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Loose 2k17, eredità e naufragio

Mappe sbagliate portano a luoghi migliori. Lo slogan di questa terza edizione di Loose illumina la forma paradossale del festival: un tentativo cosciente di sbandare, percorrere il sentiero sbagliato, naufragare. I situazionisti francesi adottavano le forme espressive proprie del sistema capitalista e ne alteravano il contesto, trasformandole in armi di creazione e critica – un’operazione che Guy Debord chiamerà deceptive détournement (dirottamento ingannevole). Secondo una strategia simile Loose ribalta le dinamiche proprie dei grandi festival internazionali, generando un momento intimo di radicale condivisione, incontro di artisti, pubblico e location. Una volontà restituita quest’anno dal simbolo della conchiglia, al tempo stesso rifugio e cassa di risonanza, luogo tanto famigliare quanto irriducibilmente alieno. Da due anni collaboro con Matteo Pit, direttore artistico di Club Adriatico, immaginando con entusiasmo quali possibilità offre e nasconde il formato festival. Questo articolo è il riassunto di più discussioni, e un’introduzione all’edizione 2017 di Loose.

Oltre il rumore irregolare di stabilimenti e serate, la riviera romagnola trasmette senza interruzione un accordo dissonante. Una vibrazione che emerge dal territorio e comunica che qualcosa è andato storto; un’apocalisse lenta, più simile alle fughe di petrolio delle piattaforme adriatiche che a un fungo atomico. La massiccia economia turistica locale, in crisi da decenni, ha assunto la forma di una cicatrice lunga da Marina Romea a Riccione, costellata di club divorati dall’edera o dai compromessi economici, che ne hanno sterilizzato la proposta artistica. Il progetto Club Adriatico ha la volontà di riaprire la ferita – e l’espressione radicale di Loose somiglia forse a un’infezione, il più disperato tentativo di coltivare la vita sopra un tessuto morto.
Il fecondo passato dei club romagnoli ha generato un’eredità complessa, trama di generi in trasformazione lungo chilometri e decenni, tessuta da differenti locali, organizzatori, pubblici, economie e stupefacenti. In questa rete vi sono fili e nodi che Club Adriatico osserva con interesse, come la stagione cosmic che dai primi anni ‘70 a metà degli anni ‘80 espresse con un approccio unico a livello internazionale l’identità visiva e musicale delle serate. L’aspetto dei locali, costruiti e decorati secondo i tropi della fantascienza o dell’esotismo, introduceva la volontà fondamentale di creare una dimensione aliena: singoli radiofonici e rarità si mescolavano in un liquido denso, che rapiva i presenti alimentandone la curiosità oltre il termine della serata. Un ulteriore riferimento è il periodo di grande prosperità economica degli anni ‘90, che accompagnò l’evoluzione del new beat verso le influenti sfumature italiane di hardcore e trance.
Fulcro geografico del progetto Club Adriatico è l’ex raffineria di zolfo Almagià, un complesso industriale del porto di Ravenna, punto di sbarco del dirottamento nei confronti delle logiche di mercato che guidano la direzione dei grossi eventi musicali. Assumere una posizione del tutto esterna rispetto ai circuiti internazionali di club e festival consente di evocare nuovamente le stagioni musicali più fertili del territorio romagnolo, raccogliendo con indipendenza le nuove forme radicali di ricerca sonora. Loose si configura come il momento più intenso della programmazione annuale di Club Adriatico, offrendo ad artisti italiani ed esteri una dimensione di totale libertà nell’espressione della loro musica, qualunque siano le forme della loro performance, esperienza o background culturale.

La terza edizione di Loose avverrà a Ravenna dal pomeriggio di sabato 29 alla notte di domenica 30 aprile. I set serali eseguiti nell’area container prima dell’apertura dell’Almagià verranno trasmessi in streaming online sulla piattaforma di Berlin Community Radio. 

Un ringraziamento speciale a Matteo Pit, Marco Molduzzi, Fabrizio Brasini, Gianluca Gabellini, Giacomo Lepori e a tutto lo staff di Club Adriatico.

Ruben Spini

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Recensione /

Nico Vascellari Palais De Tokyo / Parigi – Live Arts Week / Bologna

Secondo una leggenda balcanica Scholomance era una scuola di magia nera locata sulle montagne a sud di Hermannstadt, l’attuale Sibiu (Romania). Nel 1885, sul mensile inglese The Nineteenth Century, apparve un articolo di Emily Gerard in cui il misterioso centro era descritto come un luogo votato all’apprendimento dei segreti della natura, diretto da Satana in persona. Dieci erano gli studenti ammessi per ogni ciclo e nove quelli che riuscivano a tornare alle loro rispettive dimore. Il decimo infatti era lasciato in sacrificio al diavolo, per divenire il suo aiutante. Anche Bram Stoker – probabilmente dopo aver letto Gerard – nel suo celebre romanzo Dracula fece riferimento a Scholomance, indicandola come il luogo dove il vampiro aveva acquisito la conoscenza della magia nera.


