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Regina José Galindo e Gianfranco Baruchello @ Focara, Novoli (Le)

Ciò che più colpisce di Regina Galindo è il contrasto tra il suo fisico minuto, l’apparenza fragile e delicata, e la forza energica, la determinazione nervosa che mette in tutte le sue opere. Una sensazione che si accentua assistendo dal vivo alle sue performance. Ultima e intensa quella ideata all’interno della “Fòcara” di Novoli, la rassegna dedicata al l’antico rituale del falò di Sant’Antonio, che negli ultimi anni si è aperta all’arte e che in questa come nella scorsa edizione è stata curata da Giacomo Zaza.

In uno scenario di denso respiro, l’orizzonte dilatato di una campagna immersa nel chiarore meridiano degradante verso il tramonto, di fronte ad una chiesetta di sapore quasi sudamericano Regina, legata ad un palo su una torretta in tufo alta 3 metri, si è offerta per oltre un’ora ad un potenziale rogo, facendosi interamente avvolgere da tralci di vite posizionati col contributo lento di volontari del posto. Un’operazione semplice, resa solenne dal corpo immobile dell’artista che alla fine viene inglobato nella pira, in simbiosi totale con la natura. Immagine che attiva una catena di rimandi tra passato e presente, richiami al “fuoco purificatore” e soprattutto alla potenza del corpo femminile, da sempre campo di iscrizione di codici socio-culturali e qui luogo di resistenza alle violenze, alle costrizioni e alle discriminazioni.

Questi significati nell’artista guatemalteca si caricano di valenze politiche legate alla difficile storia della sua terra: come si vede anche nell’altra recente performance in cui nuda si lascia sommergere dal fango, presentata in un video editato per l’occasione nel Palazzo Baronale di Novoli. Nella stessa sede sono proiettati due filmati dell’altro protagonista della manifestazione, Gianfranco Baruchello. Sono “Baufort” del ’70, ipnotica inquadratura sulla misurazione del vento, e “Colpi a vuoto” del 2002, in cui l’usanza degli spari di cannone sul Gianicolo a mezzogiorno colora un tema a lui caro come la scansione del tempo con echi di nonsense grottesco. Ma, dopo Kounellis nel 2015, Baruchello è anche l’autore scelto per confrontarsi quest’anno con la fòcara. Il suo intervento ha dato vita ad un’azione con esplicito messaggio multietnico di relazione pacifica e dialogo interculturale. Un corteo di ragazzi del posto ha attraversato infatti il paese con 80 stendardi disegnati dall’artista, in cui sono graficamente riassunte le 156 bandiere del mondo. Giunti alla grande torre di fascine (oltre 25 metri di altezza), queste sono state conficcate al suo interno e abbandonate al fuoco. Un messaggio di speranza, nella drammatica situazione globale.

by Antonella Marino

Recensione /

Yves Scherer, Couples Studiolo, Milano

Yves Scherer può essere definito un artista post internet. La sua pratica combina l’immaginario dei social network con quello della moda e dello star system, diventati parte delle nostre vite, ibridando i due ambiti in uno scambio continuo tra spazio reale e virtuale, privato e pubblico, i cui confini diventano sempre più labili.

Anche in questa prima personale italiana Scherer mescola il suo quotidiano con la realtà mediale per riflettere sul concetto di coppia come struttura sociale – nucleo fondante dell’organizzazione collettiva – ma filtrato dalla lente dello show biz. Intitolata Couples – parafrasando il nome del marchio francese The Kooples che utilizza nella comunicazione pubblicitaria le immagini di coppie reali – si presenta come una grande installazione organizzata intorno a una sorta di altare in cui è esposta la raffigurazione scultorea – in scala ridotta – di Johnny Depp e Kate Moss in un momento intimo, sdraiati su una sorta di sudario che richiama i riti sacrificali e le camere mortuarie. Stigmatizzando la coppia di celeb data in pasto ai media, Scherer ne fa il simbolo del rapido consumo delle relazioni nell’universo mediale, come dimostrano le immagini prese dal web di altri VIP, disseminate nelle pareti dello spazio espositivo: icone, modelli da emulare per uno stile di vita surrogato sperimentato in una dinamica di alienazione desiderante. Fanno da contraltare le sculture realizzate con abiti e borse di noti brand, una proliferazione di must be e must have utilizzati come materia prima di lussuoso riciclo per assemblaggi di rauschemberghiana memoria ma qui con una diversa consapevolezza del prodotto di mercato che oscilla tra l’adulazione acritica e il desiderio di distruzione e riappropriazione del mito della marca.

by Rossella Moratto

Recensione /

Linda Carrara + Nebojša Despotović Resilience, Galleria Temporanea Boccanera, via Ventura 6, Milano <7i>

