of the artist and Maisterravalbuena, Madrid. Courtesy Fiorucci Art Trust. Foto: © Giovanna Silva
Maria Loboda, “Witch’s Ladder”, 2014 (detail). Sisal rope, Lady Amherst pheasant feathers, variable dimensions © Courtesy of the artist and Maisterravalbuena, Madrid. Courtesy Fiorucci Art Trust. Foto: © Giovanna Silva

Un video da YouTube, di marinai travestiti da donna in sfilata, trova un corrispettivo in una serie di giornali illustranti la cerimonia propiziatoria “Crossing the Line”: il rito di passaggio dell’Equatore, quello che si credeva essere il limite di demarcazione oltre il quale il mondo era capovolto, dove le persone camminavano a testa in giù, gli uomini diventavano donne e le gerarchie sociali venivano ribaltate. Il vibrante desiderio erotico, collegato al sovvertirsi dei ruoli e alla possibilità di diventare altro, ha determinato il tono della settimana a venire. Per la prima volta Volcano Extravaganza ha spostato l’attenzione del festival dall’energia eruttiva del Monte Stromboli a una dimensione più introspettiva, proponendo una riflessione sullo stato mutabile e incerto di “appartenenza”, con serate dedicate all’esplorazione dei temi dell’”isolamento”, dell’”inadeguatezza” e del “pericolo ed erotismo delle distanze” tra gli altri. A questo cambiamento di tono anche il vulcano sembrava concordare rispondendo con discreti brontolii e qualche sbuffo di sottofondo. L’artista David Horvitz ha offerto una tisana afrodisiaca e una profetica invitando le persone a documentare i sogni fatti sull’isola, poiché è noto che il vulcano porti sogni vividi e premonitori. L’enigmatica opera di Maria Loboda, “Nobody could explain this, that’s the way it was”, consisteva in una portantina all’interno della quale apparivano oggetti dimenticati – tra cui una stola di pelliccia, una confezione di Advil, delle pantofole, delle ossa animali. Ogni notte, come una visione, questo lavoro compariva in un luogo diverso, alludendo ad una presenza misteriosa e sfuggente che sembrava averci preceduto nel viaggio.

Maria Loboda, “Nobody could explain this: That’s the way it was”, 2016
Intervention with Sedan chair, day-by-day announcements. Courtesy Fiorucci Art Trust. Foto: © Giovanna Silva
Maria Loboda, “Nobody could explain this: That’s the way it was”, 2016
Intervention with Sedan chair, day-by-day announcements. Courtesy Fiorucci Art Trust. Foto: © Giovanna Silva

Gli artisti invitati hanno trascorso tre settimane presso “La Lunatica” – residenza di Fiorucci – per produrre opere site-specific. Le presentazioni hanno incluso proiezioni, mostre, eventi musicali in collaborazione con Vinyl Factory, e altre occasioni di riunione, fornendo una giusta combinazione tra intrattenimento, scambio e riflessione. Anche se il festival è gratuito e aperto al pubblico, è frequentato principalmente da una cerchia ristretta di artisti, curatori, collezionisti e giornalisti; nessuno appartenente all’isola ma tutti attratti dall’idea di ritornarci.

David Horvitz, Paint the Wind (conducted by David Horvitz)
Watercolour Workshop as part of Day 4: Danger and Eroticism of Distances. Courtesy Fiorucci Art Trust. Foto: © Giovanna Silva
David Horvitz, Paint the Wind (conducted by David Horvitz)
Watercolour Workshop as part of Day 4: Danger and Eroticism of Distances. Courtesy Fiorucci Art Trust. Foto: © Giovanna Silva

Dopo giorni trascorsi in tentativi falliti di attraversare il mare in burrasca, l’artista Ragnar Kjartansson ha toccato terra come un Robinson Crusoe, trascinato a riva con solo una chitarra come risorsa. Ma forse, come l’artista ha precisato, il miglior modo per raggiungere Stromboli dalI’Islanda sarebbe stato attraversare i canali dei vulcani, come descritto nel “Viaggio al centro della Terra” di Jules Verne. La sua performance, che dalla spiaggia è stata poi riproposta all’arena del locale Megà, è risultata coinvolgente e tragicomica. Ad accompagnarlo nel concerto, due incantevoli assistenti che facevano da reggi microfono e l’ammaliante voce della cantante Kristín Anna Valtýsdóttir. L’occasione ha meritato fuochi d’artificio e champagne.