La fascinazione per l’occulto, così come la necessità di ritrovare il legame con una natura sublime, trascendentale e incontrollabile, che sfugge alla ragione umana, sottendono da tempo la pratica di Nico Vascellari – artista visivo, musicista e performer tra i più radicali della sua generazione.
Basti pensare a una delle sue prime performance, Buio primario (2003), in cui l’artista si fece rinchiudere per una settimana all’interno di uno spazio buio di circa quattro metri nel tentativo di raggiungere uno stadio di vita primordiale; oppure I Hear a Shadow (2009), un’enorme scultura monolitica in bronzo fuso creata dal calco di un blocco di pietra, con cui Vascellari intrattenne una sorta di dialogo riproducendo i rumori emessi dalle profondità del globo terrestre.
Ma è in Scholomance, la sua ultima opera sinottica, che queste ricerche emergono in maniera più strutturata e compiuta. Vascellari si richiama infatti all’omonima scuola di magia nera in Transilvania, e, in particolare, alla sua presenza fantasmica. L’istituto era infatti mobile – appariva e scompariva – così come la sua leggenda che per lungo tempo è stata dimenticata.
L’operazione di Vascellari è di difficile definizione: essa è sia una installazione ambientale che un rito d’iniziazione, concepito in più sessioni lontane temporalmente e geograficamente. La prima di queste ha preso vita lo scorso 23 marzo al Palais De Tokyo di Parigi, mentre il secondo ciclo è previsto il 27 aprile negli spazi dell’ex GAM di Bologna in occasione della Live Arts Week. Costituito sulla dialettica tra staticità e dinamismo, Scholomance costringe a ripensare alla permanenza della forma, in favore della mutazione e della fluidità promulgate dal primo principio della termodinamica.
L’elemento fisso del lavoro è un’imponente griglia rizomatica di tubi innocenti alla quale sono appesi tubulari in neon rossi, blu e bianchi che si muovono come metronomi impazziti. Al suo interno è ingabbiato un paesaggio foriero composto da calchi in bronzo di carcasse di animali, di piante e di rami. Struttura modernista per antonomasia, la griglia funge in questo caso, da ancora diacronica e sincronica, garantendo stabilità a un’operazione fluida e precaria che si delinea a ogni reenactment.
L’impalcatura assolve inoltre alla funzione di sfondo per videoproiezioni e teatro per performance, condotte da coloro che Vascellari ha designato come “maestri”, ovvero persone che in diverso modo sono state significative per la sua vita, e che qui che tentano di guidare il pubblico/adepto in un sensuale rituale mistico. Nel primo, conturbante, atto di Scholomance l’artista ha coinvolto Carlos Casas, Franck Audoux & Valerie Chartrain, Silvia Costa, Delfina Delettrez, Michèle Lamy, Ninos Du Brasil, Ghédalia Tazartès, Mark of the Devil e Ash/Nargaroth, ognuno dei quali ha contribuito con il proprio vocabolario di riferimento (dalla musica, alla performance, alla poesia, all’arte) attraverso un’azione corale.
Oltre a essere liquida Scholomance è una struttura ipertestuale. Ogni oggetto, azione, forma apre un collegamento a un’altra dimensione, a sua volta espandibile. Anche la sua forma rispecchia l’ipertesto: le immagini e i suoni prodotti sono documentati attraverso telecamere nascoste, così da sfruttare queste documentazioni nella successiva messa in scena. A Bologna, ad esempio, saranno proiettati i video girati del Palais de Tokyo, sottolineando il carattere geologico dell’opera, composta da diversi livelli che si incrociano, fino a sfocarsi e sovrapporsi.
Ma Vascellari parla anche di “fossile di esperienza” (il concetto è stato sviluppato nell’omonima opera, un arcaico strumento musicale atto a trasportare il pubblico in una dimensione sonora assoluta e primordiale), come un istinto ancestrale che accomuna tutti gli uomini. E il perno per un’operazione archeologica di ritrovamento del reperto è l’identità dell’artista, che Scholomance – sebbene la rivesta di un involucro muscolare e punk che ne cela sensibilità e delicatezza – scandaglia, mette a nudo e svela.

Scholomance (II) sarà presentato il 27 aprile negli spazi dell’ex GAM di Bologna in occasione della Live Arts Week. Gli ospiti invitati sono Prurient, Cristina Kristal Rizzo, Silvia Costa, Dana Michel, Costante Biz, Carlos Casas, Coro alpino RC, con dei contributi video di Luigi Ontani.

