Recensione /

Marc Camille Chaimowicz INDIPENDENZA / Roma

Ho conosciuto Marc Camille Chaimowicz nel 1998, durante la sua residenza alla British School at Rome, dove ero curatrice. Il suo lavoro si distanziava molto dall’ortodossia YBA’s di quegli anni, guardando alla pittura con una sensibilità intimista, attenta ai pattern, alla decorazione, al rapporto con il design e coprendo di segni veloci e dalla palette pastello le superfici più varie e gli elementi delle sue installazioni.

“Ora e allora”, la mostra che riporta Chaimowicz a Roma dopo quasi vent’anni, crea un ponte tra quel momento e il presente, facendo convivere opere di diversi periodi, includendo quelle realizzate alla BSR e giungendo alle più recenti. Una curva nel tempo che dimostra come, nel corso degli anni, quel lavoro a lungo appartato (lo è stato sin dagli inizi, intorno al 1970, quando in epoca di arte politica o minimalista proponeva seducenti installazioni e performance ispirate all’estetica glam rock o a Gide, Cocteau, Gênet) sia diventato, mantenendosi completamente fedele a se stesso, estremamente attuale e di grande ispirazione per l’arte più giovane.  Visualmente ricca e allo stesso tempo sottile ed evocativa, la sua pratica artistica procede per libere associazioni, mostrando una totale adesione esistenziale all’oggetto – che sia trovato o fatto – come veicolo di sollecitazioni sensoriali ed emotive che rimangono aperte all’interpretazione. Nella mostra di Roma i diversi elementi del vocabolario visivo di Chaimowicz rispondono in maniera quasi mimetica agli stimoli offerti dallo spazio, un grande appartamento, in parte délabré, dalle pareti rivestite di carte da parati, con pavimenti in seminato e soffitti affrescati. Gli oggetti d’arredo disegnati dall’artista, l’installazione di abiti coperti da motivi a stencil, i pannelli rivestiti da pattern minuti, le carte e i dipinti, appesi al muro o lasciati a terra senza pretese, formano un percorso fluido e naturale, come se fossero da sempre appartenuti a quel luogo.

 

Cristiana Perrella

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News /

Les Rencontres de la Photographie Arles 2016

È appena terminata la settimana di apertura dei Rencontres di Arles, uno dei più prestigiosi festival di fotografia internazionali che ogni anno concentra nel sud della Francia una delle combinazioni più riuscite e interessanti di fotografia documentaria e artistica, performance, installazioni e photobooks. Questa edizione, la seconda sotto la direzione di Sam Stourdzé, si confronta con il tema dell’Altro in tutte le sue declinazioni: il diverso, l’oppresso, l’eccentrico, l’emarginato, il non-umano – e lo fa con una delicatezza, un’originalità e una ricerca di qualità davvero uniche nel panorama di festival fotografici internazionali. Tenendo presente questo fil rouge abbiamo selezionato 10 mostre da non perdere nel ricchissimo programma del festival (le cui esposizioni durano fino al 25 settembre 2016).

Laia Abril, “Museum of contraception and Abortion, Vienna, Austria, August", 2015. Courtesy of the artist / INSTITUTE.
Laia Abril, “Museum of contraception and Abortion, Vienna, Austria, August”, 2015. Courtesy of the artist / INSTITUTE.