Ragnar Kjartansson performance at Mega for Day 3: Isolation. Courtesy Fiorucci Art Trust. Foto: © Giovanna Silva
Ragnar Kjartansson performance at Mega for Day 3: Isolation. Courtesy Fiorucci Art Trust. Foto: © Giovanna Silva

Il dialogo tra mondi interni ed esterni, la loro fluidità e interscambiabilità è stato un tema ricorrente. L’artista Joana Escoval, che nel corso degli ultimi due anni ha trascorso dei lunghi periodi di permanenza a Stromboli, ha invitato i partecipanti a seguirla in una camminata in territorio inesplorato. Con l’aiuto del vulcanologo e guida Stefano Oliva, Escoval ha creato un sentiero attraverso la fitta vegetazione lungo le pendici della montagna che presto riscomparirà, inghiottito dagli arbusti selvatici. Lontano dai percorsi turistici, i partecipanti si sono lentamente incamminati, non attrezzati al meglio per il trekking ma spinti dalla voglia di scoprire cosa li avrebbe attesi. Il percorso è stato scandito da tappe in cui i partecipanti potevano selezionare dei discreti oggetti metallici che l’artista – nota per la sperimentazione degli effetti di leghe metalliche sul suo respiro, umore e pelle – aveva creato e posizionato nel paesaggio.  Come antenne che ricevono segnali dall’etere, gli oggetti sono stati indossati o portati lungo il cammino, diventando conduttori tra l’energia del corpo, della mente e dell’ambiente circostante.

Un altro tipo di decisione veniva richiesta dall’opera “Buffalo Head”, una storia recitata in maniera avvincente da Amira Ghazalla, scritta a più mani da Camille Henrot, Jacob Bromberg, David Horvitz, Maria Loboda e Milovan Farronato. Il pubblico che vi assisteva poteva scegliere democraticamente tramite votazione sul momento, verso quale biforcazione narrativa indirizzare la protagonista della vicenda: se verso una trasformazione sessuale o solo un travestimento, un pianto disperato e senza fine o un matrimonio principesco.

La figura di Karin nell’iconico film “Stromboli” di Rossellini – una profuga e prigioniera di guerra che non riesce ad integrarsi alla comunità ottusa e conservatrice dell’isola – è stata presa come altro punto di riferimento per indagare la condizione di inadeguatezza e alienazione. I curatori sono stati toccati dalle storie di vita di persone che hanno trovato in Stromboli – luogo di esodo migratorio nel dopoguerra, ora meta di vacanze estive – un posto piu’ ospitale e che hanno deciso di fare dell’isola casa propria. Alcuni residenti sono stati coinvolti in una parte importante del festival: per cinque serate, alcuni Stromboliani hanno aperto le loro case e condiviso piacevoli momenti fatti di cibo delizioso e proiezioni di film scelti da Henrot. Ritrovarsi insieme davanti ad un televisore oggi, nell’era di Netflix, fa rivivere i tempi in cui era vissuta come un’esperienza sociale e comunitaria.

Sotto il buon auspicio di un’ipnotica luna rossa, il festival si è concluso con il tema di ”esilio” per la traversata notturna di ritorno verso Napoli ed un ultima sosta alla mostra di Camille Henrot “Luna di Latte” al MADRE. Gli straordinari interni in stile anni ’80 e le luci al neon del ristorante a bordo della nave Siremar, hanno fatto da cornice alla cena dal tema “glam”. Mentre alcuni passeggeri dormivano in passaggio ponte, David Horvitz distribuiva l’ultimo dei suoi infusi magici e i partecipanti, uno dopo l’altro, hanno lanciato fuoribordo sfere di vetro contenenti il fiato dell’artista tra le onde illuminate dalla luna, ipotizzando ad alta voce verso quali spiagge esotiche sarebbero approdate.