Giulia Gregnanin

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News /

Alessandro Bava e Tenzing Barshee su Spazio Artisti, Napoli

Alessandro, come e perché nasce Spazio Artisti?

Alessandro Bava: Spazio Artisti è un esperimento domestico di convivenza tra la mia famiglia e i residenti. Mi interessava mettere a disposizione di artisti e architetti della mia generazione, per alcuni mesi all’anno, un appartamento a Pozzuoli che il resto del tempo i miei genitori affittano online. Quindi, qualche anno fa, con l’artista Marlie Mul, che era mia ospite a Pozzuoli, pensammo di trasformare il via vai di ospiti in un vero e proprio programma di residenza.

Lei realizzò una serie di fotografie, una specie di branding. Scegliemmo il nome come un omaggio semi-serio all’Artists Space di New York: l’ho sempre ritenuto un posto speciale per la sua storia e la sua programmazione attuale. È poi l’arte contemporanea a Napoli, dai tempi di Lucio Amelio, ha una strana ossessione con New York e l’America (che condivido!), quindi mi sembrava appropriato iniziare una strana copia italiana, provinciale, e familiare di un’istituzione americana.

Quale contributo vorresti che la residenza desse al panorama artistico locale? 

AB: Spero che la residenza contribuisca a connettere artisti e architetti internazionali e con quelli napoletani e che gli ospiti riescano a investigare un lato di Napoli alternativo ai cliché rappresentativi che anche le istituzioni artistiche della città continuano a sostenere: la città dei palazzi barocchi, quella borbonica e polverosa che affascina i turisti. A me interessa la Napoli moderna: le invenzioni e i fallimenti di una città mediterranea che ha provato a costruire la propria versione di modernità nonostante le piaghe della criminalità e le difficoltà strutturali causate dal processo imperfetto dell’unificazione italiana. Napoli oggi è per me la provincia, con le case popolari costruite dai gradi architetti italiani, il centro direzionale di Kenzo Tange, e la Posillipo borghese, con i palazzi d’affitto alla milanese. Spazio Artisti è parte della provincia moderna, a ridosso dei Campi Flegrei, un territorio sviluppato su un mastodontico vulcano attivo che per i Romani era l’ingresso dell’inferno.

Hai dei modelli a cui hai guardato mentre progettavi la formula di Spazio Artisti? 

AB: Sicuramente la residenza per artisti e architetti del MAK Center di Los Angeles di cui sono ospite al momento.

Tenzing, venerdì la galleria Acappella di Napoli inaugura la mostra “Solo cose belle” con opere degli artisti Daphne Ahlers, Vittorio Brodmann, Daniel Faust e Lilli Thießen. Tre di loro hanno partecipato insieme a te alla prima residenza di Spazio Artisti, e in un certo senso la mostra conclude quest’esperienza. In che modo condividere la tua vita quotidiana con gli artisti ha influenzato la tua comprensione della loro pratica e, di conseguenza, ha influito sulla forma finale della mostra?

Tenzing Barshee: La vicinanza e la condivisione di un periodo così intenso con Daphne, Vittorio e Lilli ha sicuramente influenzato i modi di lavorare su questo progetto. Credo di essere abituato a una distanza maggiore. Quest’esperienza ha rappresentato però un momento importante di apprendimento e umiltà; ha dato forma alla mostra e alla mia comprensione di essa in modi che sto ancora cercando di afferrare.

Pensi che i progetti che Daphne, Vittorio e Lilli hanno sviluppato durante la residenza riflettano il paesaggio visivo e culturale di Napoli?

TB: Molte delle opere sono state effettivamente spedite dall’estero. Quelle terminate nel corso della residenza riflettono in qualche modo il paesaggio culturale o visivo in modi molto sottili e intelligenti. Ma l’essenza di come sono state concepite queste opere proviene anch’essa da lontano. Direi piuttosto che quest’esperienza – la residenza e la mostra – determineranno le nostre intenzioni nel futuro prossimo. Spero quindi che tutti noi potremmo prelevare pezzi di Napoli e portarli con noi ovunque andremo.

Michele D’Aurizio

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Speciale Biennale /

Gli eventi collaterali

Ci sono alcuni temi, come il rapporto con la tradizione, che la città di Venezia con le sue collezioni e la sua storia, le maestranze, i palazzi, i teatri e le Biennali non fa che perpetrare e rinnovare, offrendosi come contesto unico in cui il passato si apre al dialogo con il contemporaneo. Alcune tra le mostre in programma quest’anno mettono in luce la fascinazione che l’eredità culturale di Venezia ha esercitato sull’arte contemporanea, testandone l’incisività e l’attualità.