Laia Abril – A History Of Misogyny, Chapter One: On Abortion

A un primo sguardo la mostra di Laia Abril (Spagna, 1986) può sembrare fredda, clinica: immagini prevalentemente in bianco e nero, grafica essenziale, linee pulite. Poi inizi a guardare meglio – e a leggere. E ognuna di quelle immagini colpisce come un pugno nello stomaco. Laia Abril è un’artista, editor e book maker spagnola che da sempre si occupa delle “realtà scomode”, di quel rimosso collettivo della società occidentale che va dai disordini alimentari (A Bad Day, Thinspiration, The Epilogue) alle giovani coppie disoccupate che per guadagnare qualche centinaia di euro performano svogliati atti sessuali davanti a una webcam (Tediousphilla). Con On Abortion, a oggi il suo lavoro più complesso, Laia investiga lo stigma e le difficoltà che le donne devono affrontare ancora oggi per avere accesso a pratiche di aborto legali e sicure: dagli Stati Uniti, dove si rischia di essere accusate di feticidio, alla Polonia dove una donne malate terminali di cancro o a rischio di deterioramento irreparabile della vista possono vedersi negare l’interruzione di gravidanza, fino al Nicaragua dove l’aborto è vietato in qualsiasi circostanza e quindi una bambina stuprata dal padre si trova costretta a partorire, l’inchiesta di Abril procede per incursioni nel passato e squarci su realtà contemporanee poco conosciute costruendo un quadro che difficilmente lascerà lo spettatore indifferente.

Peter Helles Eriksen, Sara Brincher Galbiati e Tobias Selnaes Markusson, “Relais routier pour extraterrestres”
Peter Helles Eriksen, Sara Brincher Galbiati e Tobias Selnaes Markusson, “Relais routier pour extraterrestres”

Peter Helles Eriksen, Sara Brincher Galbiati e Tobias Selnaes Markusson – Phenomena, A Close Encounter With A Reality of Aliens and Ufos

“Nell’universo osservabile ci sono più di cento miliardi di galassie. La nostra galassia, la Via Lattea, contiene cento miliardi di pianeti. La terra è uno di essi” [TdA]  Peter Helles Eriksen (Danimarca 1984), Sara Brincher Galbiati (Danimarca, 1981) e Tobias Selnaes Markusson (Danimarca, 1982) applicano un approccio antropologico al fenomeno degli UFO: tra interviste a scienziati, giornalisti e ufologi amatoriali, incursioni in associazioni di persone convinte di essere state rapite dagli alieni e una raccolta meticolosa di materiali che vanno da documenti ufficiali firmati dal presidente degli Stati Uniti d’America alle fotografie dei pezzi di metallo trovati a Roswell, Eriksen, Galbiati e Markusson costruiscono una tassonomia per immagini di uno dei più potenti sistemi di credenze della modernità.

Yann Gross, “Jaguar”, 2015. Courtesy of the artist
Yann Gross, “Jaguar”, 2015. Courtesy of the artist

Yann Gross – The Jungle Show

Con The Jungle Show Yann Gross (Svizzera, 1981) ci trasporta in un viaggio esplorativo nell’Amazzonia contemporanea, un luogo che probabilmente ha perso l’aura mitologica delle classiche rappresentazioni occidentali – in cui evoca il selvaggio e l’esotico per eccellenza – ma che non manca di sorprendere: troveremo per esempio bambine che vengono chiamate con il nome di un antibiotico, insegnanti che portano con fierezza il nome “Hitler” o concorsi di bellezza estemporanei in cui la reginetta riceve in premio un intervento di chirurgia plastica. Con un mix di ritratti e di staged photo che campeggiano nella penombra da una moltidudine di lightbox retroilluminati, il fotografo svizzero dà vita al libro vincitore del Luma Rencontres Dummy Book Award 2015 con una delle installazioni più suggestive di questa edizione.

George Pal, “7 Faces of Dr. Lao”, 1964. Courtesy of the MGM
George Pal, “7 Faces of Dr. Lao”, 1964. Courtesy of the MGM

Scary Monsters!

Un vero e proprio bestiario contemporaneo: i curatori Marc Atallah e Fredéric Jaccaud ci accompagnano in una panoramica visuale del mostruoso e del transumano nel cinema: dalle creature leggendarie, alle escursioni stile uncanny-valley nei territori dei primati fino agli immancabili classici – alieni, zombie, vampiri e dinosauri – Scary Monsters! riesce a tenere assieme perfettamente il puro intrattenimento visivo con la domanda sottesa in ogni sezione dell’esposizione: se questo è il “mostruoso”, l’umano cos’è? E sono poi così diversi?