Tea drinking ceremony conducted by David Horvitz for Day 2: Isolation. Courtesy Fiorucci Art Trust. Foto: © Giovanna Silva
Tea drinking ceremony conducted by David Horvitz for Day 2: Isolation. Courtesy Fiorucci Art Trust. Foto: © Giovanna Silva

L’idea della transitorietà della vita, considerata come fuga, arrivo, partenza, stallo o scelta di fare di un posto straniero la propria casa, ha caratterizzato l’attuale edizione di Volcano Extravaganza, che quest’anno si è allontanata dalla dimensione spettacolare a favore di un’esperienza più introspettiva e cerebrale. Nonostante i curatori si siano impegnati a trattare temi odierni come l’esilio e l’esodo, hanno scelto di prendere volutamente le distanze dall’attuale crisi migratoria che coinvolge il Mediterraneo, optando per una riflessione sulla loro condizione mitologica ed esistenziale. La serata si è conclusa con un toccante discorso di Anna Boughigian, una riflessione sulla condizione solitaria e dolorosa dell’esilio ma anche sulle infinite possibilità che offre la migrazione verso altri luoghi: “Dopotutto, qualcuno appartiene davvero a questo pianeta? Non lo so se qualcuno davvero vi appartiene. Quindi, tutti coloro che vivono su questo pianeta, in qualche modo, sono in esilio.” All’arrivo a Napoli, con il disperdersi della comunità convenuta durante il festival, ognuno verso la propria meta, non si poteva fare a meno di riflettere sull’instabilita’ della nostra comoda e privilegiata esistenza.

 

Silvia Sgualdini

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News /

Photo España 2016 / Madrid

Ormai giunto alla Diciannovesima edizione PhotoEspaña propone al pubblico una visione d’insieme sulla fotografia del continente europeo. Il festival internazionale della fotografia del visual arts ha inaugurato il primo giugno a Madrid e sarà visitabile sino al 28 agosto.

A confronto giovani fotografi contemporanei e maestri della fotografia internazionale che portano alla luce le complessità e differenze culturali delle aree del vecchio continente. Attraverso diversi stili di fotografie come il foto reportage, i documentari ed il foto giornalismo di moda per citarne alcuni, gli artisti suggeriscono una riflessione legata al concetto di tempo e di memoria storica. Il tempo passato, ormai trascorso ma che influenza il nostro presente: e quello presente, che dopo poco sarà passato; la fotografia consente di congelare il tempo definendo la nostra memoria storica. Sono oltre 94 le esposizioni in mostra e 330 gli artisti del festival iberico.

Miroslav Tichý, “Untitled” Circa 1960-1980. Pieza única. Gelatina de plata sobre Baryt. © Foundation Tichy Ocean. Cortesía Ivorypress
Miroslav Tichý, “Untitled” Circa 1960-1980. Pieza única. Gelatina de plata sobre Baryt. © Foundation Tichy Ocean. Cortesía Ivorypress

Così in questo percorso Il Museo del Romanticismo ospita la mostra del celebre e contestato fotografo ceco Miroslav Tichý (Kyiov 1926 – 2011). Prima artista e poi fotografo, i lavori di Tichý si focalizzano principalmente sul corpo femminile, ritratto sia nudo che vestito. L’influenza della pittura che coltiverà fino alla fine degli anni ’50, sarà sempre presente nelle sue fotografie, anche nelle ultime, spesso segnate da interventi pittorici. La maggior parte degli scatti di Tichý sono stati rubati di nascosto: non era un suo particolare interesse ricevere il consenso per l’autorizzazione alla diffusione delle immagini, tutto doveva avvenire con la massima spontaneità. Colte en plain air, per le strade di Kyjov, gli scatti mostrano la vita sociale del paese, sebbene lui ne vivrà ai suoi margini. Personaggio ribelle ed alquanto fatalista, Tichý si schiera politicamente da subito contro il regime comunista, da cui viene perseguitato passando anni di prigionia tra carceri ed ospedali psichiatrici.

