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Getulio Alviani ci ha lasciato (5 settembre 1939 – 24 febbraio 2018)

Getulio Alviani, grande amico nostro – fu lui a disegnare la testata di Flash Art in helvetica alla fine degli ani ’60 – oggi, 24 febbraio, ci ha lasciato. Da tempo lottava contro un male insidioso che non è riuscito a vincere.

Artista cinetico tra i più importanti del nostro tempo, ha anche sfiorato il design e la moda sempre con grande originalità ed essenzialità (celebri i suoi vestiti cinetici con Germana Marucelli, famosa stilista degli anni ’60 nonché zia di Paolo Scheggi).
Getulio si è battuto sino all’impossibile anche per sostenere i suoi compagni di viaggio (Morellet, Le Parc, Massironi, Munari, ecc.) con mostre e articoli apparsi sulle pagine di questa rivista. Per lui il movimento “Arte cinetica e programmata” veniva prima del suo lavoro.
Un ricordo più circostanziato sul prossimo numero di Flash Art cartaceo.

Addio caro amico di una vita.

Con Enrico Castellani e François Morellet, qualche notte, all’improvviso, ci darete un segnale con un cielo cinetico stellato.

Giancarlo Politi

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Stefania Galegati Pinksummer / Genova

L’espressione “fare un buco nell’acqua” esprime un tentativo inutile, un insuccesso, una qualche idea di fallimento. È così che “I modi di dire e della buca” diviene una sorta di esercizio mentale all’interno della galleria Pinksummer di Genova in cui Stefania Galegati indaga lo spazio e l’assenza, il linguaggio e la sessualità femminile innescando un continuo rimando visivo e mentale tra le opere esposte.

L’artista è stata invitata a scegliere e allestire, accanto alle sue opere, i lavori di alcune artiste presenti nella collezione di Gianni Carrega: Mirella Bentivoglio, Tomaso Binga, Betty Danon, Agnes Denes, Amelia Etlinger, Maria Lai, Margaret Morton, Giustina Prestento, Greta Schodl e Salette Tavares.
Galegati torna così a riflettere sul linguaggio, quello femminile per l’esattezza, prendendo come punto di riferimento la mostra “La Materializzazione del Linguaggio”, curata da Mirella Bentivoglio alla Biennale di Venezia del 1978. La forza del linguaggio femminile si ricuce così tra le pieghe degli anni Settanta e Ottanta, nella delicatezza dei gesti e dei tessuti, tra le poesie disegnate di Tavares e le spinte spirituali dei lavori di Shodl fino a materializzarsi – in un incontro tra lavoro sartoriale e scultura – in un vestito di Maria Lai, carico di simboli e prospettive augurali.
Ma è forse con l’opera Scuola (1973), targa infranta di Bentivoglio, in cui al meglio traspare la volontà di rottura delle leggi della lingua e della parola, della grammatica tout court, espressione consolidata del potere maschile. Sparsi a terra vi sono altri frammenti, questa volta quelli della targa del Monumento a Cadere (2017), realizzato da Galegati a Palermo con i resti della radice e di un tronco di un grande pino caduto. Quei frammenti, insieme alle due tele dell’artista (The hole #1 [2017]; Lost lake [2017]) appese alle pareti, evocano nella galleria l’attitudine umana al cadere: un’azione non programmata ma mai inattesa.

Michela Murialdo

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Michele Ciacciofera MAN / Nuoro

Nella mostra “Emisferi Sud” a cura di Bonaventure Soh Bejeng Ndikung si fondono, in un unico sguardo aperto sul Mediterraneo, Janas Code (2016-17) e The Density of the Transparent Win (2016-17) i due progetti con cui Michele Ciacciofera ha partecipato rispettivamente alla 57a Biennale di Venezia e a Documenta 14 di Kassel e Atene.

In Janas Code l’artista guarda alla Sardegna, fornendo un’interpretazione affascinata del mito arcaico che avvolge questa terra. Ciacciofera compone un dialogo fra memoria e leggende, attraverso piccole sculture polimateriche che accostano legno, ceramica, cera e tessuto. Quella che a Venezia era una ricca raccolta tassonomica, qui diviene sedimentazione e i singoli oggetti acquistano essenzialità e valore simbolico.
The Density ci porta dall’entroterra della Sardegna al mare siciliano, per restituirci la vita quotidiana dei pescatori. Nell’esplorazione della pianura liquida del Mediterraneo, celebra la stretta convivenza a cui i naviganti sono costretti dal lavoro e richiama la più controversa relazione fra abitanti e attraversatori del mare nostrum. A erigersi da contraltare visivo sono alcune forme in terra cruda, parte di un’installazione inedita che formalizza la sonorità effimera del primo lavoro. Gli emisferi sud si incontrano così nella ruvidità della terra, in un complesso scultoreo che sembra dichiarare  un’archeologia (e un’identità) condivisa.
In occasione della mostra al MAN la narrazione si arricchisce di Life Swing (2017), una piccola e precaria altalena colorata che oscilla al centro delle scale del museo, su cui poggia un libro dedicato alla cosiddetta questione sarda, riflessione  di Antonio Gramsci sui colonialismi interni italiani.
Si tratta di un intervento che ben sintetizza le coordinate dell’universo di Ciacciofera, un terreno di indagine dai toni lirici e lievemente nostalgici, in cui le riflessioni di carattere sociale originano dalla ferma ricerca di una narrazione condivisa oltre le costruzioni politiche, di un’essenzialità a-storica, collante di un sentimento collettivo.

