Recensione /

Maurizio Mochetti, Galleria Giovanni Bonelli, Milano

Il progetto espositivo di Giovanni Bonelli e Nicola Furino ideato per valorizzare la vocazione cognitiva e poetica intorno al concetto di percezione secondo Maurizio Mochetti (Roma, 1940), ospitato nella galleria milanese, comincia a prendere forma in occasione di “Artissima 2015”, quando l’artista pluripremiato – che ha debuttato nel 1967 con una personale nella galleria “La Salita” – compare all’interno della sezione “Back To The Future”.

Per Mochetti, lo spazio è un dispositivo di spaesamento percettivo, con prospettive albertiane, architetture possibili tracciate con luci al neon o laser e la sperimentazione di altri materiali sintetici combinati tra loro. L’esposizione raccoglie lavori dagli anni sessanta agli anni duemila, compresi quelli degli anni’80 ispirati a modellini di Bachem Nattar Ba349 B 1944: l’aereo-razzo a decollo verticale progettato in Germania alla fine della Seconda Guerra Mondiale, mai usato, trasformato in un feticcio anti guerra. Questa prima antologica milanese “sui generis” inscena un itinerario della sua ricerca trasversale basato su sequenze di opere e coniuga l’aspetto analitico con quello immaginativo e creativo. La mostra si risolve in un’ambientazione d’impatto immersivo, in cui lo sguardo si perde lungo le linee disegnate dal laser e altre “fughe prospettiche”, come presupposti visuali che aprono riflessioni sulla potenzialità perfomativa dello spazio. Qui ogni singola opera è una parte di un tutto e in stretto collegamento con le altre, seppure diverse tra loro e in tensione dinamica. Il soggetto non è l’opera ma il processo creativo di Mochetti, ricercatore di idee, coerente nella sua incoerenza, da vedere più che da raccontare. Questa vitalistica messa in scena di una spazialità aperta ingloba forme, materiali differenti e colori, sorprende per leggerezza, con opere che non sono più quelle che sembrano. Tutto viene vissuto attraverso nuovi punti di vista per dissolversi in una dimensione astratta fatta anche di luci e di ombre.

by Jacqueline Ceresoli

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On directing air, amt_project, Milano

Siamo in grado di definire un’entità complessa come l’irrazionale?”. E’ questo l’incipit per comprendere e assorbire “On directing air, una mostra sviluppata e analizzata partendo da un testo di Petra Feriancova che unisce tipologie di pensiero e di approccio lavorativo di artisti storici slovacchi di quella generazione sperimentale che ha prodotto e lavorato negli anni ’60 e ’70 nell’est Europa.

Questo denso percorso espositivo sottolinea uno scambio culturale che il gallerista Alberto Matteo Torri porta avanti da quando, sei anni fa, ha trasferito la sede a Bratislava iniziando a interagire con artisti emergenti di matrice est europea. In occasione di Miart 2016, AMT Project ri-mette un piede a Milano, inaugurando una location particolare: una casa privata, plasmata a galleria senza togliere quel mood intimo di ciò che c’è stato prima. “On directing air” è “una riflessione sull’idea di utopia, di irrazionalità e poesia, di tempo e viaggio. E’ una fuga cosmica all’interno dell’arte concettuale della Slovacchia” racconta Feriancova che lascia interagire – attraverso pareti fitte di poster e fotografie, disegni, dipinti e schizzi, storiche documentazioni, una tovaglia cerata che cala dal soffitto toccando terra – artisti come Peter Bartoš, Cyril Blažo, Stano Filko, Kveta Fulierova, Július Koller, Rudolf Sikora e Feriancova stessa. Grandi nomi in relazione tra loro a ricreare una piccola guida dell’arte slovacca che gira intorno a un’opera/installazione simbolica posta al centro dello spazio come una traccia che solitamente si nasconde: una cassa in legno con alcune opere custodite (non visibili perché chiuse all’interno) in dialogo con altre allestite all’esterno. Interessante anche una composizione di poster su di un muro soppalcato, come rimando a un intervento del 1973 realizzato tra Filko, Sikora, Zavarsky, Laky e Koller, di cui la serigrafia è stata esposta in Italia da Marco Scotini PAV in occasione di Ecologeast. Una mostra che non segue regole, ma che costituisce un dialogo tra passato e storie contemporanee.

by Rossella Farinotti

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News /

B/REFLECTED Max&Douglas, Area 81Roma

Dall’8 giugno al 21 luglio 2016, Fondazione Exclusiva presenta, negli spazi di Area 81 in via Giovanni da Castel Bolognese 81 a Roma  “B/REFLECTED”, il progetto della coppia di fotografi max&douglas che vede in mostra una serie di cinquanta ritratti di noti personaggi italiani, fotografati attraverso il filtro di uno specchio. Un tentativo di ri-contestualizzare la pratica tanto diffusa oggi del “selfie”  rileggendo in chiave moderna il concetto di ritratto.

