In Residence /

Compendium Maleficarum / Avvelenamenti

Per recarsi al sabba notturno la strega si denuda e si spalma con un unguento fatto di carne o di sangue di bambino. Quindi invoca il diavolo e si mette a cavalcioni di una sedia o di una scopa, ma vanno bene anche un bastone, un forcone, un maglio per battere il lino, uno sgabello. A volte il volo avviene cavalcando una gatta, un caprone, un cane o un toro. Chi le spia, vede le streghe scomparire in una nuvola azzurra. Se, tornando a casa in groppa al diavolo vengono sorprese dal suono della campana della prima messa, succede che restino sospese in aria. Sole, perché il diavolo, accorto, se ne fugge.

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Compendium Maleficarum è una rubrica di Alberto Tadiello ideata per “In Residence”.

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News /

Nicoletta Rusconi e Riccardo Beretta su Nicoletta Rusconi Art Project

Non ti sei mai accontentata di posizioni garantite, al contrario, ti sei sempre messa in gioco, perché?

Nicoletta Rusconi: Non mi sarebbe bastato! Sono curiosa e ansiosa di imparare, sempre! Con Cascina Maria forse, finalmente, mi sono messa in sintonia con il mio demone interiore; la mia natura è estremamente dinamica. Dentro di me c’è un tormento che mi spinge a non fermarmi mai; ciò che più mi sta a cuore è poter predisporre una situazione che corrisponda agli artisti con cui scelgo di lavorare.

La tua stessa collezione privata, prima ancora dei tuoi progetti lavorativi, è un percorso di vita vissuta, una raccolta mai banale, mai prevedibile.

NR: Forse perché ho scelto di incontrare praticamente tutti gli artisti con cui ho lavorato e con i quali ho arricchito le dimore che abito e non solo; è praticamente indispensabile per me costruire una comunicazione con loro.

Come si declina la tua proposta per il nascituro progetto che hai nominato Cascina Maria?

NR: Cascina Maria è un parco di sculture all’aperto, ma anche una residenza e un format di fotografia indoor – non avrei mai dimenticato le mie origini, cioè la galleria Fotografia Italiana. Per quanto riguarda la fotografia si tratterà di scatti di gradini, di rampe, insomma di scale, collocati proprio lungo lo sviluppo dello scalone centrale di questa dimora di campagna. Inizio con un fotografo che apprezzo particolarmente, l’italiano Luca Gilli.
In residenza invece abbiamo invitato Riccardo Beretta. A proposito di Riccardo ti devo dire che si è attivato uno scambio di idee molto proficuo: mentre era in residenza abbiamo parlato di tutto, ci siamo divertiti, ci siamo appassionati al lavoro che via via andava intraprendendo, questa è l’esperienza che cercavo!

Stimo Riccardo umanamente e professionalmente quindi non mi è difficile immaginare quanto sia stato proficuo lavorare con lui. Cosa ha realizzato Riccardo per te e per questo luogo ameno?

NR: Guarda, Riccardo sta arrivando, desidero che ti introduca lui stesso il lavoro!

Riccardo Beretta: Ciao Marco! Posso dirti innanzitutto che il silenzio della dimensione agreste mi ha consentito preziosi momenti di concentrazione che, a loro volta, mi hanno permesso di pormi in risonanza con alcune esperienze molto personali caratterizzanti il mio vissuto. Da qui l’idea del playground, partita con una serie di disegni e di collage e poi evoluta in una scultura importante anche come impatto visivo. È un dispositivo, una macchina celibe, un riprogrammatore di pensieri nella misura in cui sovvertono gli elementi rispetto al loro abituale ordine.

Che beneficio hai ottenuto trascorrendo questi mesi di lavoro anche nella contemplazione del paesaggio?

RB: L’esposizione a orizzonti liberi mi ha infuso quel coraggio di cui avevo bisogno, cioè l’ardire di pensare in grande anche e soprattutto a livello di dimensioni dell’opera.

Nicoletta e Riccardo, voglio chiedere a entrambi: l’agire direttamente nel paesaggio conserva una potabilità per il dibattito artistico contemporaneo?”