Micaela Deiana

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Luisa Mè T293 / Roma

Protagonista di “Look at me”, prima personale del duo Luisa Mè presso T293 a Roma è l’energia prorompente: l’esplosione che precede o succede la violenza del moto. Le grandi tele e le sculture poggiate a terra, animano l’ampio spazio della galleria che sembra trasformato in un mosh pit inspiegabilmente silenzioso, facendo presagire l’arrivo di una tempesta.

I volti delle figure, che riecheggiano palesemente una conoscenza – e una maestria tecnica – della pittura classicista di Mategna e di Bellini, sono cinti da aureole. Le espressioni sono contorte dallo sforzo che compiono i loro corpi cinti da aderenti tute fluorescenti e tacchi a spillo, mentre combattono una battaglia con i confini del telaio per irrompere in tutta la loro potenza nella sala espositiva. I protagonisti delle tele sono metaforici martiri contemporanei e semi-umani che sembrano intenti a compiere un rito catartico, un’azione di massima concentrazione fisica e mentale contenuta dai limiti del quadro e al contempo proiettata nello spazio. Le abili quattro mani degli artisti riescono a tradurre, con grande potenza iconografica la forza e il vigore potenziale che caratterizza l’immagine dell’inquietudine.
Ibride e animate dallo stesso senso di movimento e vitalità sono le sculture zoomorfiche realizzate con resina e creta poggiate a terra. Con il becco da gru, il manto maculato di un serpente, la singola gamba che termina con una scarpa femminile, queste aliene creature puntano il volto verso l’alto, tenendo il tacco ben piantato a terra, assumendo così una posa plastica esplosiva. La sensazione è che stiano per scattare in piedi, balzare da un momento all’altro verso lo spettatore per fuggire.
Nulla è rassicurante in “Look at me”. Luisa Mè sembra volerci parlare del concetto di evasione dalla condanna all’immobilità. In una società caratterizzata da un eccesso di pienezza, i protagonisti dell’immaginario del duo di artisti, si scuotono dall’abbondanza superficiale. I contro-movimenti dei corpi scomposti, carichi di forza visiva esprimono un desiderio di fuga da ciò che comunemente viene considerato confortante. Contenuti, o meglio forse intrappolati, ancora in uno spazio delimitato, l’impressione è che basterebbe premere un bottone per scatenare la rivoluzione.

Ilaria Gianni

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Vent’anni di BASE, Firenze

Sono vent’anni che Base progetti per l’arte opera in Firenze. Recentemente Orhan Pamuk, premio Nobel per la letteratura, esaltava i piccoli musei, celebrando le micro narrazioni individuali contro le grandi storie dei musei nazionali.