Presso le Gallerie dell’Accademia si svolgerà la prima mostra dedicata a Philip Guston a Venezia, in quelle stesse sale che l’artista ammirò in uno dei suoi viaggi in Italia, nella città in cui si soffermò sulle pitture di Tiepolo e Tintoretto, come riporta la sua corrispondenza. Philip Guston and The Poets, curata da Kosme de Barañano, presenterà cinquanta tele e venticinque disegni organizzati secondo nuclei tematici in relazione con i componimenti di cinque celeberrimi poeti.
Palazzo Fortuny inaugurerà una grande collettiva che riflette sull’intuizione; una sensibilità – o per meglio dire attitudine – che attraversa la storia dell’arte, emergendo con decisione in alcuni momenti-chiave, indagati singolarmente nella mostra. Curata da Daniela Ferretti e Axel Vervoordt, Intuition comprenderà lavori site-specific, performance e nuove produzioni in dialogo con le opere storiche e gli ambienti del Palazzo.
“Afterglow: Pictures of Ruins”, la mostra di Vik Muniz ospitata al secondo piano della Galleria di Palazzo Cini a San Vio, presenta inedite fotografie ispirate al motivo del “capriccio” nella produzione pittorica italiana del Sei-Settecento e all’opera di maestri veneziani, tra cui Francesco Guardi, Dosso Dossi e Canaletto, ammirati dall’artista brasiliano nel 2016 presso lo stesso in Palazzo Cini. A cura di Luca Massimo Barbero, l’esposizione si completa con una scultura in vetro di Murano.
Sull’Isola di San Giorgio Maggiore, Le Stanze del Vetro dedicheranno a Ettore Sottsass, nel centenario della nascita, una mostra interamente votata alla sua produzione in vetro. L’esposizione, anch’essa a cura di Barbero, comprende circa duecento pezzi che esplorano l’eclettica, eterogenea produzione vetraria del celebre architetto e designer.
Sempre sull’Isola di San Giorgio Maggiore, gli spazi della Fondazione Cini ospiteranno Minimo Massimo, grande retrospettiva di Alighiero Boetti, a cura di Barbero. La mostra metterà a confronto i vari formati delle opere di Boetti e includerà un progetto speciale sul tema della fotocopia a cura di Hans Ulrich Obrist. Sull’Isola sarà inoltre presentata l’installazione di Bryan McCormack “Yesterday/Today/Tomorrow, che riporta l’esperienza dei rifugiati in maniera diretta e autentica, lontana da quella trasmessa dai media.
A un grande pittore statunitense è dedicata la mostra alla Collezione Peggy Guggenheim: Mark Tobey. La luce filante ripercorrerà la carriera dell’artista attraverso una selezione di circa ottanta opere realizzate dalla fine degli anni Venti fino agli anni Settanta. Curata da Debra Bricker Balken, si tratta della più ampia retrospettiva sull’opera di Tobey organizzata negli ultimi quarant’anni.
La mostra Carol Rama. Spazio anche più che tempo conferma il momento di riscoperta dell’artista torinese scomparsa nel 2015. Organizzata dall’Archivio Carol Rama, comprende un gruppo di trenta lavori che mettono a fuoco la sua personalissima elaborazione formale, anche a partire da stimoli provenienti dall’opera di altri artisti. A cura di Maria Cristina Mundici e Raffaella Roddolo, l’esposizione avrà luogo nello storico palazzo Ca’ Nova sul Canal Grande e coinciderà con “Carol Rama: Antibodies”, dal 3 maggio al New Museum di New York.

 

In aggiunta, la redazione di Flash Art – oltre a The Boat is Leaking. The Captain Lied presso Fondazione Prada e Damien Hirst. Treasures from the Wreck of the Unbelievable a Palazzo Grassi e Punta della Dogana già parte dello “Speciale Biennale di Venezia” – segnala:

– la doppia mostra di Rauschenberg Late Series” e “Us Silkscreeners…” promossa da Faurschou Foundation presso la Fondazione Cini;

– la mostra personale di Pierre Huyghe presso lEspace Louis Vuitton Venezia in cui verranno presentate tre opere dell’artista, parte della collezione della Maison;

Body and Soul: Performance Art – Past and Present mostra di arte performativa curata da Elga Wimmer per la New York Promoter Rush Philanthropic Art Foundation;

– la mostra Films in Sheep’s Clothing del videoartista britannico John Smith presso la galleria Alma Zevi;

– presso Campo della Tana “Samson Young: Songs for Disaster Relief”, mostra che raccoglie un nuovo corpo di lavori dell’artista di Hong Kong che ripropone e storpia alcuni “charity singles” – le canzoni comunemente prodotte per scopi di beneficenza;

