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La Biennale de l’Image en Mouvement Ginevra

La seconda edizione della rinnovata Biennale de l’Image en Mouvement, una kermesse nata nel 1985 come uno dei primissimi eventi in Europa specificatamente dedicati alla video arte, decaduta e successivamente ristrutturata nel 2014 sotto la direzione artistica di Andrea Bellini, ha aperto le porte presso il Centre d’Art Contemporain di Ginevra lo scorso 9 novembre, a sole poche ore di distanza dalla funesta notizia dell’elezione di Donald Trump.

Bellini, per questa edizione affiancato da Cecilia Alemani, Caroline Bourgeois ed Elvira Dyangani Ose, compone una biennale dai toni cupi, riflettendo, senza compiacimento e con grande realismo, la cupezza di questa era di rivolgimenti socio-politici che paiono voler allontanare gli essere umani sempre più gli uni dagli altri. Tante delle opere video esposte inscenano o documentano manifestazioni di disuguaglianza sociale, spesso attingendo a quelle stesse categorie di individui che l’ideologia alt-right stigmatizza; ma allo spettatore è richiesto un coinvolgimento che va oltre l’empatia. Ad aleggiare in tutta la biennale è infatti la questione del queer che, se si vuole, è piuttosto una politica dell’identità fondata sull’affermazione della differenza. L’immagine di un “altro” che più sfugge laddove più si prova ad afferrarlo, circoscriverlo, esplicitarlo, ricorre nelle opere della biennale come fosse un pattern strutturale. Ma l’immersività dei film e l’attenzione più prolungata che quelli necessitano, favoriscono un’evoluzione di questo tentativo di avvicinamento e assorbimento del diverso per cui l’esotismo trascende nel mistero, il travestitismo nella cangianza, l’ambiguità nel confronto dialettico. Ad esempio, nell’opera dell’artista inglese Emily Wardill I Gave My Love to a Cherry That Had No Stone (2016), la camera segue un ballerino negli spazi modernisti dell’Auditorium Gulbenkian, a Lisbona; se in principio il linguaggio filmico suggerisce un vero e proprio pedinamento, presto il contesto prende il sopravvento e il video finisce per offrire un’attenta perlustrazione dell’edificio e un approfondimento di come le sue forme architettoniche si relazionano al corpo umano – la caccia all’individuo è rovesciata nell’attenzione alla ricettività dell’architettura. Nel mediometraggio della regista greca Evangelia Kranioti Oscuro Barocco (2016) la vicenda di un transessuale di Rio de Janerio è raccontata parallelamente a quella di un clown; entrambi i personaggi vagano per una città mitica, mentre gli eventi estatici del carnevale carioca scivolano nelle manifestazioni popolari per i diritti dei transessuali. Gradualmente le questioni del travestitismo, della transessualità, della diversità appunto, passano in secondo piano, laddove i due protagonisti, professando un amore incondizionato per la loro città, finiscono per affermare una solitudine incolmabile di fronte alla moltitudine urbana.La biennale raccoglie complessivamente ventisette opere, tra video installazioni, performance e film, tutte specificatamente commissionate per l’occasione. Aldilà di un’evidente articolazione tra approcci documentaristi (ad esempio, il film Exquisite Corpse, 2016, di Kerry Tribe, che segue il corso del fiume Los Angeles, catturandone i molteplici ecosistemi naturali e sociali) e altri puramente speculativi (il video The Limerent Object, 2016, di Sophia Al-Maria, che interseca miti della creazione e apocalissi), la biennale sembra sollevare anche una dicotomia tra un fare cinema radicato nell’“artigianalità” del mezzo e un’appropriazione dell’alta qualità, rintracciabile in molte delle opere esposte come una scelta incondizionata più che di linguaggio – un caso su tutti, Dulian (2016), film dell’artista americana Wu Tsang che traspone nel presente una storia d’amore omosessuale consumata nella Cina fin de siècle, ma finisce per diluire la radicalità della vicenda umana inseguendo un’immagine da spot pubblicitario. La questione quindi se lo sguardo queer non possa influenzare anche l’approccio al mezzo cinematografico, nei termini di una riconsiderazione del ruolo normativo della tecnologia, rimane quindi aperta.