Hara Kiri, “Drunk Bison”, 1978. Photographer: Alain Beauvais. Courtesy of Collection Marc Bruckert & Thomas Mailaender
Hara Kiri, “Drunk Bison”, 1978. Photographer: Alain Beauvais. Courtesy of Collection Marc Bruckert & Thomas Mailaender

Hara Kiri

Thomas Mailaender e Marc Bruckert curano forse la mostra più estrema di questo Rencontres – estremamente scorretta, estremamente dissacrante, estremamente divertente: la retrospettiva del giornale satirico francese Hara Kiri. Dal 1960 al 1985 Hara Kiri ha continuato a produrre immagini oltraggiose che rompevano ogni schema – visuale e morale -, inaugurando un proprio stile riconoscibilissimo che, visto con gli occhi di oggi, appare di una modernità sconcertante, precursore indipendente di tutto un filone oggi decisamente più mainstream che passa dai memi della cultura web fino ai lavori del duo ToiletPaper.

Piero Martinello, “Giovanni, Chiuppano”. Courtesy of the artist and Luz
Piero Martinello, “Giovanni, Chiuppano”. Courtesy of the artist and Luz

Piero Martinello – Radicalia

, fotografo ritrattista con alle spalle una residenza a Fabrica, espone Radicalia, il progetto con il quale nel 2015 si era aggiudicato sempre a Arles il Photo Folio Review. In mostra troviamo i volti dei protagonisti dell’omonimo libro autoprodotto: eccentrici personaggi di paese, folli, devoti, mafiosi, suore di clausura e frequentatori di raves, persone che hanno abbracciato, deliberatamente o inconsapevolmente, forme di vita che deviano dalla norma. Martinello si interroga sul concetto di radicalità e sul valore della tradizione in un viaggio di scoperta attraverso l’Italia.

Ruth van Beek, “The Levitators”. Courtesy of the artist
Ruth van Beek, “The Levitators”. Courtesy of the artist

Fabulous Failures

L’esposizione curata da Erik Kessels (Paesi Bassi, 1966) potrebbe essere l’emanazione visuale di Failed it!, il libro che ha recentemente pubblicato per Phaidon. Ad attendere il visitatore un caleidoscopio di progetti artistici che utilizzano la fotografia in modo trasversale, spingendola fino ai propri limiti: dai puzzle di Kent Rogowski alle immagini accartocciate di Ruth Van Beek, dai malfunzionamenti tecnici di Joachim Schmid, abbracciati come improvvisazione artistica, fino alle installazioni sardoniche di Thomas Mailaender, Kessels ci presenta un tripudio di piccoli e grandi fallimenti, voluti e casuali. Una sfida all’ossessione per la perfezione che contraddistingue l’arte contemporanea e una celebrazione dell’errore come possibilità.

French war prisoners in the Königsbrück German camp, note on back: «Kriegsgefangenen-Sendung», circa 1915
French war prisoners in the Königsbrück German camp, note on back: «Kriegsgefangenen-Sendung», circa 1915

Sincerely Queer

Sébastien Lifshitz (Parigi, 1968) non è solo un affermato documentarista ma anche un raffinato collezionista di fotografie amatoriali capaci di mostrare una differente prospettiva sulla società, rivelando storie marginali o poco conosciute. Tra queste vi sono le immagini di Sincerely Queer, che immortalano il cross-dressing di uomini e donne dal diciannovesimo secolo fino agli anni Settanta. Che si tratti di un gioco, di una beffa caricaturale o di una rivendicazione dei propri diritti, il travestitismo non solleva domande solo sulle questioni di genere ma anche sulle modalità con le quali ci definiamo e rappresentiamo, nella sfera pubblica così come nell’intimità, in bilico tra censura e libera espressione.