– la mostra site-specific “The End of Utopia” progettata da Studio la Città e Palazzo Flangini che raccoglie i lavori dei due artisti americani Jacob Hashimoto e Emil Lukas;

– la mostra di Michelangelo Pistoletto One and One makes Three – realizzata con il supporto di Galleria Continua – in cui l’artista presenterà presso la Basilica di San Giorgio Maggiore opere e installazioni ambientali attorno a temi quali il destino dell’uomo e la necessità di cambiamento sociale;

– la personale di Ariela Wertheimer presso Palazzo Mora, in cui saranno esposti i light boxes già apparsi alla Farkash Gallery di Tel Aviv;

Solo di Thomas Braida a cura di Caroline Corbetta presso Palazzo Nani Bernardo;

The Golden Tower di James Lee Byars, opera concepita dall’artista nel 1976 e per la prima volta esposta in uno spazio pubblico tra la Collezione Peggy Guggenheim e l’Accademia, grazie all’impegno di Fondazione Giuliani e dalla galleria Michael Werner;

– “Jan Fabre – Glass and Bone Sculptures 1977-2017”, una selezione di opere in vetro e ossa realizzate da Fabre ed esposte all’Abbazia di San Gregorio – promossa da GaMEC;

– la mostra dei ventuno giovani artisti candidati al Future Generation Art Prize 2017, presso Palazzo Contarini Polignac. Il premio, ottenuto quest’anno dall’artista sudafricana Main Prize Winner, è indetto dal Pinchuck Art Centre di Kiev;

Leviathan di Shezad Dawood, un progetto cinematografico su un futuro post-apocalittico diviso in dieci episodi – i primi due mostrati a Palazzina Canonica –, insieme a una serie di nuovi lavori in mostra presso la fabbrica Fortuny;

The Home of My Eyes, mostra di Shirin Neshat a Palazzo Correr in cui saranno presentati una serie di ritratti fotografici di persone residenti in varie regioni dell’Azerbaijan, realizzati nel 2015;

– la personale di James Richards promossa da Cymru yn Fenis Wales; l’artista presenterà una installazione sonora accompagnata da un corpus di lavori presso Santa Maria Ausiliatrice.

Sara De Chiara

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Motif /

Florian Hecker, Recitativo per nuove chimere

Nelle reti biologiche, tecnologiche o sociali ad alta complessità, accade che emerga naturalmente un pattern positivo, detto motif. Questi nuclei di connessioni e oggetti garantiscono nuove funzionalità al sistema, alterandone la struttura permanentemente. Confrontandomi mensilmente con un artista, proverò a isolare formule di ricerca musicale analoghe, capaci di portare nuove potenzialità espressive a germogliazione.

Florian Hecker (1975, Augsburg) è da più di un decennio protagonista assoluto della ricerca sonora contemporanea. Dopo aver studiato linguistica computazionale e psicolinguistica a Monaco, raggiunge a Vienna il centro nevralgico di sperimentazione rappresentato da Mego, curando con Oswald Berthold l’etichetta fals.ch, tra le prime esclusivamente digitali. L’adozione al tempo stesso concettuale e ironica dei metodi della computer music definisce questa generazione di artisti, dalla quale Hecker emerge per uno sviluppo unico del timbro, la fibra qualitativa del suono, coinvolgendo strumenti software e mezzo vocale.
Negli anni successivi si esprime attraverso installazioni, performance e pubblicazioni affiancandosi ad artisti del calibro di Russell Haswell, artista multidisciplinare che ha battezzato i suoi interventi Extreme Computer Music; Carsten Höller, con cui coltiva il comune interesse per il disorientamento del pubblico attraverso la psicoacustica; Aphex Twin, che affianca su diversi palchi europei con delle performance dall’altissima intensità musicale e visiva; Quentin Meillassoux, il cui concetto filosofico di Hyperchaos consente di trovare nuove espressioni di sorpresa e casualità nella composizione.
Editions Mego ha da poco pubblicato il suo nuovo lavoro, A Script for Machine Synthesis, terzo episodio della feconda collaborazione con il filosofo iraniano Reza Negarestani. Tra i punti cardine della trilogia vi è il processo di chimerizzazione: il trasferimento di qualità timbriche da un suono all’altro, fondendo registri software e vocali in un unico oggetto musicale, con l’obiettivo di esporne l’immaterialità. Ho discusso con Hecker degli ultimi strumenti compositivi che ha adottato, e del sovversivo approccio di fals.ch nei confronti dei formati digitali.