Michele D’Aurizio

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Recensione /

Harun Farocki Fondazione Sandretto Re Rebaudengo / Torino

Does the world exist if I’m not watching it?

Si apre con questo interrogativo Parallel II (2014), uno dei quattro video che compongono l’omonima serie, ultima opera di Harun Farocki. Nel video, una voce fuori campo descrive i confini invisibili dei mondi di gioco, “mondi-disco” sospesi nel nulla come appariva la Terra nelle raffigurazioni di epoca pre-ellenica. Farocki analizza i limiti che i personaggi possono volontariamente valicare, precipitando in un abisso digitale. Un cow boy galoppa in una prateria generata dallo sguardo che si posa su di essa. Fin dove può spingersi? Un Far West dai confini naturali in cui una capsula invisibile favorisce gli spostamenti dei personaggi, proteggendoli dai pericoli insiti nel paesaggio.
Creato come una quinta teatrale, Parallel III (2014) mostra la facilità con cui in un videogioco si può planare nel mezzo di uno scontro a fuoco e, altrettanto facilmente, con un semplice comando lasciarne immediatamente l’area, delimitata da confini bidimensionali come un gioco da tavolo. Intercalate alla narrazione, fasi di progettazione del videogioco svelano come ogni caratteristica di ambienti e personaggi sia meticolosamente costruita. In un mondo in cui gli oggetti non sono altro da sé, essi sono di per sé un nulla. Nel tentativo della camera di penetrare il suolo o il piedestallo di pietra di una scultura, si innesca una riflessione sul concetto di superficie: il mare altro non è che una superficie grafica senza acqua al di sotto. Questo mondo galleggia come un’isola in un oceano primordiale.
Con Parallel I (2012), invece, Farocki tratteggia una breve storia della rappresentazione nei videogiochi sviluppando un discorso sull’evoluzione dell’albero e di altri elementi naturali come il vento, le nuvole, le foglie e il loro movimento, la schiuma delle onde del mare. Focus del video-saggio è l’analisi della relazione tra immagini cinematografiche e digitali, del nuovo costruttivismo che ha permesso di passare in trent’anni dal disegno lineare a una rappresentazione a stento distinguibile da un’immagine filmico-fotografica.
La storia di una tipologia di immagini come modello per lo sviluppo di un’altra: il passaggio da pittura, fotografia, cinema a immagine digitale, l’ipotesi di un superamento dell’immagine cinematografica ad opera di quest’ultima.
Chiude il ciclo Parallel IV (2014), in cui il protagonista è gettato nel suo mondo senza genitori né maestri. Deve capire da solo le regole del gioco interagendo con gli altri personaggi. In una delle scene, una negoziante durante un tentativo di rapina viene costretta a lasciare il negozio ma varcatane la soglia ha già dimenticato l’accaduto. Rientra in negozio, viene minacciata e corre via nuovamente.
Questo episodio prometeico svela quanto limitata sia la libertà d’azione umana.

Marta Zanoni

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In Uscita /

Flash Art Italia no. 330 dicembre 2016 – gennaio 2017

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Siamo lieti di comunicare che il numero di dicembre 2016 – gennaio 2017 di Flash Art è in uscita presso edicole e librerie selezionate di tutta Italia.

News

La Biennale de l’Image en Mouvement a Ginevra; Davide Mazzoleni su Mazzoleni Art a Torino e Londra; Fabio Caparezza Guttuso sul Museo Guttuso di Bagheria (PA); Franco Noero sulla Galleria Franco Noero a Torino; Piero Mascitti su Mimmo Rotella; INCURVA e Curva Blu; “Le Grand Balcon”: la Biennale di Montréal; la differenza tra mercante e collezionista nella vendita di opere d’arte.

