Recensione /

Sislej Xhafa MAXXI / Roma

Le tematiche che caratterizzano, fin dagli esordi, il lavoro di Sislej Xhafa, rispecchiano drammaticamente lo stato attuale dei fatti politici e sociali italiani e non solo. Come un clandestino dell’arte, e del mondo, Xhafa si muove da sempre nell’ambito delle arti visive con fare indagatorio e sovversivo innescando spunti di riflessione ironico-polemica nei confronti delle strategie politiche, economiche e culturali che regolano la società contemporanea.

Alla negazione dei diritti, agli stereotipi del consumismo, all’arroganza del potere e alla controinformazione, Xhafa risponde con la decostruzione delle false mitologie e con azioni illegali di appropriazione e ribaltamento dei linguaggi che caratterizzano l’estetica dell’immaginario collettivo, arrivando a mettere in atto processi di occupazione territoriale temporanea. La retrospettiva del MAXXI, curata da Hou Hanru e Luigia Lonardelli, nel presentare un ampio corpus di lavori (trenta in tutto datati tra i primi anni Novanta e il 2016 e disposti volontariamente in maniera non cronologica ma secondo un criterio di assonanza e di stratificazione simbolica), testimonia appieno la complessità della ricerca dell’artista e la sua lucida e tagliente forza comunicativa che fa della condizione extra territoriale il metodo inquisitorio ideale per analizzare, freddamente e sarcasticamente, la realtà attuale, mettendo a nudo le manovre che sottendono la manipolazione sociale e culturale. Simbolico in tal senso il titolo della mostra, “Benvenuto”, desunto dalla grande opera realizzata da Xhafa nel 2000 sulle colline di Casole d’Elsa, nel senese, nell’ambito del progetto Arte all’Arte. Una forma di saluto che nell’alludere all’idea di apertura assume paradossalmente la forma di nuovo confine. Un affondo sul tema caldo dell’immigrazione e del diritto (e dovere) all’accoglienza che pervade come un fil rouge autobiografico l’intera produzione dell’artista e delle opere presenti in mostra e guida, fin dai primi lavori, il suo istinto migrante, visionario e disobbediente.

 

Emanuela Nobile Mino

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Recensione /

Stefano Arienti Francesco Pantaleone Arte Contemporanea / Palermo

Francesco Pantaleone Arte Contemporanea promuove la prima personale al Sud Italia di Stefano Arienti, appuntamento che coincide con il trentennale di attività dell’artista. Non a caso, la mostra verte su una ricognizione delle diverse tecniche di elaborazione dell’immagine sperimentate in questi anni di ricerca. Pur restando fedele ai medium e alle tecniche già da lui impiegate negli anni Ottanta, Arienti muta il rapporto con l’immagine attraverso una manipolazione di tipo artigianale, dettata da una rigorosa disciplina dello sguardo.

Puzzle, pongo, cancellature, teli anti polvere, pittura in oro, libri e forature si prestano a un’operazione semplice – tangibile – eppure unica che, a partire dall’accumulo “pop” di materiale eterogeneo, interviene sulle immagini scelte con un gesto di matrice concettuale, capace di conferire un senso profondo alle opere. Attingendo a materiali d’uso comune provenienti da diversi ambiti culturali, l’artista sovverte le immagini di partenza per mostrarne il significato nascosto, a tratti ambiguo. È il caso di Mano d’oro (2016), da cui la mostra prende il titolo, un poster raffigurante un Buddha tailandese su cui Arienti esegue, con precisione da miniaturista, centinaia di puntini in oro concentrandosi sulla mano della statua e alludendo tanto alla connotazione spirituale quanto al valore economico dell’opera d’arte. Lo stesso supporto suggerisce altri interventi, la foratura o la cancellatura che determinano inedite inversioni di significato. Centrale è infine l’indagine su una figura chiave come quella di Vincent Van Gogh e su alcuni dipinti dell’artista, come Autoritratto e Notte stellata, divenuti vere e proprie icone per il pubblico, ma spesso noti solo superficialmente. Ricorrendo alla propria manualità, mediante la cancellatura o il pongo, Arienti opera un gesto minimo su riproduzioni di opere e lettere di Van Gogh, coerentemente con un procedimento rigoroso ma libero, sempre aperto a nuove interpretazioni.

