Recensioni /

Jakub Julian Ziolkowski MAN / Nuoro

Il progetto realizzato da Jakub Julian Ziolkowski al Museo Man – prima mostra personale in un’istituzione italiana, a cura di Lorenzo Giusti e con la collaborazione di Rowena Chiu – è una celebrazione dei nasellini, piccoli gnocchi conici che prendono forma dalle cavità delle narici.

A parte l’aspetto sappiamo poco di questa tipologia di pasta, e Ziolkowski non è certo interessato a risolvere la nostra curiosità. Al contrario, tutti i lavori ne amplificano il mistero.
Nei video (realizzati durante una residenza in Sardegna) osserviamo uno chef che si mette ai fornelli dopo la chiusura del ristorante per cucinare per sé, in silenzio sacrale, il piatto desiderato; una nonna li realizza a mano lasciandoci intuire una tradizione di famiglia, in cui però la pasta risuona nella ciotola con un alieno suono metallico. O, ancora, assistiamo al pellegrinaggio dell’artista nelle dune di Piscinas per invocare una divinità perché gli mandi una soluzione, con gestualità che ricordano Shiva danzante. Il gioco di richiami religiosi non si esaurisce nella metafora dei nasellini come manna o nelle pose induiste, ma si ritrova anche nel totem antropomorfo composto da una pila di scatoloni da imballaggio pronti per la distribuzione, e nel pseudo-altare con un piatto dalle decorazioni aborigene su cui poggia, isolato e prezioso, un piccolo gnocco.
Ma i nasellini non sono solo oggetti di culto, sono anche un bene d’acquisto, intorno al quale creare irresistibile desiderio. L’artista mette in scena una campagna di marketing grottesca, eccessiva e martellante, in cui le strategie commerciali trovano veste nel suo consueto organicismo pittorico, che amalgama i registri e le suggestioni più diverse – dalla fantascienza alla pubblicità, dai fumetti alla storia dell’arte, non tralasciando la mercificazione del piacere sessuale. Si esce dalla mostra senza un’idea chiara di cosa effettivamente siano i nasellini (una pasta allora o una forma vita aliena?), ma per giorni se ne desidera un piatto, immaginandone il sapore e, soprattutto, sognandone gli effetti miracolosi.

Micaela Deiana

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In Residence /

Compendium Maleficarum / Il bacio osceno

Per recarsi al sabba notturno la strega si denuda e si spalma con un unguento fatto di carne o di sangue di bambino. Quindi invoca il diavolo e si mette a cavalcioni di una sedia o di una scopa, ma vanno bene anche un bastone, un forcone, un maglio per battere il lino, uno sgabello. A volte il volo avviene cavalcando una gatta, un caprone, un cane o un toro. Chi le spia, vede le streghe scomparire in una nuvola azzurra. Se, tornando a casa in groppa al diavolo vengono sorprese dal suono della campana della prima messa, succede che restino sospese in aria. Sole, perché il diavolo, accorto, se ne fugge.

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Compendium Maleficarum è una rubrica di Alberto Tadiello ideata per “In Residence”.

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News /

Bruna Roccasalva su Furla Series

Prodotto da Fondazione Furla e curato da Bruna Roccasalva e Vincenzo de Bellis, Furla Series è un progetto che coinvolge istituzioni artistiche e artisti italiani e internazionali in mostre ed eventi. La prima edizione intitolata “Time after Time, Space after Space” – in partnership con il Museo del Novecento di Milano – inaugura il 21 settembre con “Simone Forti. To Play the Flute”, una selezione di performance dell’artista italoamericana che per tre serate attiverà la Sala Fontana. La programmazione di questo capitolo iniziale, oltre a Forti, prevede gli interventi performativi di Alexandra Bachzetsis, Adelita Husni-Bey, Paulina Olowska e Christian Marclay che si alterneranno a cadenza bimestrale, sempre nel contesto della Sala Fontana.

Come nasce Furla Series #01 e come mai avete privilegiato la performance?