NR: Per me sì, assolutamente. Le sculture outdoor si pongono come disturbatori necessari, come acceleratori improvvisi di significato rispetto al paesaggio circostante Cascina Maria, guarda come arricchiscono la complessità del paesaggio le opere di Francesco Arena, Miroslaw Balka, Matthias Bitzer, Monica Bonvicini, Mattia Bosco, Latifa Echakhch, Yona Friedman, Dan Graham, Paolo Icaro, Carlo Ramous e Markus Schinwald che proponiamo.

RB: Sì, conferisce libertà, assenza di vincoli, almeno quelli più grossolani. Per il dibattito contemporaneo non posso risponderti, per me certamente sì, è stata l’occasione di confrontarmi con i pregi e i difetti del lavoro a contatto con la natura: la luce, il passaggio delle stagioni. Portare la mia pratica all’esterno è stata una sfida, ho condotto i miei elementi all’aperto e il risultato non è estraniante di per sé ma senz’altro costituisce un détournement perché significa traslare la dimensione del riparo in qualcosa che sia metaforico della propria infanzia.

Per concludere, Nicoletta, cosa ti ha più emozionato nel costruire questa esperienza?

NR: Scoprire, anzi, avere un’ulteriore prova del fatto che l’unione fa la sforza! Fare network tra appassionati d’arte come Giò Marconi, la Famiglia Minini, le sorelle Repetto, Paola Sosio è un goal garantito.

Marco Tagliafierro

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Recensioni /

Silvia Camporesi e Ketty Tagliatti Villa al Console / Carignano

È già da qualche anno che Villa al Console nei pressi di Lucca apre al pubblico con mostre site specific ideate e realizzate su misura per la villa.

La scelta a cura di Maria Livia Brunelli quest’estate è ricaduta su due artiste italiane con un buon curriculum all’attivo: Silvia Camporesi partecipa fra le altre cose al IX Festival di Fotografia Europea e un suo lavoro è diventato il manifesto della mostra “Italia Inside Out”, a Palazzo della Ragione a Milano l’anno scorso; Ketty Tagliatti invece è di casa allo Studio G7 di Ginevra Grigolo a Bologna, città nella quale ha anche studiato e iniziato, quasi trent’anni fa, la propria carriera artistica. Nella doppia personale i loro percorsi s’intrecciano su temi e pratiche tipicamente muliebri, e l’attesa, la cura o la leggerezza escono rafforzate nella dimensione raccolta degli interni grazie ad un allestimento raffinato ove nulla è lasciato al caso.
La fotografia sgranata di un orologio all’inizio del percorso allenta le catene della necessità che costringe gli attimi a trascorrere l’uno nell’altro, e allora in queste stanze protette dalla calura manca il rintocco delle ore e dei minuti sospeso da chissà quanto, e regnano su tutto il silenzio, la quiete, l’attesa. È una foto di Camporesi che fa emergere un’atmosfera, e i muri stessi trasudano pazienza, mani solerti cuciono per ore, e attendono alla tessitura o all’arte del ricamo: si fabbricarono in queste terre i primi telai e con l’arrivo della seta dall’Oriente nacque un’industria rigogliosa attorno alla dinastia dei Mansi. Perciò risultano perfettamente a casa tutte le maxi e mini poltrone ricamate di Tagliatti, che appaiono come altrettante presenze rassicuranti e insieme vagamente inquietanti, perché parlano di un’assenza e di un vuoto, ed introducono alla serie delle rose che l’artista cuce con interpolazioni di vere spine di rosa attraverso un armamentario di spilli e aghi che conferisce alla tela spessori vertiginosi. Le fotografie con interventi colorati a mano di Camporesi rimandano ad un precedente lavoro di matrice concettuale, un atlante d’Italia che attuava un campionario di luoghi decadenti e ricchi di fascino di cui alla fine risulta ricchissimo il Belpaese. Luoghi deserti e inabitati, ma basta il nostro sguardo, per animarli: su queste tematiche si sono affaticate in tantissime artiste della generazione della Tagliatti fino ad estendersi alla performance nel caso di Sissi, ma nel binomio Tagliatti-Camporesi esce con forza il genius loci, un mistero che aleggia su tutto come quelle voci che senti riecheggiare all’infinito in certe case.