Lucia Moholy, “Walter Gropius”, 1926 © Lucia Moholy, Bauhaus-Archiv Berlin
Lucia Moholy, “Walter Gropius”, 1926 © Lucia Moholy, Bauhaus-Archiv Berlin

La tradizione fotografica storica proveniente dall’est Europa prosegue negli spazi di Loewe, che ospita con il progetto “ A hundred years later” il lavoro lineare di Lucia Moholy (Prague 1894). Moglie dell’artista Lazlo, il lavoro di Lucia è ricordato con una raccolta di immagini che ne evidenziano il rigore quasi geometrico proprio dello scuola del Bauhaus, sottolineandone anche un aspetto avanguardistico dettato dall’uso dei chiari -scuri e dall’utilizzo delle nuove prospettive .

Decisamente concettuale il lavoro “A-Z Illustrated Dictionary” del polacco Andrzei Tobis (Wieluń – Poland 1970) in esposizione al Museo Lazaro Galdiano. L’artista ha come punto di partenza il vocabolario illustrato tedesco-polacco pubblicato nella Germania dell’Est nel 1954 nato con lo scopo di facilitare la comprensione delle parole attraverso l’uso delle immagini. Nel 2006, seguendo le definizioni suggerite dal dizionario, Tobis decide di crearne uno nuovo. Il lavoro ri-inizia con la produzione di nuove immagini. Scattate unicamente in Polonia, le fotografie spesso mostreranno l’incapacità della parola di indicare con precisione l’immagine che vediamo. Con riferimenti alla linguistica moderna, l’artista polacco riconosce nella lettera la realtà astratta che utilizziamo per definire il mondo e l’immagine rappresenta il tentativo di controllare l’idea e l’oggetto definito. Il viaggio fotografico e di ricerca nel “vocabolario passato” è stato essenziale per la costruzione di A-Z: Tobis ha infatti vissuto metà della sua vita sotto il regime comunista e l’altra all’interno del nuovo sistema. In questo divario temporale, suggerisce Andrzei, il significato di alcune parole è variato nel tempo dando spazio alla possibilità di ricreare un “mondo nuovo”.

Inge Morath, “Cerca de Viena”, 1958 © Inge Morath
Inge Morath, “Cerca de Viena”, 1958 © Inge Morath

Questa volta attraversiamo il territorio dell’Est Europa per raccontare l’avventuroso progetto “Danube Revisited: The Inge Morath Truck Project “in omaggio a Inge Morath (Graz, Austria 1922 – 2002) la prima donna fotografa ad essere ammessa a Magnum Agency. Oltre ad aver preso parte alla celebre agenzia francese, Morath è ricordata come pioniera nella storia della fotografia femminile. Dopo la sua morte nel 2002 viene indetto un premio in suo onore – The Inge Morath Award – vinto nel 2014 da otto giovani donne. Il progetto, ospitato alla Fondacion Telefonica, documenta il viaggio delle giovani under 30 che a bordo di un camion hanno percorso il 34 giorni lo stesso tragitto intrapreso in più tranches dalla Morath. Dalla sorgente del Danubio, nella foresta Nera, sino alla sua ultima foce nel Mar Nero. Con 8 ore al giorno per fotografare le ragazze catturano la complessità culturale e la diversità sociale della zona. Come nel caso di Clair Martin, l’australiana del gruppo, che coglierà la forte cultura maschilista presente nelle tra le Roma communities.