In primo Piano

Taccuino di un artista cinetico
Ivan Picelj testo di Getulio Alviani

Kerry James Marshall intervista di Helen Molesworth

Massimo D’Anolfi e Martina Parenti intervista di Andrea Bellini

Carol Rama intervista di Marcella Beccaria

“Nelle immagini della mucca pazza c’erano una disperazione, una bellezza, un’angoscia e un erotismo che mi hanno colpita. Ho cominciato da queste morti collettive, da questa visione degli animali che si inclinano insieme, disperatamente, nei fossi o in riva ai fiumi, con gli zoccoli tesi verso l’alto. Ho subito fatto dei disegni, degli acquerelli, e li ho buttati su sacchi che avevo fatto intelaiare”.
— Carol Rama

Italo Zuffi testo di Michele D’Aurizio

In Bilico
Au Commencement il y a la lumière: Francesco Lo Savio, Amalia Del Ponte, Diego Marcon testo di Federico Florian

Time Machine
Mimmo Rotella testo di Pierre Restany

Brand New
Emanuele Marcuccio intervista di Samuel Gross

Recensioni

16a Quadriennale d’Arte, Roma; Milano: Alberto Di Fabio, Luca Tommasi; Santiago Sierra, Prometeogallery; Sadie Benning, kaufmann repetto; Mendrisio (Svizzera): Per Kirkeby, Museo d’Arte; Bergamo: Carlo Benvenuto, GAMeC; Torino: Francesco Barocco / Giulio Paolini, Studio Salvo; Wael Shawky, Castello di Rivoli / Fondazione Merz; Trento: Andrea Galvani, MART; Verona: Pier Paolo Calzolari, Studio La Città; Genova: Tobias Putrih, Pinksummer; Bologna: Dayanita Singh, MAST; Firenze: Manfredi Beninati, Poggiali; Roma: Kiki Smith & Betty Woodman, Lorcan O’Neill; Oliver Ressler, Fondazione Pastificio Cerere / The Gallery Apart; Napoli: Wolfgang Laib, Alfonso Artiaco; Victor Burgin, Lia Rumma; Polignano a Mare (BA): Driton Selmani, Ex Chiesetta; Bagheria (PA): Vittorio Messina, Adalberto Catanzaro.

Siamo lieti di annunciare la presenza di Flash Art all’edizione 2017 di Arte Fiera Bologna.

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Recensione /

Wolfagang Laib Alfonso Artiaco / Napoli

“Tutte queste creature sono prodotte dallo spazio, tornano allo spazio, lo spazio è più grande di loro. Lo Spazio è il fragile obiettivo”.

Queste parole, scritte in inglese da Wolfgang Laib su uno dei disegni che rappresentano la famosa installazione dei cumuli di riso, rendono il segno di un progetto che, inaspettatamente, lega le stanze storiche della galleria Alfonso Artiaco con la tensione metastorica dell’artista tedesco.
Il lavoro di Laib, da anni influenzato dai suoi studi e viaggi in Oriente, usando materiali naturali con la loro ciclicità legata ai tempi e alle stagioni, si sforza di annullare l’azione della artista che, anziché creare, sceglie di essere mediatore e rendere visibile queste fasi della vita, quindi della storia, coinvolgendo gli spettatori in queste dinamiche che sono parte silente dello scorrere quotidiano.
Percorrendo le diverse stanze e il loro passato ancora presente, si ha la percezione di vivere un itinerario site specific nella storia dei luoghi, in dialogo con quella universale. La mostra infatti, presenta un numero di lavori storici dell’artista: il viaggio è introdotto e formalizzato da Ships (2014) con le barche di ottone su riso e si rende immanente nell’oggi, nelle Rice House (2014/15), le case di marmo della stanza successiva.
Per ribadire che il percorso va ben oltre le mura di una galleria, la stanza con gli Zikkurat (2016) di cera, ci annuncia che le frontiere del viaggio sono sempre oltre gli orizzonti immaginabili e geografici, perché aperte da un necessario e costante afflato spirituale.
Infatti, le due ultime sale, la prima Pollen from Pine (2015) con i pollini e, a seguire l’altra con i cumuli di riso, sono uno slancio sorprendente verso l’assoluto: i pollini aprono lo sguardo e lo immergono in un Rothko esistenziale mentre, la grande installazione di riso allunga la prospettiva verso i tempi che cadenzano la storia universale e individuale, creando per il visitatore una esperienza partecipativa intima e allo stesso tempo collettiva.