MEJISHI, “Ogi, Sadogashima, Niigata prefecture”. Courtesy of the artist
MEJISHI, “Ogi, Sadogashima, Niigata prefecture”. Courtesy of the artist

Charles Fréger – Yokainoshima

L’artista francese Charles Fréger (Bourges, 1975) incentra la propria ricerca sul ritratto fotografico, focalizzandosi in particolare su soggetti in uniforme o mascherati, in un’indagine in cui lo studio dell’abito si trasforma in analisi antropologica dei costumi. Dopo aver immortalato le maschere e i travestimenti tradizionali dei selvaggi di tutta Europa nella celebre serie Wilder Mann, nel 2013 Fréger inizia un progetto sulle figure mascherate dei rituali giapponesi, riconducibili al folclore delle zone rurali del paese. La mostra Yokainoshima è il frutto di questa ricerca: una serie di ritratti di grandi dimensioni dove mostri, fantasmi, orchi e goblins acquistano una bellezza quasi scultorea.

Seeking to Belong, “Stranger in Familiar Land series”, Kibera, 2016. Courtesy of the artist.
Sarah Waiswa, “Seeking to Belong” dalla serie “Stranger in Familiar Land series”, Kibera, 2016. Courtesy of the artist

Discovery Award

Il Discovery Award è un riconoscimento che ogni anno viene assegnato a un artista che utilizza la fotografia all’interno della propria ricerca e il cui lavoro è stato scoperto recentemente o merita di esser conosciuto. Senza dubbio una delle sezioni più interessanti del festival è quella dedicata alle esposizioni dei lavori dei nominati. Quest’anno meritano un’attenzione particolare i ritratti della serie Stranger in Familiar Land, di Sarah Waiswa (1980, Kampala Uganda), che riflette sulle persecuzioni a cui sono sottoposti gli albini nell’Africa Sub-Sahariana, e la scomposta installazione di Beni Bischof (1976, Svizzera), irriverente e sardonico come sempre.

 

Chiara Bardelli Nonino & Francesca Marani

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Full-Fall presents Kerstin Brätsch (Poli’ahu’s Cure) Giò Marconi / Milano

Kerstin Brätsch rompe da sempre i tradizionali confini tra i medium per una pratica fluida che arriva a esiti ambientali e performativi, spesso lavorando in collaborazione con altri artisti.

In questa seconda personale milanese – nella prima si presentava insieme con Adele Röder come DAS INSTITUT – espone una serie di dipinti su carta e alcune sculture che danno corpo all’invisibile, alle sensazioni e alle tensioni psichiche, alle energie mentali e anche ai suoi e ai nostri fantasmi, che immaginiamo affiorare dagli andamenti cromatici e dalle forme in evoluzione delle sue tele marmorizzate, illuminate da neon, appese alle pareti come insegne. A questo pullulare caotico bidimensionale corrisponde l’apparente staticità delle strutture-scultura autoportanti, che inglobano collage montati a piombo di antichi vetri dai differenti gradi di opacità – anche questi rischiarati da neon – la cui logica costruttiva segue quella degli andamenti pittorici ma congelata in un tempo più lento. Le sculture, come architetture esplose, determinano inediti percorsi nello spazio espositivo, creando un’atmosfera immersiva che scombina l’orientamento. In questo entropico universo i riferimenti si mescolano, facendo convivere, senza soluzione di continuità, suggestioni pop e rimandi storico-artistici nella dimensione concreta del fare. Brätsch è una personalità prolifica, perennemente tesa allo sconfinamento: la sua disponibilità ad allagare la sua pratica fuori da schemi consueti è evidente anche in questa occasione dove sono presentati alcuni lavori realizzati in dialogo con Mattia Ruffolo e Davide Stucchi per il progetto Full-Fall, legato a pratiche estetico-rituali. La ricerca dell’artista tedesca si può definire alchemica – etimologicamente rimanda alla fusione, alla colatura e all’unione di elementi diversi – un operare che è sempre incompiuto, spinto dall’urgenza dell’azione che condensa pulsioni interiori ed esteriori nel precario equilibrio dell’oggetto e della sua realtà effimera.

Rossella Moratto

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Michael Dean Fondazione Giuliani / Roma

“Stamen Papers”, la personale dell’artista inglese Michael Dean alla Fondazione Giuliani, vede due opere esposte in uno spazio pressoché vuoto, prive di titolo e accompagnate da una pubblicazione. Malgrado lo scarno allestimento, la mostra è un progetto ricco di riferimenti autobiografici, all’attualità socio-politica, al rapporto tra arte e spettatore.