Shirley Baker, “Salford”, 1962 © Shirley Baker
Shirley Baker, “Salford”, 1962 © Shirley Baker

Anche la fotografia di strada di Shirley Baker iberna il tempo svelando nei minimi dettagli gli angoli, anche i più nascosti, della Manchester degli anni ’60. Nel secondo dopo guerra nel nord Inghilterra iniziò una forte demolizione dei vecchi edifici per dare spazio a nuovi complessi residenziali. La gente della classe operaia viveva per le strade, osservando da vicino l’abbattimento delle proprie case: quelle con sopra scritto Ex. Shirley Baker documenterà il tutto entrando molto in empatia con le famiglie che si trovarono dal nulla senza un’abitazione. Passerà oltre vent’anni, dal ’60 agli anni’80, a fotografare e regalare nuovi dettagli dello stesso quartiere.

Oltre ad avere la possibilità di ammirare i fotografi che hanno segnato la storia della fotografia europea, PhotoEspaña fornisce allo spettatore uno spunto per una riflessione più completa sul concetto di Europa. Oggi più che mai tema di grande attualità.

 

Marta Massara

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William Klein Palazzo della Ragione / Milano

La retrospettiva “William Klein, Il mondo a modo suo”, inaugurata lo scorso 17 giugno a Palazzo della Ragione di Milano e in mostra fino all’11 settembre, si offre al visitatore come un viaggio lungo le strade estetiche percorse dal fotografo, pittore e regista statunitense William Klein che, con il suo lavoro, è riuscito a sottrarre dalla memoria labile del quotidiano alcune delle istantanee più rappresentative della seconda metà del Novecento. 

Il percorso espositivo, ideato e curato da Alessandra Mauro, si sviluppa su nove sezioni tematiche che aiutano il visitatore a ripercorrere non solo i capitoli scritti in luce da Klein, ma anche parte della sua evoluzione artistica. È attraversando la prima sala, infatti, che è possibile immergersi nell’atmosfera che ha caratterizzato i suoi primi lavori, dalle astrazioni restituite dalle grandi pitture murali alla scoperta della fotografia, di cui si serviva per ritrarre le proprie creazioni in un’ottica sperimentale e cromaticamente rigorosa, affidata al bianco e nero. Colori, questi ultimi, che trovano il loro contrappunto nei lavori fotografici presenti nelle sezioni successive, dedicate ai progetti sulle città rispettivamente di New York, Roma, Mosca, Tokyo e Parigi, che hanno offerto all’occhio del fotografo statunitense tutti i soggetti poetici del quotidiano, nella loro immediata autenticità. Gli scatti in linea con questa esigenza di verità appaiono così distorti, ruvidi, vivi. In continuità stilistica ma in contrasto cromatico appaiono invece le sale dedicate alla moda, al cinema e alla sperimentazione fra pittura e foto, in cui i colori vivaci si fanno strada insieme ad un moderato artificio della composizione. Una nuova geografia del reale prende così forma attraverso questa retrospettiva, che si offre come una mappa composita di percorsi che divergono a ogni angolo ma che finiscono per fissarsi in un unico grande cammino, il cammino di un uomo e della sua visione del reale. Assolutamente da ripercorrere.

 

Lidia Passarelli

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News /

What We Do for Money Manifesta 11 / Zurigo

Manifesta 11, l’ultima edizione della Biennale europea itinerante, si lega a Zurigo cercando di esplorare ciò che rende la città così efficiente: il lavoro. L’idea – alquanto superficiale – promossa dal curatore e artista Christian Jankowski è riproposta nel titolo della mostra “What We Do for Money” [“Cosa facciamo per soldi”], che sottolinea l’ovvietà per cui per sopravvivere economicamente occorre lavorare. L’esposizione feticizza l’idea che gli addetti al settore artistico possano interagire con i “lavoratori comuni”.  In aggiunta alla grande mostra collettiva, infatti, trenta artisti sono stati accoppiati a diverse figure professionali nell’ottica di creare delle joint venture in grado di innescare nuovi stimoli, sia per collaborazione che per contrasto.