È in mostra fino al 27 febbraio Resilience: una bipersonale inedita realizzata a Milano dalla galleria Boccanera di Trento. Una mostra equilibrata, densa e, nello stesso tempo, rigorosa, che pone in relazione due artisti diversi per lo stile pittorico messo in gioco e il sentimento comunicato. Linda Carrara (Bergamo, 1984. Vive e lavora tra Gent e Bruxelles) e Nebojša Despotović (Belgrado, 1982. Vive e lavora a Berlino) rappresentano due tipologie pittoriche molto differenti, per approccio nei confronti della storia che li ha influenzati – molto viscerale e fluido quello dell’artista serbo, più controllato e razionale invece l’altro – e per la sensazione restituita dalle opere stesse. Non è semplice sfidare le sorti della pittura attraverso il confronto di due personalità diverse, che oltretutto mostrano per la prima volta in Italia dei nuovi soggetti, riuscendo a non entrare in conflitto, ma in un dialogo complesso, che lascia molto respiro. Le opere di Linda e Nebojsa sono infatti separate da altissimi muri in cemento, e da una struttura, quella della ex galleria di Mimmo Scognamiglio in via Ventura, per nulla regolare, con piccoli ostacoli e tagli architettonici dalla forte personalità. L’opera della Carrara è tangibilmente cambiata, maturata, negli ultimi due anni di studio e lavoro tra Ghent e Bruxelles, dove l’artista si è dedicata a un’energica produzione dedita a una ricerca sulla materia e le sue potenzialità archetipiche e sulla luce, quella contemplativa e fredda dei paesi nordici – dal marmo, che ha riprodotto pittoricamente attraverso gli insegnamenti fiamminghi, al legno, che da materia concreta diventa, una volta qui trasposta in pittura, corpo astratto, da contemplare come una natura morta; è qui posto in maniera netta attraverso un allestimento apparentemente semplice di due grandi tele – tre metri per due – che rappresentano dei pavimenti in legno, dei parquet, e un piccolo dittico in marmo di carrara, dipinto. Poi, in un simmetrico dialogo, opere di grandi, medie dimensioni e un piccolo volto di Despotović: poetici e complessi rimandi a opere storiche, mescolate a un retaggio personale di volti e malinconici ricordi. Ogni lavoro ha un vivido movimento interno e una fluidità d’immagine toccanti.

by Rossella Farinotti

Dirk Vogel, Still Water Piazza di Spagna 9, Roma

Situato in una delle piazze più belle del mondo, Piazza di Spagna 9 si contraddistingue per essere una art-gallery design e boutique hotel aperta al pubblico, dove la sua proprietaria, Stefania Grippo, esperta in interior design, unisce in un unico ed esclusivo ambiente l’arte, il design, l’artigianato e la moda. Uno spazio, quindi, dallo stile contemporaneo, in cui gli ospiti hanno la possibilità di soggiornare tra installazioni, quadri, sculture, fotografie di artisti contemporanei ed elementi unici d’arredo, dove tutto è acquistabile e in continuo divenire.

Il terzo appuntamento espositivo – la gallery boutique hotel ha inaugurato nel 2014 – presenta il progetto fotografico Still Water di Dirk Vogel, con un testo critico di Emanuela Nobile Mino. Fotografo di moda, affermato come autore di ritratti, Vogel presenta immagini in cui i soggetti (nuotatori professionisti) sono immersi nell’acqua a due metri di profondità e fotografati dall’alto, con una naturalezza e una composizione glamour caratterizzata, oltre che dalle pose gioiose e dinamiche, da un contrasto di colori potenziato da una luce naturale esterna. Tali caratteristiche donano ai suoi scatti fotografici tutta l’eleganza e la nitidezza tipiche di un mondo, come quello della moda dal quale Dirk si è formato e continua a lavorare con successo, in cui l’immediatezza del messaggio è accentuata dalla capacità di ritrarre la naturalezza delle figure. L’acqua, quale elemento naturale ricorrente nei suoi lavori, diviene la componente principale dei suoi scatti in cui risaltano i nuotatori che guardano immobili e con espressione disinvolta l’obiettivo, malgrado l’ardua posizione che sono stati costretti a mantenere, che li ha visti impegnati a restare bloccati e in apnea per alcuni minuti. Scrive Emanuela Nobile Mino “Pervase da una teatralità squisitamente metropolitana e da un senso del glamours che sembra recuperare il pathos poetico della scultura, le immagini di Vogel strappano alla quotidianità la propria vocazione al movimento, per tornare a celebrare i semplici rituali della vita congelandoli nella staticità ornamentale dei statuari”.

by Simona Cresci

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Be Sm/ART, Savona

cherimusokRadicate, Associazione per la Ricerca sull’Arte e la Cultura Contemporanea e la Facoltà di Ingegneria del Campus di Savona (Università di Genova) sono liete di presentare Be Sm/ART, un progetto artistico-scientifico che per due mesi ha animato il Campus di Savona con azioni performative e interventi site specific ideati dagli artisti dell’associazione Cherimus chiamati a interpretare creativamente la sperimentazione sulla Smart City condotta nelle aule del Polo Universitario ligure.