Ruben Spini: Colpisce in A Script for Machine Synthesis la volontà di evitare una voce umana alla recitazione del testo, diversamente da come avveniva sia in Chimerization, dove coinvolgevi diversi lettori, che in Hinge, eseguito da Joan La Barbara. Il libretto di Reza Negarestani è questa volta restituito da una voce sintetizzata, come sembrano alludere i versi in apertura: exeunt all human actors, save for the cube.

Florian Hecker: Per ognuno di questi brani abbiamo valutato gli spazi dove sarebbero stati eseguiti, così come i concetti computazionali sottostanti, gli algoritmi adoperati nella produzione e le idee presentate dal suono. L’opera è stata messa in scena inizialmente in una versione differente dall’attuale, all’Auditorium del Guggenheim Museum di New York. Il protagonista era un vero e proprio pink ice cube, figura adoperata come esempio dal filosofo americano Wilfrid Sellars nelle sue riflessioni sulla percezione sensoriale. Per questa prima versione ho collaborato nuovamente con Joan La Barbara, arrangiando alcune parti del libretto per un coro assente dal palco, che intona le parole da differenti punti dell’Auditorium. In una seconda versione per l’Auditorium dello Stedeljiik Museum di Amsterdam abbiamo optato per una differente soluzione, mancando lo spazio per posizionare il coro. Stavo già collaborando da diverso tempo con il Center for Speech Technology Research dell’Università di Edimburgo, specializzato nella creazione di voci sintetizzate, datene di autentiche. Le “qualità” della registrazione vengono dunque formalizzate, estrapolandone un modello digitale.

RS: Una nuova forma del processo di chimerizzazione?

FH: Sì, una sorta di approfondimento verticale, l’idea di trasferire “qualità”, componenti e caratteristiche continua a interessarmi profondamente. Nel brano Chimerization rappresentava l’operazione centrale, che estesa attraverso questa forma di sintesi vocale profila la mia ricerca presente, uno studio sulla sintesi della consistenza sonora. Per queste ragioni la voce generata algoritmicamente ha assunto un ruolo nell’esecuzione avvenuta ad Amsterdam. Per quanto riguarda invece la resa presente nel CD ho deciso di rimuovere le registrazioni delle interpretazioni umane, sostituendole completamente con una loro nuova versione sintetizzata – così che anche le voci che risultano più verosimili sono in realtà in una forma processata, doppi della loro versione originale.

RS: Sei stato capace di sviluppare una forte continuità attraverso brani fatti di eventi sonori discreti. Riconosco nel libretto una struttura simile, una disposizione intermittente di processi, caratteristiche, relazioni… Una visione al tempo stesso perfettamente razionale e incomprensibile — affine al demon in details evocato nel testo. Mi chiedo se sia un’ulteriore elaborazione del concetto di Hyperchaos immaginato dal filosofo francese Quentin Meillassoux: la possibilità di generare una forma d’ordine assoluto attraverso l’avvicinamento di eventi discreti, pietrificando la continuità temporale.

FH: Non lo legherei ai concetti di Meillassoux, attorno i quali ho sviluppato l’opera Speculative Solution. Abbiamo voluto alternare nel libretto blocchi linguistici in forma di filosofia analitica con blocchi funzionanti invece come brevi testi in stile neo-imagista. Sono presenti anche delle descrizioni di scena che richiamano il Teatro della Crudeltà di Artaud o le narrative minimaliste di Beckett. Si tratta di un processo precisamente strutturato, che accompagna un incontro più soggettivo con il suono. Può essere molto interessante, lavorando con la sintesi sonora, raggiungere una forma simile al nastro di Möbius: una superficie più formale e metodologica, l’altra luogo di un incontro più sensuale e intimo, all’apparenza diametricalmente opposto.

RS: E l’ascoltatore si trova vincolato a percorrerle entrambe.

FH: Le giudico inseparabili.

RS: La ricerca di Meillassoux fornisce spunti utili per comprendere la contemporanea forma fossile di Falsch, sublabel digitale di Mégo che hai curato con Oswald Berthold a partire dagli anni novanta, inattiva dal 2005. Al momento l’unico modo di accedere al sito dell’etichetta è attraverso servizi di archiviazione web come Wayback Machine, che lo hanno fotografato per anni prima che diventasse non raggiungibile. Si può navigare attraverso pagine e pubblicazioni Evol, Pain Jerk, Cristoph De Babalon, Russell Haswell e Merzbow… ma ovviamente alcune connessioni non sono state preservate, per cui è impossibile raggiungere l’intero hyperspace che Falsch costituiva. Ai tempi la label digitale era una modalità del tutto nuova di pubblicare musica: qual era il vostro interesse nei confronti di una piattaforma simile?