Il titolo della mostra ricorre alla metafora della natura e suggerisce ermeticamente una riflessione sul rapporto tra patrimonio e contemporaneità. Dean analizza la propria ricerca per comprendere le modalità in cui l’espressione artistica è capace di rigenerarsi pur conservandosi nell’identità. Le opere oggetto di tale riconfigurazione sono xx (Working Title) (2015) e health (Working Title) (2012). Se le ramificazioni della prima installazione assumono la conformazione bidimensionale di un disegno murale, la pareti della seconda evocano le sembianze di un fiore. Dean ne identifica i tratti cognitivi e ripensa i due organismi come schemi, in base ai quali dispone i propri scritti. Come lo stame – la parte fertile del fiore – così le sculture diventano entità riproduttrici, al cui polline il pubblico attinge senza costrizioni spaziali o interpretative.

Nella mostra la figura dell’artista scompare per manifestarsi sotto forma di scrittura. Come granuli di polline, le carte che compongono le sculture contengono in sé la cellula riproduttiva, ovvero il carattere tipografico, elemento alla base del linguaggio e dell’interazione tra gli esseri umani. L’artista crea un tipo di font basato sulla stilizzazione di un mitra, e che rappresenta la fusione tra lo stato d’animo generale della società e l’intima percezione del paesaggio contemporaneo. L’ideogramma è ripetuto maniacalmente in Pollen; la pubblicazione diventa un oggetto fisico, ha perso la sua funzione bibliografica per assumere i caratteri plastici della scultura. Installato a terra, il libro appare lacerato, distrutto, le sue pagine sono strappate, il polline è disperso.

 

di Carmen Stolfi

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Reporting From The Front / La Biennale di Venezia 2016 – Architettura

Il tema della 15esima Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia, “Reporting from the Front” curata da Alejandro Aravena, è il ruolo dell’architettura vis-à-vis la società civile – in primo luogo, in relazione alle condizioni di vita di migranti e sfollati di guerra, alle conseguenze del riscalamento climatico, all’urbanizzazione del mondo, al cambiamento strutturale dell’economia globale.

“Making Heimat. Germany, Arrival Country”, la mostra nel padiglione tedesco, è uno dei suoi punti di forza. Per alludere manifestamente all’apertura dei confini e all’accoglienza di profughi e migranti, il comitato di curatori del padiglione tedesco ha fatto rimuovere parte delle pareti del grande edificio storico che ospita l’installazione creando quattro nuove aperture. Elena Schuetz, Julian Schubert e Leonard Streich, il cui studio Something Fantastic ha sede a Berlino, sono specializzati nella progettazione di spazi di coabitazione che riflettano i cambiamenti urbani. Insieme al curatore Oliver Elser, ad Anna Scheuermann, coordinatrice del progetto ed al giornalista Doug Saunders, la giovane architetta e i suoi due colleghi hanno voluto presentare una sorta di catalogo delle condizioni necessarie alla formazione di quartieri e comunità dove i migranti non debbano vivere come ospiti temporanei ma possano dirsi cittadini e cittadine. Le lezioni derivate dal libro di Saunders Arrival City: How the Largest Migration in History is Reshaping our World (2011), sono chiare: i prerequisiti fondamentali per l’integrazione sono abitazioni di qualità relativamente poco costose, la piena occupazione, l’accesso a piccoli esercizi commerciali e ai trasporti pubblici, l’esistenza di altre reti di immigrati e un atteggiamento tollerante da parte della municipalità che si estenda innanzitutto all’accettazione di alcune pratiche informali.