 

Cristina Costanzo

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News /

Zoe De Luca su PANORAMA

Nell’introduzione a PANORAMA – una raccolta di circa sessanta interviste con figure emergenti nel panorama milanese che hai recentemente curato per Diorama Editions – definisci queste persone “creativi”. Immagino, però, che molti degli artisti invitati non si riconoscano in questo appellativo e possano trovarlo addirittura offensivo. E allora ti domando: credi che la produzione artistica a Milano debba riconoscere (e in un certo senso assoggettarsi) all’egemonia dell’industria della creatività? 

La comunicazione è stata una parte complessa del progetto, dato che si è delineato per gradi, in modo organico. E vista l’impossibilità di restituire uno spettro completo, definire “creativi” i profili selezionati è stato il compromesso per rappresentarne la molteplicità. Detto questo, la risposta è no. C’è una zona grigia tra riconoscimento e sottomissione, ma se la produzione artistica locale fosse rimessa a quell’egemonia, non avremmo avuto molto di cui parlare.

Con quali criteri hai selezionato le figure intervistate? 

Il metodo non è derivato unicamente da me: Mattia Capelletti e Ingrid Melano hanno seguito con me lo sviluppo dell’antologia, dalla scelta del nome alla produzione dei contenuti, influenzandone quindi la selezione. Il denominatore comune per la scelta delle figure era la loro presenza attiva nel territorio milanese: l’intento era raccontare un insieme variegato e plasmabile dal contesto di cui fa parte. Abbiamo cercato profili con diverse esperienze, ricerche e pratiche senza particolari pronostici sul risultato; e il cerchio si è chiuso in modo spontaneo, in base alla risposta dei diretti interessati.

PANORAMA mi ricorda Autoritratto di Carla Lonzi. Le interviste non sono montate in un unico flusso come accade in Autoritratto; ma basta approcciare il volume un pelo più fluidamente per ritrovare un’esperienza simile. Le interviste inoltre sono spesso state registrate negli studi degli artisti, alla ricerca – sembra – di uno scambio “largamente comunicativo e umanamente soddisfacente”, come direbbe Lonzi. Come definiresti quindi il tuo ruolo rispetto al progetto di PANORAMA? 

I dialoghi hanno avuto luogo in casa o in studio – quando ce n’era uno; questo è stato un ulteriore input per focalizzarci sul luogo e il momento di questo approfondimento, spingendoci a parlare sia della produzione degli intervistati che della sua contestualizzazione, di peculiarità e problematiche. Negli ultimi anni i giovani artisti che vivono a Milano hanno creato un clima fertile e collaborativo che, con chi mi ha affiancato, ho voluto documentare e condividere. Credo che il mio ruolo sia il riflesso della necessità di approfondire e fare un punto della situazione, provando a interpretare un sentire diffuso. Per rispondere con le parole della stessa Lonzi, “non sono più un’estranea.”

Attraverso le sessanta interviste, saresti in grado di evidenziare tematiche, procedure operative, attitudini che accomunano le ricerche degli artisti milanesi?

In molti sono proiettati verso temi universalmente attuali, come indagini sul linguaggio o speculazioni sul digitale, relazionandosi così con il lavoro di chi ha vent’anni in più o in meno di loro. Ma c’è anche chi lavora in modo totalmente introspettivo e chi sperimenta senza sosta sulla materia, fisica o sonora che sia; fortunatamente c’è vera eterogeneità e attitudine collaborativa.