Georgia Sagri, associata a un banchiere della Julius Baer, ha restituito un doppio ritratto della figura di colui che ospita e di chi è ospitato, attraverso l’analisi del rapporto tra lei e il banchiere e tra lei e l’istituzione di Manifesta. Sagri ha rifiutato di essere filmata per scopi documentari a meno che non venisse stipendiata come attrice per recitare il ruolo di se stessa. Manifesta ha declinato la proposta, così l’artista ha negoziato lungamente il contratto, per assicurarsi di avere un controllo totale sul suo lavoro, sulla sua presentazione e sulla propria immagine. Gli incontri sono stati filmati, entrando a far parte del suo progetto, rivelando sia un interesse che una scrupolosa abilità nello sfidare sistemi istituzionali di potere e di linguaggio. Il rifiuto da parte di Manifesta di mostrare pubblicamente i filmati ha portato l’artista a contattare lo spazio progetto zurighese Up State, così da completare non ufficialmente il progetto e restituirlo al pubblico, minando il controllo che l’istituzione cittadina credeva di avere sull’artista come sull’essere umano. Il film che ne risulta è intelligente e rivelante, e mostra delle radicate strutture istituzionali di potere alquanto sessiste. Gli impiegati di Manifesta, con i loro volti confusi e le loro voci minacciose e sinistre, reagiscono malamente alla richiesta di Sagri di mantenere un’integrità artistica.

Continuando su questa linea, le collaborazioni di successo sono quelle che sono state capaci di andare oltre la semplice professione e a catturare la fugacità dell’elemento umano. L’opera The Zurich Load di Mike Bouchet però non fa parte di queste. Qui l’artista ha lavorato con un giardiniere esperto di scarti di piante, arrivando a creare solidi geometrici con le feci dei cittadini di Zurigo prodotte in una giornata. In una grande hall dal forte odore di ammoniaca, l’installazione rimanda in termini visuali alle opere di Walter De Maria, ma lo shock dal gusto vintage non risulta paricolarmente efficace.

Pablo Helguera invece presenta gli Artoons, ovvero fumetti in stile New Yorker disposti sulle pareti pubbliche del complesso del Löwenbräu. Sono battute che fanno leva sugli stereotipi del mondo dell’arte, alcune acute a altre più moralmente opinabili. Una vignetta raffigura un direttore di museo che introduce uno stagista non pagato come nuovo curatore, ma ciò che forse manca è la capacità di prendere una posizione in merito ai problemi sociali, limitandosi unicamente a identificarli.

L’opera di Leigh Ledare The Here and the Now (Zurich Groups 1:1) è una grande video installazione che mostra i frutti di una sessione di tre giorni con una terapista di gruppo, ovvero la figura lavorativa con cui è stato accoppiato. Il video è ipnotico e, allo stesso tempo, banale. Non dando incitamenti, il gruppo di ventidue persone siede per terra e inizia una chiacchierata, agitandosi goffamente. Ci sono lacrime, scuse e accuse sottili in un inglese dall’accento tedesco. È pura interazione umana, come un reality-show intellettuale senza alcuna manipolazione, ed è affascinante e rivelante in quanto riesce ad andare oltre il lato umano.

Come una maschera, i lavori che facciamo per denaro, nel bene e nel male, ci nascondono e ci aiutano. Il fallimento del tema di Manifesta risiede proprio nella sua connessione con la città di Zurigo. Qui ordine e responsabilità sociale non possono fare altro che sopraffare qualsiasi rapporto interpersonale.

 

Mitchell Anderson

(Traduzione dall’inglese di Giulia Gregnanin)

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Jessica Warboys Casa Masaccio / San Giovanni Vadarno

Nelle migliori opere video di Jessica Warboys (1977, Regno Unito) gli elementi del paesaggio acquistano una propria autonomia e diventano i principali attori sulla scena. In Pageant Roll (min 9’10”, 2012), girato nelle brughiere della Cornovaglia, i megaliti del Neolitico acquisiscono un ruolo da protagonisti del racconto: compaiono immersi nel paesaggio battuto dal vento, assieme ai dipinti dell’artista ed altri oggetti di uso quotidiano. Gli elementi naturali, apparentemente statici e immutabili, acquistano una narrazione autonoma simile ad un racconto cinematografico. La colonna sonora ed il montaggio li rendono i protagonisti della scena.