Lo spazio fiorentino, gestito da undici artisti, è di piccole dimensioni e meriterebbe un premio per la costanza e l’intelligenza critica con cui ha operato fino a oggi. Base ha vissuto di racconti individuali, inanellati uno dopo l’altro. La collana è lunga e di grande pregio. Due stanze che hanno dimostrato in questi due decenni una malleabilità straordinaria. Ciò è dipeso, più che dalla conformazione architettonica, da quella concettuale dei suoi organizzatori che hanno mantenuto uno spirito libero e mobile, prediligendo la continua variazione alla monotonia ideologica.
Basta sfogliare l’elenco delle partecipazioni. Il mondo dell’arte è transitato da Base, attraverso un ingaggio fondato su stima, amicizia, e soprattutto una piena condivisione delle istanze moderniste. Le limitate risorse finanziarie sono state bilanciate dalla partecipazione generosa degli artisti invitati. Sembrano storie di altri tempi. Artisti che si aiutano tra loro; complici e alleati in una sorta di guerriglia culturale che è volutamente rimasta ai margini della Firenze rinascimentale, indifferente alle diverse sirene pubbliche e private.
Perché Base ha preteso di vivere sulla linea di confine tra l’underground e l’istituzionale, tra lo sperimentale e quanto di più conformista esista nell’arte, tra apocalittici e integrati. Con un certo orgoglio di casta ha difeso il suo diritto a operare in una riserva, una zona franca, capitalizzando il fondo d’investimento più redditizio, quello garantito dagli stessi soci di maggioranza, gli artisti più sofisticati e apprezzati all’interno del sistema dell’arte internazionale.
Il gruppo dirigente non ha sbagliato una mossa, ha sempre azzeccato le scelte. E la qualità del suo percorso sta proprio nell’aver demolito posizioni egemoniche di questo o quel ‘basista’ dall’interno. L’ultima mostra che abbiamo visitato è quella di Richard Long, uno dei padri fondatori della Land Art. Abituato a percorre distanze immense, a realizzare sculture ambientali in spazi sconfinati, Richard Long ha saputo gestire le due stanzucce di via San Niccolò, trasformandone la spazialità e aumentando i confini percettivi e mentali. Le due geometrie sono una coppia di affreschi realizzati spalmando un denso colore terroso con la mano, in modo da lasciare in vista il gesto. Qualcosa che è sia pittura, che scultura, architettura, performance, enviroment e installazione.
Se Long è artista da manuale di storia dell’arte, altri ospiti di Base non lo sono ancora e forse mai lo saranno. Ma non importa perché questa è l’arte contemporanea; a Base tutti si valorizzano allo stesso modo. Il segreto sta nell’esaltare le differenze tra questo e quello, impegnando tutti nello stesso esercizio, all’interno della stessa cornice.
Differenze generazionali (da Lawrence Weiner a Eva Marisaldi, da Niele Toroni a Giuseppe Gabellone, da Robert Barry a Koo Jeong A, ma anche da Jan Vercruysse a Christian Jankowski). E poi ancora differenze nazionali, regionali. Distanze, prossimità. L’eterogeneità dei linguaggi e delle tecniche, dei materiali e dei comportamenti, ha generato una vitalità nella velocità della programmazione che nessun museo può oggi permettersi.
Gilles Deleuze, in Rizome, si raccomanda di non fare mai il punto ma di tracciare linee. La vicenda di Base, piuttosto che con un classico catalogo, si spiegherebbe meglio con l’infografica. Ne potrebbe emergere la continua deterritorializzazione, fatta di croisement, combinazioni e collisioni – quel poco di zigzag che tanto fa bene al sistema dell’arte.
Perché non c’è altra funzione così interessante come quella dell’incoerenza per salvare ogni sistema chiuso – dal grande al piccolo – liberandosi dell’ideologia e della derivante omologazione. Senza un piano critico dominate, l’atteggiamento filosofico e organizzativo di Base è stato, fino a qui, praticamente affettivo, sentimentale, quasi conviviale ( nel senso greco del termine). Base, infatti, ha costruito una riserva e una libera accademia di avanguardisti nella culla del rinascimento, opponendo alla grande storia dell’arte una geografia di affinità elettive. Un modo giusto per non essere né istituzione museale nè galleria. Buon anniversario Base.

Sergio Risaliti

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Joana Escoval Galleria Acappella / Napoli

Due occhi spiano di nascosto ciò che avviene nella galleria. Sono traccia di una presenza invisibile che appartiene al muro, che si confonde con esso lasciando emergere solo palpebre in forma di conchiglia.

Untitled (for André) (2017) è una delle opere che l’artista portoghese Joana Escoval presenta nella sua prima personale italiana nella galleria Acappella. Una mostra che gioca sulla delicatezza di forme che alludono a elementi architettonici e naturali, ma conservano qualcosa di sfuggente che le rende oggetti astratti e preziosi. Rame, ottone, argento, oro, sono i materiali che l’artista manipola per ottenere forme filiformi, tanto leggere da muoversi al passaggio d’aria. La cromia è cangiante, e subisce gli effetti del tempo enfatizzandone l’intrinseca mutevolezza; le linee si animano nello spazio, come se rispondessero a un proprio ciclo vitale. Proprio la scelta dei metalli tradisce un approccio quasi alchemico, che racchiude in sé il germe di un’incessante e silenziosa trasformazione. L’essenzialità della linea, che si stende, si flette e si frammenta, custodisce invece uno dei tanti riferimenti in mostra alla cultura Navajo, e in particolare all’attività della tessitura, pratica manuale e insieme simbolica. La ritualità del gesto segue la sperimentazione di materiali, combinati tra loro in speciali leghe messe a punto dell’artista, tra cui quella di rame e bronzo che, nel tratteggiare un fulmine, allude al tuono (Thunder [2017]). Se le opere che occupano il perimetro della galleria insistono su una ricerca formale e materica, sul pavimento trova posto A A (2017), trascrizione su fogli di alluminio della sentenza di una corte americana del Texas del 2010 che obbliga un ragazzo nativo americano a nascondere i capelli lunghi, considerati un’offesa alla cultura locale. Il peso delle parole si piega come materiale scultoreo, dettando una nuova forma. Ogni definizione, un tipo di morte (2017), recita il titolo dei delicati archi in ottone, dichiarando fluidità (e apertura) contro ogni possibile (e pericolosa) categorizzazione.

Alessandra Troncone

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