Molti progetti affrontano il tema della carenza di alloggi e del degrado urbano. Degni di nota sono il lavoro di ricerca compiuto da Inês Lobo e dal suo studio per la realizzazione della “Moschea di Mouraria” a Lisbona e quello dell’architetta Anupama Kundoo, la cui pratica in India, si prefigge di progettare abitazioni che risultino confortevoli e belle agli occhi dei loro abitanti e che siano poco costose da edificare. Nel laboratorio “Life Afterlife” condotto con gli studenti della facoltà di architettura di Venezia, Kundoo ha cercato soluzioni pratiche per il riutilizzo dei rifiuti e degli scarti urbani e industriali, compresi quelli prodotti dalla stessa Biennale.

Le artiste Hannah Quinlan e Rosie Hastings si occupano di “gentrification” – il termine fu coniato dalla sociologa Ruth Glass negli anni sessanta – ovvero il processo di trasformazione di un quartiere cittadino abitato dalla classe lavoratrice in una zona d’elezione per la più ricca classe media e le sue conseguenze sulla vita delle persone più vulnerabili. I loro progetto @Gaybar”, in collaborazione con Daata Edition e Zuecca Projects, si ripropone di “rimaterializzare” i locali gay storici visti come contenitori per pratiche e teorizzazioni queer. L’installazione, ospitata al piano terra del Bauer Hotel, immerge gli spettatori nell’atmosfera acustica e visuale tipica di alcuni locali gay, ora vuoti e semi-abbandonati.

La riflessione sugli spazi pubblici e di condivisione è un’altro tema importante della Biennale. “From the Edge”, curata da Amelia Holliday e Isabelle Tolande e dall’urbanista Michelle Tabet in collaborazione con l’Australian Institute of Architects, racconta il ruolo delle piscine comunali, molte delle quali sono oggi minacciate da tagli finanziari. In mancanza di altri spazi di vita civica, queste “oasi di piacere quotidiano“ sono una parte costituente della vita sociale e culturale del continente australiano, necessarie al formarsi di identità personali e politiche.

Nel padiglione brasiliano e altrove nella mostra principale si possono inseguire le tracce di Lina Bo Bardi – l’eleganza, bellezza e generosità dei suoi progetti pubblici come delle abitazioni private. La lungimirante architetta di origini italiane sperimentò l’accostamento di tecniche costruttive tradizionali con il linguaggio modernista del vetro e del cemento armato in Brasile, paese in cui visse dal 1946 fino alla sua morte nel 1992. L’elegante casa che progettò per Valeria P. Cirell a San Paolo (1958) ha ben sostenuto le durezze del clima tropicale grazie alle sue spesse pareti in mattoni uniti da travi di legno. I suoi grandi spazi multiuso – il bellissimo Museu de Arte de São Paulo (MASP) ne è un esempio – sono anche luoghi di sosta, gioco e vita sociale. Il forte contenuto sociale di molti progetti in mostra alla Biennale mi ha ricordato l’installazione video “Dammi i Colori“ (2003), il tributo dell’artista Anri Sala al lavoro del suo amico Edi Rama, ex sindaco di Tirana e Primo Ministro della Repubblica d’Albania dal 2013, in mostra al New Museum di New York la primavera scorsa. Con la forza semplice dei sui interventi, Rama, tentò di trasformare Tirana da una città dove si fosse costrette a vivere in una in cui si volesse farlo.

Le buone intenzioni che lastricano questa Biennale rendono le sue mancanze tanto più sorprendenti. Un esempio su tutti: nel primo evento pubblico, il curatore Alejandro Aravena ha raggruppato una tavola rotonda di soli uomini, architetti affermati di mezz’età provenienti da paesi del nord del mondo o ivi attivi professionalmente. Sorprende che nessuna persona giovane, nessuna donna, che nessun professionista proveniente dal sud del mondo siano stati invitati come relatori e relatrici. Come spiegare una tale ipocrisia quando si sono volute criticare con forza le storture strutturali e i pregiudizi del sistema dell’architettura globalizzata? Meglio allora ricordare lo splendido “Plan Selva” peruviano, un progetto educativo nella regione Amazzonica, o ancora, soffermarsi ad evocare la convinzione incrollabile di Lina Bo Bardi quando affermava che “lo spirito dell’architettura moderna” deve essere guidato da un senso di “amore per l’umanità”.