Artisti e scienziati si sono confrontati sul terreno comune della ricerca e della sperimentazione per raccontarci la loro speciale visione sulla città sostenibile del futuro. Il frutto di questa collaborazione sarà presentato in anteprima venerdì 11 dicembre alle ore 17.30 al Museo d’Arte contemporanea di Villa Croce di Genova mentre giovedì 17 dicembre alle ore 16:00 il campus aprirà le porte al pubblico per un evento artistico che illustrerà i risultati di questa sinergia tra discipline.

Analisi, sperimentazione e sintesi accomunano da sempre il mondo dell’arte e della scienza, e seppur distinte nella pratica, entrambe forniscono sistemi interpretativi e modelli di sviluppo possibili. Da qui è nata l’esigenza di mettere a confronto ingegneri e artisti sul tema della città sostenibile.

 

http://www.campus-savona.it/

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Vivian Maier, Forma Meravigli, Milano

Vivian Maier, Senza Titolo. Fotografia. Vivian Maier-Maloof Collection. Courtesy Howard Greenberg Gallery, New York
Vivian Maier, Senza Titolo. Fotografia. Vivian Maier-Maloof Collection. Courtesy Howard Greenberg Gallery, New York

Di Vivian Maier arriva inevitabilmente prima il mito del caso mediatico, poi l’artista. Una vita che ha dell’incredibile, spesa a perseguire l’invisibilità. Era una tata per le eleganti famiglie della upper class americana e coltivò con tenacia la sua immagine esteriore, con tutti gli stereotipi della bambinaia. Ma all’insaputa di tutti, era una raffinata fotografa autodidatta, solitaria e geniale. Questa clandestinità artistica è potuta sopravvivere grazie alle sue indubbie capacità mimetiche ma soprattutto all’incapacità dell’essere umano di credere a ciò che manda in frantumi gli schemi di abitudini mentali preconcette.

A tirarla fuori dall’oblio un colpo di fortuna, quando John Maloof compra all’asta il contenuto di un box, dove era conservato con cura parte del suo archivio. È l’inizio della consacrazione, avvenuta dopo la sua morte. Nel tempo, sono emerse oltre centomila immagini, tra negativi, pellicole mai sviluppate e poche stampe in piccolo formato; che la Maier non ha mai condiviso, pubblicato o esposto. Una selezione di questa immensa produzione è in mostra a Milano, negli spazi di Forma Meravigli, con il titolo Vivian Maier. Una fotografa ritrovata. Foto in un bianco e nero, realizzate tra gli anni Cinquanta e Sessanta con la Rolleiflex che amava, nelle città dove ha vissuto – soprattutto New York e Chicago – o viaggiato; alcuni scatti a colori del decennio successivo, realizzate con la Leica, e le sperimentazioni nei filmati in super 8. Con un’estrema attenzione alla costruzione formale, ai piccoli dettagli, e uno sguardo empatico, a volte declinato in chiave ironica, quasi intransigente, creava un gioco di rimandi tra sé e ciò che inquadrava: la strada, gli scorci e le simmetrie urbane, gli abitanti sconosciuti delle città, la sua stessa immagine. Istanti rubati, irripetibili, capaci di restituire un frammento di storie, pezzi di vita, lo spirito del luogo, spaziando dal poetico allo spiacevole. Una narrazione intensa, personalissima, del tempo in cui vive, delle sue trasformazioni e contrasti. Anche nei ritratti – signore dell’alta borghesia, bambini, emarginati, anziani, lavoratori – i soggetti sono colti di soppiatto, accogliendo e valorizzando gli attimi, i dettagli, in cui il vero si manifesta, per dispiegarlo e comprenderlo. Spesso si fotografava nelle superfici riflettenti, specchi, pozzanghere, finestre, vetrine. O attraverso la sua ombra. Non sono autoritratti celebrativi. Nel lavoro di Vivian Maier la questione del senso è centrale, la perplessità del senso dell’esserci e il tentativo di coglierlo attraverso la fotografia. Probabilmente non scioglieremo mai il mistero che la circonda, ma questo non è importante. Ciò che conta è la capacità della sua fotografia di rivelare quanto può celarsi dietro l’apparenza, di creare una sospensione, dove l’invisibile diventava visibile.

by Francesca Caputo

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