Francesca Nicoli

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Recensioni /

Jakub Julian Ziolkowski MAN / Nuoro

Il progetto realizzato da Jakub Julian Ziolkowski al Museo Man – prima mostra personale in un’istituzione italiana, a cura di Lorenzo Giusti e con la collaborazione di Rowena Chiu – è una celebrazione dei nasellini, piccoli gnocchi conici che prendono forma dalle cavità delle narici.

A parte l’aspetto sappiamo poco di questa tipologia di pasta, e Ziolkowski non è certo interessato a risolvere la nostra curiosità. Al contrario, tutti i lavori ne amplificano il mistero.
Nei video (realizzati durante una residenza in Sardegna) osserviamo uno chef che si mette ai fornelli dopo la chiusura del ristorante per cucinare per sé, in silenzio sacrale, il piatto desiderato; una nonna li realizza a mano lasciandoci intuire una tradizione di famiglia, in cui però la pasta risuona nella ciotola con un alieno suono metallico. O, ancora, assistiamo al pellegrinaggio dell’artista nelle dune di Piscinas per invocare una divinità perché gli mandi una soluzione, con gestualità che ricordano Shiva danzante. Il gioco di richiami religiosi non si esaurisce nella metafora dei nasellini come manna o nelle pose induiste, ma si ritrova anche nel totem antropomorfo composto da una pila di scatoloni da imballaggio pronti per la distribuzione, e nel pseudo-altare con un piatto dalle decorazioni aborigene su cui poggia, isolato e prezioso, un piccolo gnocco.
Ma i nasellini non sono solo oggetti di culto, sono anche un bene d’acquisto, intorno al quale creare irresistibile desiderio. L’artista mette in scena una campagna di marketing grottesca, eccessiva e martellante, in cui le strategie commerciali trovano veste nel suo consueto organicismo pittorico, che amalgama i registri e le suggestioni più diverse – dalla fantascienza alla pubblicità, dai fumetti alla storia dell’arte, non tralasciando la mercificazione del piacere sessuale. Si esce dalla mostra senza un’idea chiara di cosa effettivamente siano i nasellini (una pasta allora o una forma vita aliena?), ma per giorni se ne desidera un piatto, immaginandone il sapore e, soprattutto, sognandone gli effetti miracolosi.

Micaela Deiana

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In Residence /

Compendium Maleficarum / Il bacio osceno

Per recarsi al sabba notturno la strega si denuda e si spalma con un unguento fatto di carne o di sangue di bambino. Quindi invoca il diavolo e si mette a cavalcioni di una sedia o di una scopa, ma vanno bene anche un bastone, un forcone, un maglio per battere il lino, uno sgabello. A volte il volo avviene cavalcando una gatta, un caprone, un cane o un toro. Chi le spia, vede le streghe scomparire in una nuvola azzurra. Se, tornando a casa in groppa al diavolo vengono sorprese dal suono della campana della prima messa, succede che restino sospese in aria. Sole, perché il diavolo, accorto, se ne fugge.

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Compendium Maleficarum è una rubrica di Alberto Tadiello ideata per “In Residence”.

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Bruna Roccasalva su Furla Series

Prodotto da Fondazione Furla e curato da Bruna Roccasalva e Vincenzo de Bellis, Furla Series è un progetto che coinvolge istituzioni artistiche e artisti italiani e internazionali in mostre ed eventi. La prima edizione intitolata “Time after Time, Space after Space” – in partnership con il Museo del Novecento di Milano – inaugura il 21 settembre con “Simone Forti. To Play the Flute”, una selezione di performance dell’artista italoamericana che per tre serate attiverà la Sala Fontana. La programmazione di questo capitolo iniziale, oltre a Forti, prevede gli interventi performativi di Alexandra Bachzetsis, Adelita Husni-Bey, Paulina Olowska e Christian Marclay che si alterneranno a cadenza bimestrale, sempre nel contesto della Sala Fontana.