 

di Francesca Tarocco

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Beatrice Scaccia Cara Gallery / New York

Piccoli folletti o gioiosi gnomi o, più semplicemente, delle allegre persone in miniatura realizzate da Beatrice Scaccia, sembrano impossessarsi dello spazio della Cara Gallery di New York. Appositamente ideati per la personale nello spazio newyorchese, appaiono come folletti o gnomi sicuramente per il loro abbigliamento con grandi cappelli, larghe giacche, calze rigate e stivaletti con linee arrotondate.

Personaggi, questi, di cui non è importante conoscere il genere, né identificarne la fisionomia (una mostra del 2010 da Ugo Ferranti, significativamente l’artista la titolò “He, she, it”), che da sempre occupano i lavori di Beatrice Scaccia (Veroli, FR, 1978, vive e lavora a New York), divenendo quasi una personale sigla artistica ma che sono, soprattutto, il pretesto per assegnare loro dei ruoli precisi e diversi. Fin tanto da creare, nell’esposizione Little Gloating Eve del 2014, appunto Eve, una sorta di alter ego di se stessa. Perché il lavoro di Beatrice Scaccia è stato sempre un lavoro intimo e personale, nel quale tradurre la replica di gesti quotidiani, non per sottolinearne la ripetitività bensì il protrarsi di azioni nel tempo quasi a volerne fissare una certa immortalità. Assegnare a dei gesti casuali, quasi inconsci, automatici e inconsapevoli, quell’importanza costruttiva di una giornata e, quindi, di una persona nello svolgimento della sua vita. Impegnata su più campi di ricerca, dal disegno alla pittura all’animazione, i suoi lavori, seppur nella singolarità dell’oggetto unico, hanno sempre un’impostazione installativa, che mira ad un coinvolgimento pressoché esclusivo del fruitore. Accantonata momentaneamente l’animazione, cui ha dedicato moltissime ore di studio e pratica, in questa personale Beatrice Scaccia ha fatto un ulteriore scarto in avanti. Attraverso dei disegni realizzati con grafite, gesso, cera su carta, ha affrontato le grandi dimensioni del quadro e, seppur apparentemente il suo tratto sembra nuovamente veloce e approssimativo, la sua padronanza non solo del disegno ma della tecnica pittorica tout court è apertamente dichiarata. Quindi quel tratto veloce è intrinsecamente contraddetto dal suo procedere per velature. E le linee di contorno perdono la loro durezza e rimarchevole presenza. Sviluppata in due sezioni, la mostra presenta infatti due diverse rappresentazioni. Nella prima, quasi fosse un positivo, sono singoli momenti di figure uniche o tutt’al più di una coppia su carta (circa 150×110 cm); nella seconda, quasi fosse il negativo, quei singoli momenti affollano le grandi tele (circa 190×250 cm), nell’illusoria narrazione di una storia, in realtà restano sempre isolati momenti che si sommano: un abbraccio, alzare una gamba, nascondersi sotto un ombrello, sprofondare in un cuscino, portare a spalla una persona, abbandonarsi a un abbraccio. Istanti che non si interessano alla storia. Con un andamento gioioso, pressoché infantile, quasi a suggerire quale dovrebbe essere la modalità di approccio ai lavori, alla vita, la stessa che Beatrice Scaccia sembrerebbe voler mantenere così nell’arte come nella sua visione del mondo. Con un uso selettivo del colore, che riempie solamente degli specifici punti, quasi a trasformare la tela in una delicata cartolina un po’ retrò. Quella quotidianità fermata in un tempo sospeso, perciò infinita, eterna, che, nella seconda sala, è ancor più intima per la presenza di tre pouf bianchi che, solo toccandoli, si scopre che sono in ceramica, realizzati dall’artista giapponese Toshiaki Noda. E piuttosto che “smascheramento”, come suggerisce il titolo, ci si potrebbe attenere invece al significato letterale di “chiamare il bluff”, quindi di sfidare una persona a fare realmente ciò che dichiara a parole.

 

Daniela Trincia

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