 

Michele D’Aurizio

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Recensione /

Ian Davenport Tega / Milano

Utilizzare il colore attraverso una controllata fisicità, un gesto, tecniche e strumenti sperimentali e una selezione  cromatica  ispirata  dai  dettagli  che  l’occhio  quotidianamente  incontra,  oggi  non  è  una mansione  facile.  I  rimandi  estetici  nell’opera  di  Ian  Davenport  sono  tanti  e  importanti,  da  quell’espressionismo  americano  che  lasciava  all’istinto  tutta  la  parte  estetica,  al  rigore  più  analitico  delle linee  degli  anni  Settanta. 

Ma  sono  rimandi  molto diversi  rispetto  all’impatto  della  vernice  nelle  opere dove  Davenport  incrocia  varie  tonalità  in  grandi,  medie e  piccole  cascate  controllate  alla  matrice – la parte alta della tela da cui l’artista fa scivolare sinuosamente la pittura – e che si mescolano alla base. I pannelli e le tele dell’artista inglese risultano quasi tridimensionali, e il soggetto è la pittura stessa, che diventa scultorea.  La  galleria  Tega  presenta  una  selezione  di  lavori  dal  2005 al 2015.  In  mostra  le Poured  Lines (2005–08), le calibrate Staggered Lines (2010–11), e gli ultimi Puddle Paintings: tributi ad artisti storici, come Carpaccio  o  Van  Gogh,  da  cui  Davenport  estrapola  la  scala  cromatica,  ben  impressa  nella  mente  e riportata sui pannelli, chiamati D’après (2013–15). Davenport “dipinge la pittura” – scrive Pia Capelli nel  catalogo  della  mostra – e  le  vernici,  i  riflessi,  le  mescolanze,  le  sgocciolature,  le  deviazioni  e  le fughe di questi colori rappresentano una forza impattante viva e rigorosa. Oltre  ai  pannelli,  tra  cui  tre  di  grandi  dimensioni,  nello  spazio  di  via  Senato  20  sono  presenti  anche quattro  raffinate carte:  lavori  più  cerebrali  e  contenuti. Anche  i  piccoli  spot  rappresentati  da  insiemi della  stessa  scala  cromatica, come “Puddle  Painting:  Yellows”, che  passa  dal  giallo  all’arancione, rappresentano un contrappunto a questa energia divampante. L’ex Young British Artist che nel 1991 fu nominato  per  il  Turner Prize  giovanissimo  (il  più  giovane  mai arrivato  in  finale),  ha  raggiunto  un equilibrio  strutturale  immediato  e  riconoscibile  attraverso  colature tangibili  alla  vista  e  anche  al  tatto. Se solo si potessero toccare.

 

Rossella Farinotti

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Women: New Portraits Fabbrica Orobia 15 / Milano

il progetto “Women: New Portraits” fa tappa  a Milano. “Una creatura di Susan che io ho solo portato avanti” racconta Annie Liebovitz che dal 1999 con i suoi ritratti testimonia la visione di in mondo al femminile al di là del genere e dell’estetica. Un progetto ambizioso che da allora ha viaggiato in giro per il mondo per raccontarsi. Presentato in Fabbrica Orobia 15 dal 9 settembre al 2 ottobre, ex spazio industriale diventato ora spazio espositivo, il progetto mantiene la qualità di work in progress per la modalità installativa di presentazione e ne lascia intuire la sua vastità.