In contemporanea la Fondazione organizza dal 26 al 29 maggio Portrait Photography, un  workshop gratuito per fotografi under 35, un’analisi del significato del ritratto fotografico nella contemporaneità e che sfocerà nell’esposizione di uno scatto  per ciascuno dei partecipanti in uno spazio appositamente dedicato all’interno della mostra “B/REFLECTED”.

Per maggiori informazioni: www.fondazioneexclusiva.org

 

 

Davide Allieri Placentia Arte

Iniziare una storia partendo dal finale è come barare al gioco, ma, durante il percorso di una mostra, si può fare. Soprattutto se il fruitore ha piena libertà di lettura all’interno di una storia non semplice, perché fatta di vuoti e di sottrazioni. Résonance è una narrazione lineare e pulita che termina con un’opera sospesa: una tenda che cela un evento misterioso.

Si tratta di Interlude, l’ultimo lavoro realizzato da Davide Allieri, l’artista che a Placentia Arte ha creato delle “risonanze” visive e ideali tra le sue opere degli ultimi due anni. Interlude è un fantasma che obbliga l’immaginazione a lavorare per noi: è un sipario appeso dietro al quale non c’è alcun spettacolo, richiamando quel nulla di cui scriveva Carmelo Bene come “rappresentazione del teatro senza spettacolo”. Ma qui lo spettacolo c’è: in parte è tracciato dall’artista, e il resto lo dobbiamo immaginare a ritroso, ritornando alla prima opera in mostra, 0,651 Cubic Meters, un’elegante teca vuota con rifiniture in legno che non contiene nulla. Una presenza immaginaria di un’opera che esisteva e che “serviva” da contenuto. Forse una scultura? Fatto sta che la teca ha predominato ed è rimasta. Come sono rimaste le tracce a terra di un perimetro di un’architettura antica che Allieri ha ripreso attraverso un calco in gesso e grafite e lasciato sul suolo come macerie di un passato sospeso. All’artista interessa la forma delle cose che ha visto e toccato, perché il contenuto è un risultato effimero e inutile. E non esiste più. O ne esisterà uno nuovo. Questo scambio tra nuovo e passato, o tra esistente e applicato, avviene anche in Until the end of the world (Ellipse-Point-Line): pagine strappate da libri sul Rococò dove l’artista è intervenuto modificandone l’aura e rendendola cupa e contemporanea abbassando i toni con la grafite; e poi la serie 1:22:20, alcuni frame di “Melancholia” di Lars Von Trier dove Allieri ha disegnato elementi sublimi e irreali di fenomeni atmosferici anonimi come una stella cometa, l’eclissi, o due soli rappresentati insieme. Un Apocalisse che delinea uno spazio svuotato di significato.

by Rossella Farinotti

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News /

In ricordo di Giorgio Maffei

Giorgio amava la semplicità, come tutte le persone che hanno ben chiaro quello che vogliono fare. Come tutte le persone che hanno capito che dall’incontro con gli altri possono nascere cose interessanti. Lo sentivi al telefono e poi lo andavi a trovare nella sua casa-studio. Ricordo l’emozione nello sfogliare i libri di Munari, nel parlare di Arte Povera o di Architettura Radicale, nello scovare tra gli scaffali alcune perle della nostra cultura. Giorgio era onnivoro, curioso, come tutte le persone che hanno visto e vissuto per davvero e non si stancano mai. La sua era un’esperienza diretta, un’osservazione fatta sul campo, un’intuizione. Con grande energia propositiva ha infatti trasformato una passione in professione. E così, grazie al suo lavoro, il libro d’artista è oggi percepito anche in Italia come espressione autonoma e non come semplice documento. Innescando una visione dell’arte in cui il libro, il disco, ma anche la locandina o l’invito sono parti di un unico grande discorso – frammenti imperdibili di un’esperienza tra arte e vita. Giorgio aveva in mente questo progetto, e lo ha messo in atto con metodo e con gioia. Affrontando temi inediti, approfondendoli scientificamente, realizzando numerosi cataloghi, presentando mostre, e compiendo un’effettiva valorizzazione. Ha dunque raccontato la magia di un mondo tutto da scoprire, ma ha anche messo a disposizione strumenti di lettura a dir poco preziosi. Dobbiamo quindi fare tesoro di questo suo amore per la semplicità, per la vita. E proseguire.

by Elena Re

Marco Salvetti Yellow, Varese

Diorama del Nuovo Mondo non è solo una mostra di pittura, ma è anche una sorta di grande romanzo, la storia universale illustrata per immagini e segni, una riscrittura personale e originale delle cose umane e delle cose prettamente naturali. Ogni dipinto è un capitolo di questa grande narrazione: la storia geologica, la storia del mondo vegetale, la storia dell’umanità, della cultura e del folklore. Il pittore si fa sciamano imprimendo sul suo tamburo rituale la descrizione mitica del mondo. In ogni singolo lavoro il segno grafico risponde a una precisa grammatica interna, così che il tema o la narrazione del dipinto si manifesta nel segno che lo nomina, che lo descrive e lo segue. 