È importante precisare che il formato e il tema di “Time after Time, Space after Space” sono stati appositamente pensati per questa prima edizione di Furla Series, i cui futuri appuntamenti avranno formati di natura diversa. La produzione di progetti in partnership con altre istituzioni ci porta a lavorare all’interno di situazioni ogni volta diverse che sono, inevitabilmente, uno dei punti di partenza nell’ideazione stessa del progetto.
Nel caso di Furla Series #01 l’idea di sviluppare un programma sulla performance nasce da fattori legati alla specificità del Museo del Novecento, partner dell’iniziativa. Siamo partiti da una riflessione sulla collezione, dal Futurismo a Lucio Fontana, cui è dedicato l’intero ultimo piano dell’Arengario. La natura degli spazi espositivi si prestava a degli interventi dal carattere più fluido e Sala Fontana, con la Struttura al Neon per la IX Triennale di Milano (1951), ci è sembrata da subito un palcoscenico d’eccezione per un ciclo di performance, interessante elemento di congiunzione tra passato e presente. A queste ragioni si aggiunge anche quella di riflettere su questioni specifiche, come la conservazione o il reenactment di pezzi storici, la tutela della loro identità e integrità e le modalità di trasmissione alle generazioni future.

Furla Series #01 prevede anche un ricco programma di attività divulgative. Com’è strutturato?

Nella consapevolezza di quanto l’educazione e l’accessibilità all’arte, contemporanea e non solo, sia una questione centrale per qualsiasi istituzione, abbiamo voluto che una parte integrante di “Time after Time, Space after Space” fosse un programma pubblico e di attività educative finalizzate alla creazione di un contatto più diretto tra i contenuti e i visitatori. Il programma sarà distribuito lungo un ampio arco temporale che va da settembre a maggio con un ricco e vario calendario di attività: visite guidate per adulti, un workshop per le scuole elementari e medie ideato dallo Studio Fabio Mauri, un progetto didattico indirizzato agli adolescenti, conferenze sulla performance, una serata di proiezioni dedicata ad alcuni archivi storici e workshop con artisti.

Furla Series vede la collaborazione di soggetti privati, pubblici e indipendenti: un’alleanza piuttosto rara in Italia, che con Peep-Hole avete già sperimentato in molte occasioni. Come dialogano realtà così diverse?

Ognuna di queste realtà ha una natura profondamente diversa e non nascondiamo le inevitabili complessità di ordine pratico e burocratico soprattutto, che un simile sodalizio implica. La sfida è trovare obiettivi condivisi per sperimentare una proficua pratica di collaborazione tra pubblico e privato, che vada aldilà della semplice sponsorizzazione e si sviluppi invece come una vera e propria forma di progettualità condivisa.
In questi anni, come Peep-Hole, abbiamo lavorato con l’obiettivo di incrementare attraverso la nostra attività espositiva la scena dell’arte contemporanea in Italia, e il lavoro con Fondazione Furla proseguirà in questa direzione.
Inoltre Peep-Hole non è stato soltanto uno spazio espositivo, è stato un importante esperimento in termini di realtà istituzionale. Ci piace pensare questa nuova esperienza come un’evoluzione della precedente, un modo nuovo per continuare a interrogarsi sul ruolo dell’istituzione d’arte e sperimentare modelli operativi che possano suggerire nuove direzioni.

Qualche anticipazione per Furla Series #02?

Stiamo già lavorando da un anno anche alla seconda edizione, che si svilupperà in un formato completamente diverso e sarà realizzata in partnership con un’altra istituzione milanese. Il progetto, previsto per settembre 2018, consiste in una mostra personale che presenta nuove produzioni insieme a lavori esistenti di un artista internazionale che non ha mai esposto in Italia.

Rossella Moratto

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Recensioni /

Entro dipinta gabbia Casa Masaccio / San Giovanni Valdarno (AR)

“Entro dipinta gabbia” è l’evocativo titolo impiegato dalla curatrice Rita Selvaggio per la bipersonale di Enrico David ed Enzo Cucchi ospitata nello spazio di Casa Masaccio a San Giovanni Valdarno (AR) come evento correlato alla rassegna fiorentina “Ytalia”.