Maria Teresa Annarumma

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In Residence /

Fox With The Sound Of Its Owl Shaking / 1b

Un curioso aneddoto racconta di come Ludwig Wittgenstein, durante una passeggiata con sua moglie e il suo migliore amico, propose ai due di fare un gioco. Wittgenstein sarebbe stato immobile in mezzo alla strada, mentre il suo amico avrebbe iniziato a girare su se stesso e attorno al filosofo, simulando l’orbita della terra attorno al sole; contemporaneamente la moglie avrebbe girato attorno all’amico del marito, diventando così la luna.

Settant’anni più tardi Bela Tarr firma la regia di Le Armonie di Werckmeister. In una delle scene iniziali del film, in una locanda, un gruppo di persone, guidate dal protagonista, replicano il gioco descritto dal filosofo austriaco.

Sette anni dopo Matteo Rubbi realizza la performance, intitolata Il Sistema Solare, in cui una serie di performer simulano l’orbita di tutti i pianeti (dal veloce mercurio al lentissimo plutone) del sistema solare attorno a un anziano signore, che interpreta il sole.

Matteo Rubbi, "Sistema solare (Brasilia)" (2009). Veduta della performance. In collaborazione con Isa Griese e Le Pavillon du Palais de Tokyo. Fotografia di Christian Merliot.
Matteo Rubbi, “Sistema solare (Brasilia)” (2009). Veduta della performance. In collaborazione con Isa Griese e Le Pavillon du Palais de Tokyo. Fotografia di Christian Merliot.

Queste curiose analogie suggeriscono che possa esistere un filo conduttore che lega il gioco all’arte contemporanea e probabilmente che un gioco si possa trasformare in un’opera d’arte contemporanea.

Wittgenstein era inoltre un appassionato giocatore, sostenne che il gioco era uno di quei concetti (similmente all’arte, affermerà più tardi Morris Weitz) che non possono essere definiti secondo condizioni necessarie e sufficienti.

Bernard Suits, filosofo statunitense, non era d’accordo con Wittgenstein. Disse che giocare a un gioco poteva essere definito come “lo sforzo volontario a superare ostacoli non necessari”. Che poi è quello che capita nel rugby, in Loop di Francis Alys o in The Longest Distance Between Two Points di Jorge Macchi.

Francis Alys, "The Loop" (1997)
Francis Alys, “The Loop” (1997)

L’artista belga viaggia da Tijuana a San Francisco senza passare per il confine che separa il Messico dagli Stati Uniti.

Jorge Macchi, "The Longest Distance Between Two Points" (2011).
Jorge Macchi, “The Longest Distance Between Two Points” (2011).

L’artista allestisce una stanza in maniera tale che lo spettatore sia costretto ad attraversare la mostra in un percorso non funzionale.

Roger Caillois, filosofo e sociologo francese sostenne che l’attività del giocare potesse presentarsi in forme molto diverse tra loro, ma che queste fossero comunque accomunate da una serie di caratteristiche. Secondo Caillois il gioco è divertente, libero, separato, improduttivo, regolato e fittizio. Questa analisi lo portò in seguito a formulare un ulteriore approfondimento, secondo il quale le più disparate forme del gioco potessero ricondursi a quattro categorie fondamentali: Agon, Alea, Mimicry, Illinx.

AGON

(il seguente testo è stato scritto dall’autore il più velocemente possibile sulla tastiera)

Agond si ridfrerisce a queie giochi iln cui la cvompetizione è unelemnto fonfadmnetyale.