Come nasce Furla Series #01 e come mai avete privilegiato la performance?

È importante precisare che il formato e il tema di “Time after Time, Space after Space” sono stati appositamente pensati per questa prima edizione di Furla Series, i cui futuri appuntamenti avranno formati di natura diversa. La produzione di progetti in partnership con altre istituzioni ci porta a lavorare all’interno di situazioni ogni volta diverse che sono, inevitabilmente, uno dei punti di partenza nell’ideazione stessa del progetto.
Nel caso di Furla Series #01 l’idea di sviluppare un programma sulla performance nasce da fattori legati alla specificità del Museo del Novecento, partner dell’iniziativa. Siamo partiti da una riflessione sulla collezione, dal Futurismo a Lucio Fontana, cui è dedicato l’intero ultimo piano dell’Arengario. La natura degli spazi espositivi si prestava a degli interventi dal carattere più fluido e Sala Fontana, con la Struttura al Neon per la IX Triennale di Milano (1951), ci è sembrata da subito un palcoscenico d’eccezione per un ciclo di performance, interessante elemento di congiunzione tra passato e presente. A queste ragioni si aggiunge anche quella di riflettere su questioni specifiche, come la conservazione o il reenactment di pezzi storici, la tutela della loro identità e integrità e le modalità di trasmissione alle generazioni future.

Furla Series #01 prevede anche un ricco programma di attività divulgative. Com’è strutturato?

Nella consapevolezza di quanto l’educazione e l’accessibilità all’arte, contemporanea e non solo, sia una questione centrale per qualsiasi istituzione, abbiamo voluto che una parte integrante di “Time after Time, Space after Space” fosse un programma pubblico e di attività educative finalizzate alla creazione di un contatto più diretto tra i contenuti e i visitatori. Il programma sarà distribuito lungo un ampio arco temporale che va da settembre a maggio con un ricco e vario calendario di attività: visite guidate per adulti, un workshop per le scuole elementari e medie ideato dallo Studio Fabio Mauri, un progetto didattico indirizzato agli adolescenti, conferenze sulla performance, una serata di proiezioni dedicata ad alcuni archivi storici e workshop con artisti.

Furla Series vede la collaborazione di soggetti privati, pubblici e indipendenti: un’alleanza piuttosto rara in Italia, che con Peep-Hole avete già sperimentato in molte occasioni. Come dialogano realtà così diverse?

Ognuna di queste realtà ha una natura profondamente diversa e non nascondiamo le inevitabili complessità di ordine pratico e burocratico soprattutto, che un simile sodalizio implica. La sfida è trovare obiettivi condivisi per sperimentare una proficua pratica di collaborazione tra pubblico e privato, che vada aldilà della semplice sponsorizzazione e si sviluppi invece come una vera e propria forma di progettualità condivisa.
In questi anni, come Peep-Hole, abbiamo lavorato con l’obiettivo di incrementare attraverso la nostra attività espositiva la scena dell’arte contemporanea in Italia, e il lavoro con Fondazione Furla proseguirà in questa direzione.
Inoltre Peep-Hole non è stato soltanto uno spazio espositivo, è stato un importante esperimento in termini di realtà istituzionale. Ci piace pensare questa nuova esperienza come un’evoluzione della precedente, un modo nuovo per continuare a interrogarsi sul ruolo dell’istituzione d’arte e sperimentare modelli operativi che possano suggerire nuove direzioni.

Qualche anticipazione per Furla Series #02?

Stiamo già lavorando da un anno anche alla seconda edizione, che si svilupperà in un formato completamente diverso e sarà realizzata in partnership con un’altra istituzione milanese. Il progetto, previsto per settembre 2018, consiste in una mostra personale che presenta nuove produzioni insieme a lavori esistenti di un artista internazionale che non ha mai esposto in Italia.

Rossella Moratto

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