La prima personale italiana di Jessica Warboys presso Casa Masaccio, a cura di Sara Matson e Laura Smith con Rita Selvaggio, è anche l’anteprima della mostra itinerante che si sposterà poi alla Tate St Ives (Regno Unito) ed alla Kunsthall Stavanger (Norvegia). Sono presentate opere video e dipinti realizzati per la mostra. In particolare viene mostrato per la prima volta al pubblico il video Hill of Dreams (min 11’00”, 2016) co-prodotto da Casa Masaccio assieme alle altre istituzioni che ospiteranno la mostra. Sebbene la mostra sia stata pensata prima del voto britannico per la Brexit, le opere video esposte danno forma ad una costante ricerca e riflessione sulle origini mitiche della propria civiltà. Boudica, una eroina celtica che combattè contro la dominazione romana, rivive nell’omonimo video (5’38”, 2014); lo scrittore gallese Machen è invece protagonista di Hill of Dreams girato nel sud del Galles, nei luoghi d’origine dell’artista. La ricerca dell’artista non porta però ad esaltare delle presunte origini mitiche di una comunità, ma sembra invece cercare di relativizzarle, con paesaggi, oggetti, storie e idee che convivono in un legame costante tra passato e presente. Non c’è un identità da conservare e difendere, quanto piuttosto la necessità di attivare ed ampliare legami e connessioni tra il presente e dei miti collettivi che richiedono di essere attualizzati.

 

Giacomo Bazzani

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Marc Camille Chaimowicz INDIPENDENZA / Roma

Ho conosciuto Marc Camille Chaimowicz nel 1998, durante la sua residenza alla British School at Rome, dove ero curatrice. Il suo lavoro si distanziava molto dall’ortodossia YBA’s di quegli anni, guardando alla pittura con una sensibilità intimista, attenta ai pattern, alla decorazione, al rapporto con il design e coprendo di segni veloci e dalla palette pastello le superfici più varie e gli elementi delle sue installazioni.

“Ora e allora”, la mostra che riporta Chaimowicz a Roma dopo quasi vent’anni, crea un ponte tra quel momento e il presente, facendo convivere opere di diversi periodi, includendo quelle realizzate alla BSR e giungendo alle più recenti. Una curva nel tempo che dimostra come, nel corso degli anni, quel lavoro a lungo appartato (lo è stato sin dagli inizi, intorno al 1970, quando in epoca di arte politica o minimalista proponeva seducenti installazioni e performance ispirate all’estetica glam rock o a Gide, Cocteau, Gênet) sia diventato, mantenendosi completamente fedele a se stesso, estremamente attuale e di grande ispirazione per l’arte più giovane.  Visualmente ricca e allo stesso tempo sottile ed evocativa, la sua pratica artistica procede per libere associazioni, mostrando una totale adesione esistenziale all’oggetto – che sia trovato o fatto – come veicolo di sollecitazioni sensoriali ed emotive che rimangono aperte all’interpretazione. Nella mostra di Roma i diversi elementi del vocabolario visivo di Chaimowicz rispondono in maniera quasi mimetica agli stimoli offerti dallo spazio, un grande appartamento, in parte délabré, dalle pareti rivestite di carte da parati, con pavimenti in seminato e soffitti affrescati. Gli oggetti d’arredo disegnati dall’artista, l’installazione di abiti coperti da motivi a stencil, i pannelli rivestiti da pattern minuti, le carte e i dipinti, appesi al muro o lasciati a terra senza pretese, formano un percorso fluido e naturale, come se fossero da sempre appartenuti a quel luogo.

 

Cristiana Perrella

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