Pensiamo agliu sccacchi, la corsa da ostacoli,la morrra cijn ese, il tris, piung pong, la corsa a cghiu scrive più velocer, il gioco del silenzip. La siufda a rtimarnere sott’acqua il più possibile.

In artye contemporanera la competrzi0ne può essere interpretat come la gara tar diversi performewr pert raggiungeren un datop riusultato (Filioppo Bertya, Likam Giloick), o più banalmente come una gara d resirtenz acon sé stessi.

Liam Gillick, "Inside now, we walk into a room with Coca-Cola coloured walls" (1998).
Liam Gillick, “Inside now, we walk into a room with Coca-Cola coloured walls” (1998).

Una serie di coloristi “competono” a ricreare il colore della Coca-Cola sui muri dello spazio espositivo.

Nel video di Filippo Berta Instructions for Use (2012), un gruppo di alpini improvvisa una gara nel tenere in equilibrio un fucile sul palmo della mano, con la canna rivolta verso il basso.

Tehching Hsieh, "One Year Performance 1978-1979 (Cage Piece)"
Tehching Hsieh, “One Year Performance 1978-1979 (Cage Piece)”

Il performer si è rinchiuso per un anno in una gabbia di legno, fornita solo di un lavandino, luci, un secchio e un letto singolo. Per un anno non ha parlato, letto, scritto o ascoltato radio o tv.

Ernesto Ballesteros, "Campeonato de avioncitos de papel" (2003).
Ernesto Ballesteros, “Campeonato de avioncitos de papel” (2003).

L’artista argentino, dal 2003, organizza gare di aeroplanini di carta.

Donghee Koo, "Tragedy Competition" (2004)
Donghee Koo, “Tragedy Competition” (2004)

L’artista sud coreano costruisce quest’opera video su una “gara delle emozioni”, seduti attorno a un tavolo i performers mostrano il loro dolore senza fermarsi: chi smette di piangere è costretto ad abbandonare il gioco.

Cesare Pietroiusti, "Giro di Campo (A Lap of the Field)" (2002).
Cesare Pietroiusti, “Giro di Campo (A Lap of the Field)” (2002).

L’artista, a partire dal 2002, ha iniziato a percorrere in campi regolamentari i 400 metri, tentando progressivamente di abbassare il suo tempo di un secondo al mese.

David Blaine, "Vertigo" (2002)
David Blaine, “Vertigo” (2002)

A New York, il mago statunitense è rimasto in piedi per 35 ore consecutive su un pilastro alto 30 metri e largo mezzo metro.

Piero Golia, "On The Edge (Sulla cresta dell’onda)" (2000)
Piero Golia, “On The Edge (Sulla cresta dell’onda)” (2000)

L’artista resta aggrappato sulla cima di una palma fino a che qualcuno non avesse deciso di comprare la foto del lavoro.


ALEA

(il seguente testo è stato scritto tagliando diversi frammenti, mischiandoli e riordinandoli poi casualmente)

si riferisce che ai giochi in cui Alea dominante il caso è la caratteristica. la tombola e le lotterie I dadi.

per Berlino Gabriel Orozco ad esempio che gira in sella a uno Schwalbe, classico motorino giallo tedesco. Casualmente Ogni volta che uno identico al suo ne incontra, si ferma la coppia parcheggia e fotografa.

Oppure già utilizzata del cut-up la tecnica nel dadaismo, e da Williams Burroughs.

fisicamente un testo scritto Una tecnica un nuovo testo consiste nel tagliare stilistica che, lasciando parole o frasi, mischiandone intatte solo in seguito e ricomponendo così i vari frammenti.

Gabriel Orozco, “Until You Find Another Yellow Schwalbe” (1995).

Ogni volta che l’artista incontra fortuitamente uno scooter identico al suo, si ferma, parcheggia il suo motorino e fotografa la coppia.