FH: Iniziò come un impegno amministrativo – fals.ch era stato avviato da Mego e solo successivamente venne chiesto a me e ad Oswald se fossimo interessati a prendere il controllo dell’etichetta e delle idee che la guidavano. Le prime pubblicazioni erano in formato RealAudio™ ed esclusivamente in streaming, per cui qualitativamente molto degradate. Quando il formato mp3 divenne più noto, iniziammo a coinvolgere artisti esplicitamente interessati a creare musica in questa forma specifica, al tempo percepita molto diversamente da una release fisica. Le competenze informatiche e matematiche di Oswald lo portarono ad interessarsi a differenti sistemi digitali, esplorando i database in termini sia concettuali che tecnici, con l’idea mai realizzata di ristrutturare l’intera etichetta secondo il data model ZigZag di Ted Nelson.

 

A Script for Machine Synthesis è stato pubblicato il 24 febbraio da Editions Mego, in formato CD e digitale, insieme ad Articulação Sintetico – una completa risintesi di Articulação, pubblicata da Hecker nel 2014 sempre sulla label austriaca. Il 5 maggio inaugurerà un’estesa personale al Tramway di Glasgow.

Ruben Spini

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In Residence /

Ecco i negozi! / Formenti dei F.lli Bulgarelli

“Ecco i negozi!” è una rubrica di Anna Franceschini ideata per “In Residence”. Negli otto episodi che comporranno la rubrica, Franceschini approfondirà il tema del display, interrogandolo nelle sue diverse accezioni e traduzioni (dalla vetrina di negozio alla messa in mostra di opere d’arte), con l’obiettivo di tracciare delle connessioni tra l’atto del mostrare e quelli del guardare ed eventualmente comprare e consumare.

Nel quarto episodio di “Ecco i negozi!”, Franceschini osserva le vetrine del celebre negozio milanese Formenti dei F.lli Bulgarelli, specializzato nella vendita al dettaglio e all’ingrosso di materiale elettrico.

Formenti dei F.lli Bulgarelli affaccia con due vetrine a mezza altezza su via Panfilo Castaldi, nel cuore del quartiere di Porta Venezia, al numero 38.

La mia prima visita al negozio, circa un anno fa, è stata dettata dalla curiosità, come accade a molti passanti. Le vetrine sono infatti allettanti e inducono a un’ulteriore esplorazione degli interni, che si preannuncia altrettanto gustosa.

L’attività è gestita da Michele e Paolo Bulgarelli, che con grande gentilezza e disponibilità me ne tratteggiano la storia: un groviglio di patronimici, nomi di battesimo e iniziali puntate, degno delle genealogie meneghine di gaddiana memoria. Mi raccontano che la licenza e le mura vengono acquisite dalla nonna, nata Gommi e sposata Bulgarelli, nel 1948. In realtà la licenza pertiene al civico 40 ed è di proprietà del signor Formenti, mentre al 38 si trova un rivenditore di ricambi per auto General Motors. La signora Gommi, per denominare la nuova attività, mantiene il nome del vecchio possessore e integra quello del marito, Remo Bulgarelli, un perito elettromeccanico già impiegato presso l’Officina Elettrotecnica Vittorio Arcioni, ditta responsabile della realizzazione di gran parte dell’illuminazione pubblica della città. Il negozio apre i battenti come Ugo Formenti di Remo Bulgarelli, per poi diventare, con la generazione successiva, Formenti di R. Bulgarelli e Figlio, e quindi mutare in Formenti di R. (non più Remo bensì Roberto) e Figli e, acquisire infine la sua attuale nominazione: Formenti dei F.lli Bulgarelli.

Molto della struttura originaria è rimasto, molto è cambiato, non solo nel negozio e nelle vetrine, ma nella viabilità di via Panfilo Castaldi – mi vien detto. Originariamente via di corrieri a cavallo, che prelevavano le merci dalla vicina Stazione Centrale e le smistavano per la città, passando da questa via probabilmente acciottolata, via Panfilo Castaldi ha una numerazione “al contrario”, ovvero i numeri sono crescenti in ordine opposto a quello normale, dal centro alla periferia. Non me ne ero mai accorta, pur avendo abitato al 29 che, in effetti, è piuttosto distante dal centralissimo Corso Buenos Aires. La ragione mi viene svelata da Paolo Bulgarelli: la Stazione Centrale, prima di diventar lo splendido molosso fascista che è ora, una volta si trovava in Piazza della Repubblica, via Vittor Pisani ne costituiva, in parte, il delta di binari che vi confluivano, e via Castaldi, piccola emissaria della stazione, ricevette la sua numerazione a partire dalla Grande Stazione.