La Nave dei folli (2016) è un lavoro ispirato dalla lettura di Storia della Follia nell’Età Classica di Foucault. In questo dipinto il viaggio emblematico degli imbarcati si arresta, la nave è incagliata sul fondo, l’esistenza errante e vagabonda degli alienati viene simbolicamente bloccata in un qui e ora. Una sorta di Arca di Noé al contrario dove colui che si imbarca non è chi si salva ma invero colui che si perde. A ben guardare, l’atmosfera che permane nel dipinto, nonostante la cupezza dei toni, appare allegra. Anche i motivi più grotteschi sono mediati da un uso autenticamente infantile del tratto che si fa stilema dell’opera intera, divenendo ritmo e voce narrante. La nave ospita al suo interno maschere carnevalesche, giochi, scherzi e danze macabre. Sullo sfondo una brughiera si perde a vista d’occhio sino a coincidere con la linea dell’orizzonte, fondendosi con quel cielo uggioso di fine inverno. Questo carro allegorico in carta pesta sfila tra gli increduli astanti di un qualunque carnevale. La Nave dei folli come metafora del mondo è ben incagliata sul letto del fiume. Anche la composizione del dipinto e il suo segno si fanno presenza, inscrivendosi nella storia, divenendo la loro testimonianza. Il tratto muta rimanendo sempre autenticamente riconoscibile in Città (2016), opera straordinaria che riesce a evocare in modo sintetico diversi piani prospettici. Qui la ricerca della prospettiva si compie per paradosso attraverso segni grafici e l’effetto bidimensionale viene perpetuamente sfondato da una improvvisa profondità spaziale, mentre il tratto e la composizione ne diventano di volta in volta la voce narrante. In una prospettiva rovesciata poggia una rigorosa struttura ascendente. Città richiama un’inedita versione di “Clarinet” (1911) di Picasso e pare inoltre dialogare con due tele di Boccioni, “La strada entra nella casa”e“La città che sale”. Salvetti descrive un contesto urbano semi abbandonato, dove gli uomini ormai lontani dalla scena centrale del quadro sono impegnati in un percorso che li conduce verso il cielo. In Labirinto (2016) l’effetto centrifugo si associa ad una solida composizione di forme e segni e le lettere dell’alfabeto, presenti in questi ultimi lavori sembrano inciampare nel dipinto stesso. Nell’osservare Labirinto pare sentire il ritmo dei tamburi rituali dei Sami e così, solo dopo aver sentito il loro suono, iniziano a vedersi anche i segni e Labirinto diventa la superficie dei pittogrammi simili alla scrittura della civiltà di Harappa. Una forma mitica di riscrittura del mondo, una mappa dell’universo che accoglie elementi vegetali e lunghi tempi geologici, nei quali ogni segno grafico rimanda a questo alfabeto; un’opera nella quale sembra possibile scorgere alcuni resti del Castello in Aria di Osvaldo Licini. Concludo citando ancora un altro dipinto della serie Diorama del Nuovo Mondo. In Alfabeto Arboreo (2016) l’artista ci racconta di un paesaggio collinare trasformato dall’uomo in un arboreto, una raccolta di specie botaniche, infiorescenze e arbusti stratificati nel segno e nel tempo. Il legame con il territorio è evidente nel lavoro di Marco Salvetti. Queste narrazioni sono infatti ambientate nella varietИ paesaggistica e culturale della Toscana: le Alpi Apuane, le cave, le zone collinari, il lago e la palude di Massaciuccoli. L’artista si riappropria del folklore locale, il carnevale, il senso del grottesco. Affiorano dalla superficie della tela antiche maschere che nei lineamenti rassomigliano alle Statue Stele. Il lavoro di Salvetti procede esasperando lo stile segnico e grafico emerso giИ in passato, ma nella serie Diorama del Nuovo Mondo il segno si fa più esplicito, divenendo il senso stesso delle opere, acquistando un’eloquenza e una profondità tutte nuove. Il colore ad olio viene quasi del tutto abbandonato, utilizzato come uno strumento neutro steso nelfondo della superficie: un’unica grande campitura bianca che sfuma nel grigio e si presta da base luminosa e scivolosa per accogliere i segni lasciati dal carbone e dai pastelli. Queste tecniche semplici e questa monocromia di fondo sono la testimonianza della chiarezza, a monte, di alcune idee e visioni del mondo che gradualmente si palesano sul quadro.

by Simona Squadrito

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