John Cage risponde a 19 domande su una varietà di soggetti usando il caso per determinare la durata di ciascuna risposta.

Tristan Tzara, "To Make A Dadaist Poem" (1920).
Tristan Tzara, “To Make A Dadaist Poem” (1920).

Frasi ritagliate da alcun giornali giustapposte danno vita a un elenco di istruzioni per la creazione di un poema dadaista.

Ellsworth Kelly, "Spectrum Colors Arranged by Chance" (1951).
Ellsworth Kelly, “Spectrum Colors Arranged by Chance” (1951).

Otto collage sono realizzati disponendo casualmente centinaia di quadratini colorati su sfondi bianchi o neri.

Chris Burden, "Beam Drop"
Chris Burden, “Beam Drop”

Una gru lascia cadere da 45 metri 100 travi in un fosso di 3 metri di calcestruzzo.

Gerard Richter, "4900 Colours" (2007).
Gerhard Richter, “4900 Colours” (2007).

 Una serie di dipinti composti ciascuno da una griglia di quadrati colorati. La composizione di ciascun dipinto è generata casualmente da un software.

Il gioco da tavola "Bingo"
Il gioco da tavola “Bingo”


MIMICRY

(il seguente testo è stato scritto come se fosse scritto dalla mamma dell’autore).

Mimicry è una bellissima categoria. Sono quei giochi in cui fingi di essere qualcun’altro o qualcos’altro. Ad esempio i bimbi che fingono di essere un astronauta, un indiano o una simpatica apina. Oppure Pilvi Takala, Jonathan Monk (bravissimo), Chiara Fumai o Gianni Motti (il mio preferito).

Ti voglio bene,

Mamma

Linda Montano, "Happy Birthday Mother Teresa" (2009).
Linda Montano, “Happy Birthday Mother Teresa” (2009).

L’artista, travestita da Madre Teresa, benedice i passanti di fronte all’Empire State Building.

Gianni Motti, "Ala Sinistra" (1995)
Gianni Motti, “Ala Sinistra” (1995)

L’artista si infiltra nella squadra dello Neuchatel Xamax come ala sinistra.

Pilvi Takala, "Real Snow White" (2009)
Pilvi Takala, “Real Snow White” (2009)

L’artista, travestita da Biancaneve, tenta di entrare a Disneyland Paris, ma non la fanno entrare.

Ed Ruscha, "Rocky II" (1976).
Ed Ruscha, “Rocky II” (1976).

L’artista statunitense nasconde una roccia finta nel deserto del Mojave.

In Foreign Man and Elvis Presley (1977), Andy Kaufman finge di essere uno straniero, che asserisce di provenire da Caspiar, un’isola del Mar Caspio affondata, e subito dopo finge di essere Elvis Presley.

BambiniDue bimbi fingono di essere pirati

In Chiara Fumai Presents Nico Fumai (2010), l’artista persuade il pubblico che suo padre Nico Fumai abbia inventato la disco music.

Anno 1938, Orson Welles presenta War Of The Worlds: Il programma condotto come una serie di notiziari simulati persuade gli ascoltatori che un’ invasione aliena é attualmente in corso.


ILLINX

(il seguente testo è stato scritto dall’autore bendato) (P.s:: l’autore non ha ancora imparato a scrivere senza guardare la tastiera)

Illinx su ruferusce a quei giochi ij cui il giocatitr cerca ik disorientanemto. un0alrtazione dwlla realyà.Ad esempio girare su sp stessi, andate sukke guistre, bevdarsum etc…

In arte contemporaneaa gli artisti hanno spesso tentato di alterare uk proprio stato psicomotorio, davanti a un pivvluco (Marina Abramocix), davanti a una camera (Vito Acconci) o per oyyenere determinati risulyati (Roenrto Ciovhi).

Marina Abramovic, "Rhytm 2" (1974).
Marina Abramovic, “Rhytm 2” (1974).

Il pubblico assiste alla performer ingerire prima un medicinale per la catatonia e successivamente uno per la schizofrenia.