Insieme ai ritratti troviamo anche un paio di spazi bianchi, ritratti futuri e post-it con appunti. Al momento nessuna donna italiana è presente nel suo album, ma Liebovitz fa sapere che a breve avrà un appuntamento con Miuccia Prada. Lampade, divani  e i vari libri presenti per la consultazione forniscono il set che ospiterà un circolo di conversazioni che affrontano “importanti questioni femminili”. Annie Liebovitz non rispecchia il mito che la vorrebbe inaccessibile star della fotografia dedita a fotografare per esclusive riviste di moda o personaggi potenti. Denise e Linamandla Manong (operatrice pediatrica nella lotta all’Aids, sud Africa),  Cindy Sherman (artista), Katie Ledecky (nuotatrice agonistica), Aung San Suu Kyi (consigliere di stato di Myanmar) Malala Yousafzai (portavoce per le bambine del diritto allo studio), Caitlyn Jenner (atleta, attivista in difesa delle persone transgender), Adele (cantautrice): per diversità e specificità tutte incarnano un canone sempre diverso, ispirato dalla propria storia professionale. Liebotivz  ritrae la forza e la consapevolezza delle donne, costruendo un nuovo canone inclusivo nel quale consapevolezza e assertività vengono preferiti alla mera bellezza. I suoi ritratti testimoniano un importante cambiamento sociale rispetto alla cultura di genere avvenuta negli ultimi anni. Una mappatura che va oltre il genere, per mostrare la storia unica ed universale di un individuo. La prefazione alla mostra  abilmente redatta da Gloria Steinem a riguardo precisa “a dire il vero, a volte penso che l’unica grande divisione in due sia tra chi divide tutto in due e chi no”.

 

Maria Giovanna Drago

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Aram Moshayedi su Made in L.A. 2016

Il 12 giugno ha aperto la terza edizione della Biennale promossa dall’Hammer Museum “Made in L.A.”. Questa edizione, che hai co-curato insieme a Hamza Walker, è intitolata “a, the, though, only”. Avete cercato artisti il cui lavoro è in qualche modo connesso alla città di Los Angeles? Credi ci sia qualcosa di caratteristico nell’arte della città, oppure si tratta solamente di opere realizzate in quel determinato confine urbano?

Abbiamo cercato di evitare che la Biennale fosse interpretata come un’indagine su Los Angeles; anche se, ovviamente, la città emerge in diverse opere in mostra. I cliché legati a Los Angeles continuano a essere persistenti, persino quando sono contradditori. Abbiamo tentato dunque di lasciarci alle spalle le nostre certezze, evitando qualsiasi argomento che potesse essere interpretato come esclusivamente legato al contesto. “Made in L.A” tenta di esprimere uno sguardo interiore, un’amplificazione. La prima Biennale del 2012 riguardava la creazione di una piattaforma per artisti che vivono e lavorano qui. È facile che dall’esterno l’arte prodotta a Los Angeles sembri legata a una ristretta cerchia di uomini bianchi, acclamati dal mercato; ma questa non è la realtà del luogo.

Nella mostra sono presenti artisti in diverse fasi della loro carriera. Da figure affermate ad artisti emergenti, fino a figure più storicizzate e fin ora raramente considerate. Sono personalmente interessato all’inclusione di Kenzi Shiokava e Huguette Caland. Come mai avete deciso di includerli? Cosa rappresentano?

Ci sono una manciata di “mini-mostre” che attraversano la mostra principale. Caland e Shiokava, in particolare, sono due esempi in cui abbiamo assemblato una vasta gamma di lavori così da riflettere sul lungo arco delle loro rispettive carriere. Piuttosto che selezionare artisti che hanno lavorato per decenni in relativa oscurità e considerarne solo un particolare periodo o un corpus di lavori, abbiamo scelto di seguire un impulso retrospettivo. Condensare il lavoro di una vita in una mostra di questa scala rappresenta una sfida. Ancora più arduo è prendere figure come Caland e Shiokava e metterle in relazione ad artisti come Daniel R. Small, che negli ultimi sei anni ha lavorato a un progetto sullo scavo archeologico dove Cecil B. DeMille ha filmato nel 1923 I Dieci Comandamenti.  Mentre gli sguardi e gli approcci di qualcuno come Small differiscono da quelli degli artisti più vecchi che ho menzionato, la profondità, l’intensità e il peso concettuale di questi gesti è onestamente alla pari con il loro impegno condiviso e il loro rigore.

 

Eli Diner

 

(Traduzione dall’inglese di Giulia Gregnanin)

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