Il verso, tratto dall’incipit di un componimento giovanile di Giacomo Leopardi, L’Ucello, vuole innescare un parallelo tra la freschezza e la libertà creativa della lirica leopardiana e i lavori lievi e quasi metafisici dei due artisti, descrivendo al contempo un medesimo substrato culturale insito nella comune origine marchigiana. Un numero limitato di opere inedite si articola negli spazi fortemente connotati della dimora masaccesca, evidenziandone l’architettura, le sue caratteristiche storiche così come gli innesti più recenti. I grandi arazzi di David – Untitled (2017) – scendono dal soffitto galleggiando nel vuoto, come una sorta di pareti mobili riconfigurano le sale del museo innervandole di colori sgargianti e forme astratte, a riprodurre immagini stilizzate di animali ed elementi naturali. Cucchi presenta invece una serie di sculture installate sia all’interno del museo che nel chiasso retrostante a Casa Masaccio, bonificato e restaurato per l’occasione. Rifacendosi alla storia della formazione di questi elementi urbani tipici dei borghi toscani, Cucchi vi inserisce due sculture di bronzo e ceramica, Sotto la coda, nessuno (2016) e Lo zoccolo (2016), ibridando forme antropomorfiche e animali al fine di innescare una nuova e fantasmagorica vitalità dello spazio.
Pur appartenenti a una generazione diversa, i due artisti sono accumunati da uno stesso preponderante ricorso alla manualità e dall’uso del disegno come punto di partenza, matrice di sviluppo strutturale per l’impiego di materiali disparati come carta, lana, bronzo, ceramica, tela. Il tempo prolungato della produzione delle opere riecheggia nell’atmosfera rarefatta della mostra, che nei suoi snodi discreti sembra raccontare, secondo le parole della stessa curatrice “tutte le vite o tutte le storie che ci sono in una storia sola, che poi è la storia di questa casa”.

Elena Magini

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Recensioni /

TV 70 Fondazione Prada / Milano

Immaginata da Francesco Vezzoli in omaggio al ruolo giocato dalla Rai nella promozione della cultura italiana, “TV 70” è un percorso attraverso le innovazioni contenutistiche, di formati e ruoli promosse nei palinsesti Rai nella decade di transizione tra il Sessantotto e gli anni Ottanta.

Guardando in particolare ai contributi e, più in generale, alla partecipazione degli artisti visivi alla “vita” della televisione, di riflesso la mostra si interroga sui modi in cui l’arte del passato abbia destrutturato i meccanismi argomentativi dei mass media.
“TV 70” procede per giustapposizioni di opere d’arte e spezzoni di trasmissioni Rai. Un corridoio punteggiato da servizi sugli eventi drammatici che hanno segnato gli anni Settanta, si apre con il ciclo di collage Non capiterà mai più (1969-72) di Nanni Balestrini – cut-up di titoli di quotidiani che restituiscono la ruggente cacofonia ideologica dell’epoca. Sul fondo del corridoio, un filmato di Ketty La Rocca, adattamento televisivo del suo Appendice per una supplica (1972), invita a ritrovare nel linguaggio delle mani una forma di comunicazione ancestrale, non mediata dalla parola. In un’altra sala della mostra, Raffaella Carrà, Mina e le gemelle Kessler ironizzano sui gusti del pubblico maschile in una puntata di Milleluci; lo spezzone è proiettato su un gruppo di opere di Tomaso Binga – al secolo Bianca Pucciarelli – artista la cui ricerca intorno al corpo femminile è emersa in risposta alle costrizioni di una società ancora di stampo patriarcale.
Sono questi solo possibili esempi delle numerose e sempre puntualissime corrispondenze tra arte e televisione che la mostra innesca. Passando in rassegna le sperimentazioni linguistiche condotte su questi due, indissolubili fronti della produzione visiva, “TV 70” arriva a sublimare le contraddizioni alla base della cultura italiana contemporanea nell’identità barocca del costume nazionale. Che Vezzoli sia un abile interprete dell’immaginario italico (e italiota) è cosa nota; ma con questa mostra ne offre la sua più spassionata e, al tempo stesso, graffiante lettura. E diremmo che lo fa da vero intellettuale pubblico – proprio come quei personaggi, oramai leggendari, che facevano l’arte e la televisione un tempo.

Michele D’Aurizio

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In Residence /

Compendium Maleficarum / La creazione di topi

Per recarsi al sabba notturno la strega si denuda e si spalma con un unguento fatto di carne o di sangue di bambino. Quindi invoca il diavolo e si mette a cavalcioni di una sedia o di una scopa, ma vanno bene anche un bastone, un forcone, un maglio per battere il lino, uno sgabello. A volte il volo avviene cavalcando una gatta, un caprone, un cane o un toro. Chi le spia, vede le streghe scomparire in una nuvola azzurra. Se, tornando a casa in groppa al diavolo vengono sorprese dal suono della campana della prima messa, succede che restino sospese in aria. Sole, perché il diavolo, accorto, se ne fugge.

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Compendium Maleficarum è una rubrica di Alberto Tadiello ideata per “In Residence”.

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