Gelitin, "Blind Sculptures" (2010)
Gelitin, “Blind Sculptures” (2010)

Gli artisti realizzano una grande installazione totalmente bendati.

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Roberto Cuoghi, “Il Coccodeista” (1997).

L’artista passa un lungo periodo di tempo indossando degli occhiali da saldatore con montate delle lenti Peckham, in grado di ribaltare la vista. In queste condizioni realizza una serie di dipinti e disegni.

Vito Acconci, "Soap and Eyes" (1970)
Vito Acconci, “Soap and Eyes” (1970)

L’artista tenta di tenere gli occhi aperti, dopo essersi versato del sapone in faccia.

Giostra "Montagne Russe"
Giostra “Montagne Russe”

Nella serie Under The Influence (1995-in corso) Bryan Lewis Saunders realizza una serie di autoritratti sviluppati sotto l’effetto di varie sostanze.

Il corrispondente di VICE, Joshua Haddow tenta una stand-up comedy per la prima volta… sotto l’effetto di acidi.

Roberto Fassone (1986) è un giocatore di basket (Affrico Firenze). Vive e lavora a Firenze.

 

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Recensione /

Judith Hopf Museion / Bolzano

Prova convincente la prima Judith Hopf in un’istituzione italiana.

Lavori prodotti per l’occasione e altri già noti mostrano negli spazi del Museion il catalogo poetico dell’artista tedesca. In “Up” convengono un ampio spettro di riferimenti plastici e culturali: la destrutturazione dei paradigmi formali del Minimalismo, l’amore per la tradizione dello slapstick, l’interesse per il linguaggio amatoriale, l’autocostruzione, l’iperconessione e il capitalismo avanzato.
Il Passage, il vivace ambiente al piano terra che funge da membrana fra il Museo e la città, ospita Lily’s Laptop (2013). In pochi minuti il video presenta la storia di una ragazza alla pari che, lasciata sola in casa, vendica il negato utilizzo del computer allagando prima la cucina, poi l’appartamento della giovane coppia cool sottostante e infine l’intero modernissimo palazzo. Girato assecondando i canoni dell’estetica digitale (alta definizione dell’immagine, alta qualità formale della scenografia, uniformità con il linguaggio commerciale) il video non si spinge in profezie apocalittiche, preferendo condividere con i visitatori una complicità comica.
All’ultimo piano del Museo un doppio muro di mattoni interpreta lo spazio lungo l’asse orizzontale aprendo la mostra a entrambi i lati del paesaggio circostante. Attorno al muretto e in comunicazione con la grandezza dell’intorno (forse metafora del mondo-web) si trovano alcuni trolley (Rollkoffer, 2016) mani (Hand, 2016), piedi (Self Portrait with Problems, 2016) e palloni da calcio (Ball Kugel, 2016). Tutte le opere sono ingrandite nella misura in cui divengono proporzionate all’attenzione di chi le guarda. Non troppo grandi e monumentali, non troppo piccole e particolareggiate, come da manuale del Minimalismo. Ma l’interesse per il movimento artistico che più di tutti ha scritto il codice della modernità va oltre: i lavori infatti sono prodotti con i mattoni, la nota forma primaria non scevra da un’ideologia della prassi – tutta americana – dell’antropologia minimalista. Hopf usa l’insieme di queste sorgenti con l’ironia di un giocoliere, costruendo una mostra che può facilmente essere letta come un laboratorio di libertà. L’opera diventa lavoro eseguito dall’artista e quindi, nel contesto espositivo, seduta per il pubblico. Allo stesso modo l’elementarità del muro in mattoni diviene texture per la tenda (Husse 2, 2016) che ospita il video seminale Some End of Things: The Conception of Youth (2011) in cui un uomo travestito da uovo fa i conti con l’architettura modernista sbattendo contro passaggi troppo piccoli per le sue dimensioni. La grandezza, sembra dirci Judith Hopf, è veramente una questione di libertà.

Denis Isaia

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