Quello che è rimasto identico al negozio del 1948 è gran parte dell’interno. Le scaffalature sono costituite da pile di scatole di legno che venivano utilizzate per movimentare la merce al posto degli odierni scatoloni di cartone e furono già riutilizzate dalla nonna per l’arredo. Il bancone di legno e formica turchese è ancora quello del rivenditore della General Motors. Molti strumenti per la misurazione dell’elettricità in tutte le sue dimensioni fisiche fanno mostra di sé, ma giacciono inutilizzati, appesi alle pareti o sparpagliati nel negozio, a scopo decorativo. L’interno è fitto di matasse di fili colorati, scintillanti fili metallici, supporti per resistenze in ceramica refrattaria in centinaia di fogge e misure diverse, rotoli di materiale isolanti, canaline per fili elettrici. Negli anni il settore merceologico si è ristretto e di conseguenza il negozio si dedica a un mercato di nicchia e non più alla grande industria e distribuzione. Sono tramontati gli affari che riguardavano i motori elettrici e il filo di rame smaltato per avvolgimento, mentre rimane forte il settore del materiale refrattario, anche grazie alla grande competenza tecnica dei proprietari che ben conoscono le diverse resistenze al calore dei materiali, dato imprescindibile per la sicurezza degli impianti e dell’attrezzatura elettrica. Cionondimeno il negozio e le sue vetrine attraggono ancora molti curiosi, italiani e stranieri, che durante il periodo del Salone del Mobile, climax di internazionalizzazione e fermento per la città, lo visitano, alla stregua di una casa museo, o di un eccentrico negozio di anticaglie.

L’ultimo allestimento delle vetrine risale agli anni Novanta ed è stato curato e realizzato collettivamente dai proprietari e da alcuni impiegati i cui nomi, per un attimo, volteggiano nell’aria: Ermanno, Ciro, ecc. In realtà, nel corso degli anni, per volere dei condomini, l’affaccio su strada del negozio è stato alterato. Mentre originariamente i colori dominanti della facciata, l’arancione e il verde delle insegne, coprivano interamente la superficie muraria, per tutta l’altezza delle vetrine, fino a terra e anche le intercapedini di stucco e granito, in seguito si è dovuto ritornare alla severità della pietra e allo stucco rosato per adeguarsi a un più mite clima cromatico che domina la totalità della via. I colori sono rimasti a coprire il ferro che incornicia i vetri piombati. Questi, come cabinet di un museo archeologico di una qualche provincia italiana, custodiscono molte meraviglie obsolete, alcune novità, oggetti senza tempo e quelle che a prima vista sembrano vere e proprie antichità, ma che, a uno sguardo ulteriore si rivelano essere i trofei di prestigiosi premi al lavoro. Nelle vetrine a più ripiani si possono ammirare le meraviglie del mondo elettrico: il campionario dei materiali isolanti dai nomi esotici, gli opalescenti fogli di mica dai bordi dentellati, portalampada tra i più svariati, interruttori di porcellana istallati su pannelli trompe l’œil di finto marmo, finti mattoni, finte piastrelle, fili elettrici in gomma colorata e un display di supporti in ceramica refrattaria dai toni pastello, dal beige, al biscotto fino al color nocciola, che paiono frammenti di templi perduti e che per primi, tempo fa, avevano attirato la mia attenzione, fino a diventare gli enigmatici protagonisti di una mia recente produzione video ispirata a Il mondo sommerso di J. G Ballard (1969), un romanzo di fantascienza distopica dove centrale è la contemplazione, da parte di uomini e donne costretti all’abbandono del mondo civile, delle rovine delle moderne città europee sommerse dall’acqua. Nel video gli oggetti di ceramica funzionano come reperti archeologici non propriamente identificabili, che potrebbero appartenere alla storia dell’umanità ma anche a una civiltà aliena e che vengono rimessi in gioco da un ignoto e ipotetico “custode” invisibile che ne percepisce l’importanza cultuale e simbolica, pur non avendo le conoscenze necessarie per svelane completamente il segreto.

Anna Franceschini
Pensa alla bellezza dei tuoi capelli / Think about the beauty of your hair, 2016, HD video, color mute, 49” loop. Courtesy dell’artista e Vera Cortes, Lisbona.

Con i fratelli Bulgarelli ci lasciamo con un’ultima visita al loro personale “mondo sommerso”. Il magazzino interrato dove custodiscono l’approvvigionamento di materiale refrattario. Stoccati in casse e cassetti si trovano cumuli di bacchette dal diametro di spaghetti, grandi piastre scanalate, cilindri estrusi simili a colonne doriche, interi fornetti refrattari per la cottura della ceramica. Un emporio geometrico in penombra, che attende di essere riportato in vita da alti calori e forti energie elettrizzanti.

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